L’Africa premiata a Cannes


Il Festival assegna riconoscimenti a produzioni che raccontano realtà spesso marginalizzate nei circuiti internazionali

Dalla memoria del Rwanda ai rifugiati dell’Rd Congo: l’Africa premiata a Cannes

A distinguersi sulla Croisette sono stati “Ben’imana”, intenso racconto sul dopo genocidio firmato da Dusabejambo, che conquista la Caméra d’Or, e “Congo Boy” di Fariala, premiato per la straordinaria prova del giovane Bradley Fiomona, che segue il sogno musicale di un adolescente rifugiato in Centrafrica

26 Maggio 2026

Articolo di Simona Cella

Tempo di lettura 5 minuti

La regista del film Ben’imana, Marie-Clémentine Dusabejambo. Credito: Le Soleil

La presenza del cinema africano al Festival di Cannes, svoltosi dal 12 al 23 maggio 2026, è passata sottotono nonostante due premi importanti.

A dominare il dibattito fuori dalle sale è stata la campagna Zapper Bolloré, il collettivo di professionisti del cinema e dell’editoria francesi che protesta contro la crescente influenza di Vincent Bolloré sui media e sulla produzione culturale, in particolare dopo l’espansione del suo gruppo tramite Canal+ e UGC. A Cannes l’appello è stato rilanciato da seicento firmatari, tra cui le attrici Adèle Haenel, Juliette Binoche e Blanche Gardin, come presa di posizione contro quella che considerano una concentrazione ideologica e industriale eccessiva.

Un clima che ha finito per oscurare anche i risultati africani: la Camera d’Or per Ben’imana di Marie-Clémentine Dusabejambo – premiata anche dalla Fipresci – e il miglior attore per Bradley Fiomona, protagonista di Congo Boy di Rafiki Fariala, entrambi in concorso nella sezione Un Certain Regard.

Il Rwanda a Cannes

Ben’imana di Marie-Clémentine Dusabejambo è il primo film del Rwanda in una selezione ufficiale a Cannes, e la prima africana a vincere la Caméra d’Or, come miglior film d’esordio. Il film esplora il trauma del genocidio contro i tutsi del 1994 e il difficile processo di riconciliazione che si protrae da decenni.

Nel 2012, mentre in tutto il paese continuano i processi comunitari per la giustizia e la riconciliazione, Vénéranda, una sopravvissuta, guida il dialogo tra le vittime e le famiglie dei carnefici, aiutando gli altri a ricostruire le proprie vite e a guardare al futuro. Ma quando scopre dell’inaspettata gravidanza della figlia, è costretta a confrontarsi con i limiti delle proprie certezze.

Un omaggio alle donne rwandesi

Nel suo discorso di accettazione della Caméra d’Or, Dusabejambo ha dichiarato: «Ho realizzato questo film perché volevo rendere omaggio alle donne del mio paese, a quelle madri che sono alla base della guarigione di un’intera nazione. Quelle madri che, attraverso errori e indicibili avversità, hanno trovato la forza di rimanere in piedi con dignità». «È un progetto che rifiuta la grandiosità», ha aggiunto, «per concentrarsi sulla dignità della ricostruzione, dimostrando che il cinema può essere un vero processo di guarigione, agendo come cura sia per chi fruisce dell’opera sia per chi la crea».

Il paesaggio diventa un personaggio

Ispirata dai film di Isaac Lee Chung e dal lavoro di Haile Gerima, la regista trasforma il paesaggio in un personaggio a sé stante, «un testimone silenzioso degli scontri, il custode di segreti e di una storia tragica che continua a pulsare sottoterra».

Un film in kinyarwanda

Notevole la sua determinazione nel girare il film in kinyarwanda, nonostante le pressioni dei finanziatori per l’uso dell’inglese o del francese. «Non riuscivo a immaginare questo film in un’altra lingua. Volevo davvero catturare il peso delle parole. Ci è voluto molto tempo, ma non volevo che il cuore e l’anima del film andassero persi a causa delle dinamiche del finanziamento», ha dichiarato a Variety.

Nasce un cinema centroafricano

Primo lungometraggio di finzione anche per Rafiki Fariala, già noto per il documentario Nous étudiants, che con Congo Boy trasforma la propria esperienza nella storia del sedicenne Robert.

Nonostante le obiezioni dei genitori, determinati a vederlo proseguire gli studi, Robert vuole diventare musicista. Ma Robert è un rifugiato: i suoi genitori sono fuggiti dal Congo quando era molto piccolo e la loro situazione a Bangui rimane precaria. Quando vengono arrestati, il ragazzo si ritrova a dover badare da solo ai quattro fratelli minori. Si destreggia tra lavoretti saltuari e lo studio per gli esami di maturità, cercando al contempo di evitare le milizie che terrorizzano la città. Finché viene a sapere che è in programma un concorso musicale. Vincere diventa la sua unica speranza.

Resta la cifra documentaristica

Fariala ha lavorato con un co-sceneggiatore francese e sotto la guida di Boris Lojkine, regista di Storia di Souleymane e promotore, insieme a Daniele Incalcaterra, degli Atelier Varan in Repubblica Centrafricana. La cifra documentaristica rimane come eredità di quella formazione, visibile nelle location reali e nella partecipazione di molti attori non professionisti: Bradley Fiomona è stato addirittura scoperto durante un provino di strada. Molti elementi della troupe hanno scoperto il cinema grazie a CinéBangui, scuola di cinema attiva dal 2020 al 2022. Il merito del film è duplice: testimoniare la nascita di un cinema centroafricano e portare l’attenzione sul problema dei rifugiati nel continente africano.

Lagos senza cliché

Nella sezione Quinzaine des cinéastes i registi nigeriani Chuko e Arie Esiri hanno presentato Clarissa, storia di una donna dell’alta società che si prepara a organizzare una festa nella sua casa di Lagos, dove incontrerà inaspettatamente amici un tempo intimi della sua giovinezza. Nel corso di una sola notte, i ricordi delle loro intricate relazioni, dell’amore appassionato, dei desideri nascosti e delle aspirazioni perdute danno origine a una resa dei conti agrodolce.

Lo spunto da Mrs. Dalloway

I registi descrivono Clarissa come seguito del loro primo lungometraggio sulla classe operaia, Eyimofe (2020), e come libera variazione sul romanzo del 1925 di Virginia Woolf, Mrs. Dalloway.

Il film nasce da due impulsi simultanei: l’interesse per il romanzo di Woolf e il desiderio di esplorare uno specifico strato sociale nigeriano. In una sessione di domande e risposte dopo la proiezione, i due registi hanno collegato l’adattamento alla storia coloniale della Nigeria con l’Inghilterra e al loro interesse nel rappresentare un ambiente dell’alta società di Lagos raramente visto sul grande schermo. Una Lagos lontana dai soliti cliché cinematografici: niente traffico, caldo o rumore, ma complessi residenziali, interni curati, movimenti misurati e una calma costosa.

Appuntamento nelle sale

In attesa della prossima edizione del Festival, speriamo di poter vedere presto questi film nelle nostre sale. In particolare Congo Boy, co-prodotto dall’Italia e sostenuto da Rai Cinema.

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