Nel 1938 una villa disabitata in Bassa Slesia diventa il teatro di un evento destinato ad avere conseguenze nel tempo. È lì che Berta Serce, giovane e inquieta, desiderosa di una vita romantica, compie un gesto irreparabile. Da quell’atto si dipana un filo invisibile che attraversa le generazioni: rabbia e desiderio, vergogna e ribellione, silenzi che si trasmettono come un’eredità oscura. In L’ora del lupo (Feltrinelli), Joanna Bator, nata nel 1968 a Wałbrzych, nella Bassa Slesia (Polonia), scrittrice e giornalista, costruisce una saga familiare in cui la sorte è qualcosa che si può sfidare e, forse, cambiare. Anche se la maledizione sembra gravare come un’ombra sulle protagoniste. Barbara, la figlia di Berta, cerca invano di ribellarsi agli abusi che subisce; Violetta, la nipote, si rifugia nei sogni patinati delle riviste scandalistiche e in amori sbagliati; Kalina, la pronipote, ha il coraggio di dare voce ai fantasmi, ricomponendo i frammenti.
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L’assenza maschile è alla base della trama, dove gli uomini appaiono e scompaiono, lasciando vuoti dolorosi. Con una scrittura che alterna ironia e malinconia, Bator intreccia memoria privata e storia collettiva che attraversa il periodo nazista, il comunismo e la transizione successiva al 1989. Sullo sfondo città e villaggi della Bassa Slesia, una regione che nei secoli è passata sotto il dominio di cechi, austriaci e tedeschi e che dopo la Seconda guerra mondiale, in seguito agli accordi tra le potenze alleate, è diventata polacca.
Il romanzo, che si muove sul confine tra realtà e invenzione, è anche, come spiega l’autrice, raggiunta via Zoom nella sua casa vicino a Varsavia, «il mio processo di emancipazione trasformato in saga, un confronto con i mostri del passato e un tentativo di spezzare l’incantesimo. Scrivere è stato un atto di liberazione».
Joanna Bator, nata nel 1968 a Wałbrzych, in Bassa Slesia (Polonia), è autrice di numerosi libri di narrativa e saggistica, ha vinto il premio Nike e l’Österreichischer Staatspreis für Europäische Literatur. Nel 2022 in Italia ha pubblicato Montagna di sabbia (foto Magda Hueckel)
Come ha concepito l’idea del romanzo?
L’idea era già dentro di me, ma avevo bisogno di un segno. Era novembre, un giorno grigio, passeggiavo fra le tombe del cimitero di Unisław Śląski, non lontano da Wałbrzych, la città dove ho vissuto. Ho visto una lapide quasi illeggibile, con il nome Winifreda. Poi un amico mi ha raccontato la storia di una donna che si diceva avesse ucciso il padre salumiere, trasformandolo in salsiccia. Tornata a casa, ho iniziato a scrivere e unendo le due figure ho immaginato che Winifreda fosse madre della parricida Berta, e non mi sono fermata finché il romanzo non è finito, cioè un anno e mezzo dopo.
Come ha lavorato sul confine tra realtà e finzione?
Il 99 per cento è invenzione. L’omicidio paterno della ragazza mi ha colpita per la sua forza simbolica: è l’opposto del mito freudiano. La realtà è solo un seme, il romanzo è un organismo autonomo. Alla fine è stata un’esperienza olistica che ho potuto sentire con la mia mente, con il mio corpo e la mia anima.
Kalina dice: “La mia storia familiare è piena di buchi a forma di uomo”. È anche una sua osservazione personale?
Sì, la mia biografia è piena di assenze maschili. Così ho raccontato quattro donne che vivono senza uomini, figure mai centrali e spesso violente ed egocentriche.
La cover del romanzo L’ora del lupo di Joanna Bator, un romanzo-saga ispirato dalla realtà. Le protagoniste sono quattro donne – Berta, Barbara, Violetta e Kalina – le cui vicende si dipanano dalla Seconda guerra mondiale a oggi. “Irrilevanti” gli uomini (Feltrinelli, pag. 656, euro 24)
Berta, Barbara, Violetta e Kalina condividono rabbia e ribellione. In che cosa si differenziano?
Berta rappresenta il desiderio senza strumenti: sogna ma è prigioniera del patriarcato. Il suo unico spazio di emancipazione è il corpo. Barbara appartiene a una generazione che non ha fiducia in se stessa. Lavora, guadagna, ma interiorizza la paura. Violetta è una Madame Bovary: crede che l’amore la salverà e distrugge ciò che di buono le accade. Kalina, invece, non si rifugia in sogni romantici e accetta la realtà. È stata salvata dall’amore della nonna Barbara.
Quanto i periodi storici influenzano la vita delle protagoniste?
Moltissimo. Durante il nazismo Berta non aveva possibilità: educazione e autonomia le erano negate. Barbara vive la “falsa emancipazione” del comunismo: entra nel mondo del lavoro, ma resta fragile. Violetta attraversa il crollo del regime degli Anni 90 con l’illusione che tutto sia possibile. Anche io, allora, come lei, ingenuamente, ci credevo. Kalina è una giovane donna di oggi, alla soglia dei trent’anni, che cerca di spezzare l’incantesimo oscuro che grava sulla sua stirpe
Quale figura sente più vicina?
Forse Berta per la sensibilità e Kalina per la libertà. Molte donne della mia generazione si riconoscono in Violetta. Barbara è la madre che non ho avuto: l’ho inventata anche per questo.
La trasmissione del trauma da madre in figlia è centrale. È qualcosa che ha vissuto anche lei?
Per il romanzo ho voluto approfondire e studiare il trauma transgenerazionale. Certamente le esperienze dei nostri genitori vivono nei nostri corpi. Il crimine di Berta non muore con lei: sopravvive nelle ansie di Barbara e nell’insicurezza di Violetta. Anche nella mia famiglia c’è una storia di perdita durante la guerra. E fare ricerca è stato liberatorio. Siamo responsabili delle nostre azioni, ma il passato ci attraversa.
Wałbrzych e la Bassa Slesia, più che uno sfondo, sono quasi personaggi. Che cosa rappresentano per lei?
Quando ho lasciato Wałbrzych a 18 anni ero certa che ci non sarei più tornata. Ho viaggiato e sono stata anni in Giappone e in Grecia, poi ho capito, scrivendo il romanzo, che dovevo ripercorrere l’infanzia e costruire il mio senso di appartenenza.
Il paesaggio, con la sua desolazione e il suo silenzio, che ruolo ha?
La Bassa Slesia in novembre è sospesa, come se stesse per cambiare. È un luogo emotivo.
Parla di cultura patriarcale contaminata dal cattolicesimo. Quali i suoi effetti su di lei?
Sono cresciuta pensando che la sessualità fosse una cosa proibita e pericolosa. Niente educazione, nessuna parola per nominare il piacere. Non ho mai sentito mia madre pronunciare il termine “orgasmo”. Il silenzio crea vergogna. La mia generazione non sapeva essere assertiva e forte.
Nei suoi studi si è occupata degli aspetti filosofici della teoria femminista, come sta il movimento in Polonia?
È più vivo nelle strade che in Parlamento. I diritti delle donne continuano a essere fragili, qualunque sia il governo. La situazione è ambigua: il Paese è più moderno e confortevole, ma politicamente è instabile. Questo mi addolora, ma io credo nell’attivismo.
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Letizia Rittatore Vonwiller
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