di Alberto Bianchi
Riflessioni a partire dal dibattito di Libertà Eguale
Nel confronto avviato da Libertà Eguale con il Seminario nazionale del 22 maggio scorso a Roma, un tema apparentemente linguistico si rivela, in realtà, un nodo politico di rilievo. Si tratta dell’uso sempre più indifferenziato e banalizzato – e spesso tattico – dei termini “Campo largo” e “Centrosinistra” nel discorso pubblico della sinistra italiana. Due espressioni che, a uno sguardo superficiale, potrebbero sembrare intercambiabili; ma che, se osservate con la necessaria attenzione, rimandano a realtà politiche diverse, a culture politiche diverse, e persino a epoche diverse della storia repubblicana.
Questa confusione non è neutra. Produce effetti politici concreti, perché altera la percezione del presente e distorce la memoria del passato. E soprattutto perché rischia di rendere più difficile costruire un’offerta riformista politico-programmatica coerente e convincente per il confronto elettorale delle elezioni politiche del 2027.
Certo, qualcuno potrebbe anche pensare che, poiché esponenti nazionali dello schieramento di sinistra attuale – quali Giuseppe Conte ed i suoi fedelissimi o dirigenti del Pd appiattiti sulle posizioni del M5S – preferiscano in assoluto definirsi rappresentati del Campo largo e null’altro, la questione possa dirsi non sussistente e, dunque, definitivamente chiarita. Ma il nodo sta veramente così? Oppure è alquanto più complesso? Propenderei per la seconda ipotesi.
Il “Campo largo”: una formula elettorale, non una cultura di governo
Il termine Campo Largo nasce come definizione elettorale, non come espressione di una coesa linea politica alternativa di governo. Indica un’aggregazione ampia, eterogenea, spesso costruita per somma di sigle e di sensibilità diverse, accomunate più dalla necessità di competere contro il centrodestra che da una visione condivisa di governo.
È una formula che appartiene al presente, e che descrive un fronte tattico, non un progetto strategico. Non evoca una tradizione, non richiama una cultura politica sedimentata, non rimanda a esperienze di governo riconoscibili. È un contenitore, non un contenuto politico-programmatico trasparente e credibile.
Proprio per questo, il suo uso può facilmente diventare strumentale: basta allargare o restringere il perimetro del “campo” per ottenere effetti comunicativi diversi.
Il “centrosinistra”: una tradizione politica, non un espediente retorico
Il termine centrosinistra, al contrario, ha una storia lunga e stratificata. Rimanda a stagioni di governo, a culture politiche che hanno dialogato e si sono integrate, a un lessico riformista che ha segnato decenni di vita repubblicana. È un concetto che porta con sé un’eredità: quella più antica del centrosinistra storico della Prima Repubblica e, soprattutto, quella delle esperienze di governo a noi più vicine nel tempo dell’Ulivo, del primo centrosinistra Prodi, delle stagioni riformiste che hanno cercato di coniugare crescita, diritti, responsabilità istituzionale e collocazione europea ed atlantica, come i governi Renzi e Gentiloni.
Usarlo come sinonimo di Campo Largo significa cancellare questa storia. E significa, soprattutto, attribuire al presente una profondità politica che oggi non c’è.
L’uso tattico dei due termini: il caso del “Fatto Quotidiano” e non solo
Il fenomeno è particolarmente evidente in alcune aree del giornalismo politico. Il Fatto Quotidiano ne offre un esempio ricorrente: quando si vuole sottolineare una postura radicale, identitaria, antagonista, si ricorre al termine Campo Largo; quando invece si vuole parlare a un elettorato più moderato per attrarne il consenso, si rispolvera il termine centrosinistra, spesso accompagnato da aggettivi come “nuovo”, “avanzato”, “innovativo”.
Non si tratta di un dettaglio stilistico. È un modo per spostare il baricentro semantico a seconda della convenienza del momento, senza assumersi la responsabilità di definire una strategia politica stabile. È un uso che confonde, più che chiarire.
E questa oscillazione non si limita alle pagine del Fatto Quotidiano: si è diffusa anche in altri ambienti della sinistra e, in alcuni limitati casi, persino tra qualche riformista.
Il valore di contrasto di un editoriale
Per questo – a mio parere – è significativo, a contrasto, l’editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera del 29 maggio, “Quando il silenzio è d’oro”. Polito dà l’impressione di compiere una scelta linguistico-politica ben precisa: usa sempre il termine Campo largo per descrivere lo stato attuale della sinistra, e ricorre pertinentemente al termine Centrosinistra sol quando evoca esperienze di governo del passato.
È un uso rigoroso, che rispetta la distinzione tra ciò che oggi esiste, un fronte elettorale eterogeneo, e ciò che è esistito, una tradizione politica riformista e di governo. È un uso che non confonde i piani, restituendo dignità semantica a entrambi i termini.
Perché la distinzione è politicamente decisiva
La differenza tra Campo largo e Centrosinistra non è un dettaglio linguistico. È una differenza politico‑culturale: il primo descrive soltanto un perimetro elettorale; il secondo una cultura di governo, non un’alleanza contingente.
Confondere i due piani significa impedire alla sinistra italiana di capire dove si trova e dove vuole andare. Significa attribuire al presente una profondità che non ha, e al passato una continuità che – ahimè – non esiste più. Significa, soprattutto, rendere più difficile il lavoro stesso dei riformisti che vogliono costruire un’offerta politico‑programmatica seria per il 2027.
Perché un’offerta riformista può dialogare con tutti, ma può nascere solo dentro una cultura politica che ha radici nel centrosinistra.
Il compito dei riformisti: restituire precisione alle parole
Se Libertà Eguale vuole contribuire in modo serio al confronto elettorale del 2027, deve partire da qui: anche dalla chiarezza delle parole. Perché la chiarezza delle parole è la condizione per la chiarezza della politica.
Riconoscere che Campo largo e Centrosinistra non sono sinonimi significa riconoscere che la sinistra italiana non ha oggi una cultura di governo condivisa che deve essere ricostruita. Significa riconoscere che il riformismo non è un aggettivo da aggiungere a un’alleanza, ma una tradizione politica che va ripensata e rilanciata. Significa riconoscere che il 2027 è un passaggio importante, certo, ma che la prospettiva vera è bel oltre quell’appuntamento.
E significa, infine, che il lavoro iniziato con il Seminario del 22 maggio non è un esercizio linguistico, ma un tentativo di restituire alla sinistra italiana un lessico politico che abbia radici nella sua storia e capacità di innovare e parlare al presente e al futuro.
È anche un modo specifico per dare ai contenuti e alla prospettiva strategica della proposta riformista politico-programmatica un linguaggio capace di comunicare con chiarezza ed efficacia agli italiani quel che “dobbiamo, vogliamo e possiamo fare”.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.
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