214 km per ritrovare il filo Un viaggio sulla West Highland Line tra sconosciuti, paesaggi e connessioni inattese


214 km per ritrovare il filo Un viaggio sulla West Highland Line tra sconosciuti, paesaggi e connessioni inattese.

“Ci sono viaggi che attraversano luoghi. E altri che attraversano noi.”

Da maggio 2026 è disponibile “214 km per ritrovare il filo”, il nuovo romanzo di Bianca Maria Zaccheo, ambientato lungo la West Highland Line in Scozia. Un viaggio corale tra paesaggi, relazioni sospese e cambiamenti interiori, dove un gruppo di sconosciuti si ritrova ad attraversare non solo luoghi, ma parti dimenticate di sé.

Il romanzo

Tra colorate città portuali, Highlands battute dal vento e piccole isole sospese nel tempo, i protagonisti affrontano un viaggio che lentamente smette di essere soltanto geografico. Ognuno porta con sé nodi irrisolti, desideri rimasti in silenzio e vite costruite più per adattamento che per scelta.Con una scrittura evocativa e cinematografica, Bianca Maria Zaccheo costruisce un romanzo corale che intreccia viaggio, relazioni e trasformazione interiore. Le “soglie” narrative che attraversano il libro diventano metafora di quei passaggi invisibili che spesso segnano la vita delle persone molto prima delle grandi decisioni.

L’autrice

Bianca Maria Zaccheo vive a Roma. Ha lavorato per molti anni presso l’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi. Ex atleta di basket a livello nazionale, oggi si occupa di percorsi legati alla consapevolezza, alla respirazione e alle tecniche di rilassamento attraverso il metodo Gym4Mind.

La scrittura accompagna da sempre il suo percorso umano e professionale, intrecciando viaggio, ascolto ed emozioni autentiche.

214Km per ritrovare il filo…, 26 Lettere Edizioni, Aprile 2026, 194 pag., ISBN 978-88-9862-430-0, 15,00 euro

Estratto dal romanzo ridotto e adattato per uso stampa.

Quindicesima Soglia – Il coraggio di tornare a meravigliarsi

Un gruppo di sconosciuti attraversa la Scozia lungo la West Highland Line. Tra paesaggi sospesi, silenzi e relazioni inattese, il viaggio diventa progressivamente un attraversamento interiore.
Questo estratto è tratto da una delle soglie centrali del romanzo, durante il passaggio sul viadotto di Glenfinnan, quando alcuni personaggi comprendono che osservare la propria vita non basta più.

“Gli archi reggevano il vuoto senza riempirlo.”

Elena aveva prenotato uno scompartimento del Jacobite Steam Train quasi un anno prima, quando quel viaggio era ancora solo un’intuizione fragile.

Non aveva alcuna certezza che quel per-corso, a metà tra viaggio e coaching consapevole, avrebbe davvero visto la luce. Eppure, qualcosa le aveva impedito di rimandare.

La rotta tra Fort William e Mallaig, con i suoi paesaggi vasti e indifferenti, le era apparsa come una promessa silenziosa.

Ora, davanti a quelle carrozze color cremisi, sentì che quel filo non era mai stato solo suo.

Il treno non era più soltanto un mezzo di trasporto. Stava diventando un ingresso.

Alla stazione di Fort William aleggiava uno strano fermento.

L’entusiasmo degli adulti, avvolti in mantelli neri e sciarpe rosso scarlatto e oro, superava quello dei bambini.

Non esistevano più età, solo centinaia di Harry improvvisati che agitavano bacchette sotto una pioggia sottile, che sembrava essere parte dello spettacolo.

Lo stupore prese il posto di tutto il resto quando si trovarono davanti alla locomotiva ferma accanto alla piattaforma, mentre il vapore si mescolava alla pioggia e saliva lento sopra le loro teste.

Giorgio fu il primo a salire. Aveva gli occhi colmi di un’eccitazione che non cercava di mascherare e, fermandosi un istante sulla soglia dello scompartimento, disse: «Prometto che non chiederò incantesimi. Mi basta salire.»

Non ci furono risate. Solo qualche sguardo che si incrociò senza bisogno di spiegazioni.

Quando il treno rallentò nei pressi del Viadotto di Glenfinnan, qualcosa cambiò nell’aria.

Ruben si fermò a guardare gli archi. Pensò che nessun arco avrebbe retto se fosse stato pieno.

Che la solidità non nasce dalla compattezza, ma dallo spazio.

Il telefono era ancora nella sua mano.

“Quando torni?”

Forse il punto non era tornare uguale. Forse il punto era restare in piedi mentre si attraversa.

Mentre gli sbuffi di vapore della locomotiva nera solcavano ampie distese di vegetazione, il treno rallentò.

Molto prima che qualcuno lo annunciasse, la diminuzione di velocità si avvertì nel corpo, più che nel rumore.

Come se il viaggio avesse deciso di prendere fiato.

Dai finestrini iniziarono ad apparire figure sparse sul costone della montagna.

Persone ferme, alcune sedute sull’erba bagnata, altre in equilibrio su rocce scivolose.

Erano lì per quello. Solo per quello.

Aspettavano il passaggio.

Dentro il treno il silenzio si fece più compatto.

Il convoglio entrò sul Viadotto di Glenfinnan con una lentezza solenne.

Gli archi si susseguivano uno dopo l’altro, perfetti, regolari. Sostenevano il peso lasciando spazio. Tutto era vuoto sotto e respiro dentro.

Elena osservava senza cercare nulla. Sentiva soltanto che il gruppo era lì, intero.

Fu allora che qualcuno notò gli sguardi incrociarsi: quelli di chi attraversava e quelli di chi aspettava di vedere.

Due mondi separati da pochi metri.

Uno in movimento. L’altro immobile.

Il treno superò il punto più alto. Per un istante non ci fu né salita né discesa. Solo sospensione.

Poi, lentamente, riprese la sua corsa.

Anna era rimasta vicino al finestrino.

Vide le persone sul costone sollevare le braccia, scattare foto, salutare come se il treno potesse rispondere.

Si chiese quante volte, nella vita, anche lei fosse stata lì.

Ferma.

In attesa che qualcosa passasse abbastanza vicino da poter essere raccontato. Aveva passato anni a osservare storie, a calarsi con precisione nei personaggi, a restituirli al pubblico con verità.

Eppure, in quel momento, capì che conoscere una scena non significava abitarla.

Il treno avanzava.

Lei no, questa volta. Lei era dentro.

Non voleva più essere sul costone.

Non voleva più il punto giusto da cui osservare da lontano per poter dire: ho visto.

Voleva il movimento. Il rischio lieve ma costante di chi attraversa e sente sulla pelle: io c’ero.

Più tardi, verso Mallaig, Giorgio guardò fuori dal finestrino e riconobbe l’isola di Eilean na Moine.

«È lì che Silente si ritira per il suo riposo finale.»

Poi aggiunse con un mezzo sorriso:

«Devo dire che capisco molto la sua scelta del buon riposo. Anche io, ora che sono in pensione, mi ritirerei in un luogo simile.»

Fece una pausa.

«Credo che a casa non sarebbe vissuto come una tragedia.
Anzi… forse come una pausa ben organizzata.»   ….


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