I tritoni che faticano a trovare ambienti adatti alla riproduzione, le zecche sempre più diffuse nei boschi, le specie invasive che alterano gli equilibri naturali e le foreste messe alla prova da parassiti, incendi e tempeste. Se gli effetti del cambiamento climatico si misurano spesso attraverso l’aumento delle temperature o la frequenza degli eventi estremi, le conseguenze più profonde si osservano negli ecosistemi, dove equilibri costruiti nel corso di decenni stanno cambiando rapidamente.
È uno dei temi emersi con maggiore forza durante il seminario “Cambiamenti climatici e impatto sui nostri habitat naturali”, ospitato a Villa Recalcati di Varese nell’ambito del progetto Interreg Sintab.
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Le zone umide della Bevera e gli habitat più fragili
Tra gli ambienti che mostrano i segnali più evidenti del cambiamento climatico ci sono le zone umide, ecosistemi preziosi per la biodiversità ma particolarmente sensibili alle variazioni del regime delle precipitazioni. Ne ha parlato Giuseppe Barra, presidente del Parco Campo dei Fiori, richiamando il lavoro svolto dai gestori delle aree protette anche all’interno del Parco Locale di Interesse Sovracomunale della Bevera.
«Uno dei temi su cui lavoriamo è tutto il tema delle zone umide lungo la Bevera», ha spiegato. In questi ambienti il problema non è soltanto la diminuzione della disponibilità d’acqua, ma soprattutto la crescente irregolarità delle condizioni climatiche. Periodi molto siccitosi alternati a precipitazioni particolarmente intense stanno infatti mettendo in difficoltà habitat che dipendono da equilibri delicati. «Questi habitat entrano di fatto in crisi», ha osservato Barra.
Le conseguenze riguardano anche la fauna. Tra gli esempi citati vi sono gli anfibi, che necessitano della presenza costante di aree umide per completare il proprio ciclo riproduttivo. Quando stagni e raccolte d’acqua si prosciugano o diventano instabili, specie come i tritoni incontrano maggiori difficoltà a riprodursi e a mantenere popolazioni vitali.
Habitat sotto pressione e specie invasive
Tra i temi affrontati durante il seminario c’è stato anche quello delle specie invasive, al centro del progetto transfrontaliero Interreg Sintab che coinvolge enti italiani e svizzeri. Marco Clerici, presidente del Parco Pineta, ha sottolineato come il cambiamento climatico e la tutela degli habitat siano temi strettamente collegati. «Parlare di clima oggi vuol dire anche parlare di dissesto idrogeologico, dello stato dei versanti e della cura del bosco», ha osservato.
Secondo Clerici, il problema delle specie invasive non riguarda tanto la loro provenienza quanto gli effetti che producono sugli ecosistemi. «Il tema non è da dove arrivano queste piante o questi animali, ma come si inseriscono sul nostro territorio». Alcune specie, infatti, non si limitano a occupare una nicchia ecologica, ma finiscono per modificare profondamente l’ambiente circostante, alterando gli equilibri esistenti e mettendo in difficoltà specie vegetali e animali già presenti.
È proprio per questo che il progetto Sintab concentra le proprie attività sul contrasto ai fenomeni che contribuiscono al deterioramento e alla perdita degli habitat naturali.
Per il presidente del Parco Pineta, la risposta non può essere affidata a un’unica soluzione. «Il parco è qualcosa di estremamente vivo e, come tutti gli esseri viventi, si adatta e reagisce agli eventi che lo circondano». Da qui la necessità di unire l’esperienza maturata sul territorio, le conoscenze tradizionali e gli strumenti messi a disposizione dalla ricerca e dalle nuove tecnologie.
Un lavoro che richiede però anche adeguate risorse economiche. Clerici ha richiamato il tema dei finanziamenti necessari per intervenire concretamente sul territorio, dalla prevenzione del dissesto alla tutela degli habitat. «Le risorse per fare gli interventi arrivano da fondi pubblici e una parte importante viene poi restituita allo Stato attraverso l’Iva», ha osservato, auspicando una riflessione sugli strumenti a disposizione degli enti che operano nella gestione ambientale.
Quando gli effetti si sommano
Uno dei concetti richiamati più volte durante il seminario è che il cambiamento climatico raramente agisce attraverso un singolo fattore. Paolo Valisa, meteorologo del Centro Geofisico Prealpino, ha spiegato come gli effetti tendano piuttosto a sommarsi e a rafforzarsi reciprocamente. Il caso del Campo dei Fiori è stato indicato come uno degli esempi più significativi osservabili nel territorio varesino.
Gli inverni più miti hanno favorito la proliferazione del bostrico, insetto che attacca gli alberi e ne indebolisce la struttura. La riduzione delle nevicate ha lasciato il sottobosco più esposto agli incendi, mentre le tempeste sempre più intense hanno colpito ecosistemi già fragili.
«L’effetto dei cambiamenti climatici non agisce spesso in maniera separata, ma questi cambiamenti si sommano o addirittura si moltiplicano tra loro», ha spiegato Valisa. Secondo il meteorologo, la combinazione di questi fenomeni ha contribuito alla profonda trasformazione dell’ecosistema forestale del Campo dei Fiori, mostrando come la vulnerabilità degli habitat non dipenda da un singolo evento ma dall’interazione di più fattori.
Fauna sotto pressione
Le trasformazioni in corso non riguardano soltanto gli ambienti naturali ma anche gli animali che li abitano. Adriano Martinoli, docente di Zoologia e conservazione della fauna dell’Università dell’Insubria, ha illustrato alcuni dei fenomeni osservati negli ultimi anni in diverse specie.
Tra questi vi è la riduzione del peso corporeo medio registrata in alcuni animali. Un dato che, secondo gli studi citati dal docente, può essere collegato alla crescente difficoltà nel reperire le risorse necessarie alla sopravvivenza.
«Gli animali hanno il problema opposto al nostro: devono raggiungere quel minimo di apporto calorico quotidiano per riuscire a sopravvivere», ha spiegato Martinoli. Il docente ha richiamato anche il caso dello stambecco, specie adattata a vivere in ambienti estremi. In alcune popolazioni è stato osservato un aumento della mortalità dei giovani esemplari, con effetti che possono influire sulla capacità di rinnovamento della specie nel tempo.
Anche gli eventi estremi possono avere conseguenze dirette sulla fauna. Martinoli ha citato il caso delle volpi volanti australiane, grandi pipistrelli che negli anni scorsi hanno subito pesanti mortalità durante eccezionali ondate di calore. Un esempio utilizzato per spiegare come l’aumento delle temperature possa incidere direttamente sulla sopravvivenza delle specie animali.
Il boom delle zecche
Tra gli effetti più concreti e percepibili anche dai frequentatori di boschi e sentieri vi è l’aumento degli ectoparassiti, in particolare delle zecche. Secondo Martinoli il fenomeno è legato anche all’andamento delle temperature invernali. Negli ultimi decenni, inoltre, il territorio ha visto crescere la presenza di grandi mammiferi come cervi, caprioli e cinghiali, che contribuiscono alla diffusione di questi parassiti.
«Se attraversiamo degli inverni che non sono così freddi, la mortalità indotta dalla temperatura nei parassiti cala drasticamente», ha spiegato. In passato gli inverni rigidi contribuivano a contenere naturalmente le popolazioni di questi organismi. Oggi, invece, una maggiore sopravvivenza durante la stagione fredda consente alle zecche di essere presenti in numero più elevato e per periodi più lunghi dell’anno.
Il risultato è una stagione di attività che tende ad anticiparsi e una maggiore probabilità di incontro con persone e animali domestici durante le attività all’aria aperta.
Conoscere per intervenire
Di fronte a trasformazioni che coinvolgono habitat, fauna e paesaggio, i relatori hanno sottolineato l’importanza del monitoraggio e della ricerca scientifica. Barra ha evidenziato il valore del lavoro svolto da osservatori, università e progetti di collaborazione tra enti per comprendere l’evoluzione degli ecosistemi e orientare correttamente gli interventi di tutela. Martinoli ha invece richiamato il ruolo della divulgazione scientifica e della consapevolezza pubblica. «L’arma della conoscenza è potentissima», ha osservato.
Comprendere come gli ecosistemi stanno reagendo ai cambiamenti climatici, secondo gli esperti, rappresenta infatti il primo passo per individuare strategie efficaci di tutela e adattamento in un territorio che sta già sperimentando trasformazioni profonde.
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