La politica britannica si trova sospesa in una fase di transizione confusa. Senza andare a evocare i “fenomeni morbosi” di Antonio Gramsci, basta guardare il paesaggio politico attuale per capire quanto questo “interregno” sia faticoso, nervoso e carico di contraddizioni. Il punto è capire quanto ciò che sta accadendo nel Regno Unito rappresenti anche un laboratorio politico per altri contesti
Marzia Maccaferri
Passata l’euforia della notte elettorale, forse possiamo provare a fare una riflessione meno estemporanea dei risultati delle elezioni locali e regionali britanniche del 7 maggio scorso. Con uno sguardo più lungo e più largo. E soprattutto che vada oltre le paturnie permanenti del Labour Party e del governo di Keir Starmer.
Sulla crisi laburista torneremo presto, inevitabilmente. Da qui al 18 giugno – giorno dell’elezione suppletiva nel collegio di Makerfield, seggio reso vacante per consentire al sindaco di Manchester Andy Burnham, già incoronato nuovo possibile salvatore del Labour, di approdare a Westminster – lo psicodramma è destinato a proseguire. E continueremo a parlarne, eccome.
Ma le elezioni locali hanno raccontato qualcosa di più grande della semplice crisi del primo ministro. Sono la crudele fotografia di un processo in corso da anni: la decomposizione progressiva del sistema politico britannica come lo conoscevamo.
Dentro questi risultati c’è quasi tutto. Il populismo ha dominato la scena in entrambe le sue versioni, a destra e a sinistra: Reform UK e Green Party, molto più nel primo che nel secondo caso.
I partiti tradizionali sono stati spazzati via, ma quelli emergenti non sembrano ancora in grado di prenderne pienamente il posto.
I partiti regionalisti – o nazionalisti-indipendentisti, a seconda della prospettiva che si vuole adottare – hanno vinto, ma anche loro in modo incompleto, raggiungendo solo maggioranze relative. E in un paese che legge il parlamento con una legge elettorale fortemente maggioritaria e intrinsecamente “disrappresentativa”, questo produce ingovernabilità.
Questi numeri raccontano anche qualcosa di più profondo di un riallineamento elettorale: parlano di polarizzazione culturale, del logoramento di una politica identitaria che non riesce più a integrare né a costruire linguaggi comuni e, soprattutto, della fine del neoliberismo come orizzonte egemonico condiviso. Il problema è che il nuovo ordine non è ancora nato davvero.
La politica britannica si trova sospesa in una fase di transizione confusa. Senza andare a evocare i “fenomeni morbosi” di Antonio Gramsci, basta guardare il paesaggio politico attuale per capire quanto questo “interregno” sia faticoso, nervoso e carico di contraddizioni. Il punto è capire quanto ciò che sta accadendo nel Regno Unito rappresenti anche un laboratorio politico per altri contesti.
Certo, hanno perso il Labour e Starmer: dimezzati il numero dei councillors, terzo in partito in Galles dove vinceva fin dalla prima elezione per l’assemblea regionale; in breve, uno dei risultati peggiori di sempre. Ma soprattutto ha perso il bipartitismo britannico, che per decenni ha funzionato come dispositivo di stabilizzazione sociale.
Il modello Westminster era – dobbiamo iniziare a dire – una macchina estremamente efficace di semplificazione istituzionale e politica della realtà britannica: trasformava una società attraversata da profonde fratture economiche, territoriali e culturali in maggioranze parlamentari apparentemente solide, anche quando il partito vincitore risultava largamente minoritario nel Paese reale.
Del resto, nessun partito britannico ha quasi mai ottenuto contemporaneamente la maggioranza dei voti popolari e dei seggi. Soltanto Clement Attlee nel 1945 e Margaret Thatcher nel 1979 ci sono andati vicini. Per questo tutti i commenti scandalizzati sul fatto che Reform – il partito che ha fatto il pieno ovunque lo scorso 7 maggio – non rappresenti la maggioranza del paese, fanno abbastanza sorridere. La gran parte dei governi britannici del dopoguerra non l’hanno davvero mai rappresentata.
Le elezioni non sono un sondaggio sociologico. Sono un processo istituzionale che traduce voti in potere e numeri in seggi. E vanno commentate in quanto tali. Il problema è che quel meccanismo continua ad essere esercitato dentro un sistema politico che però non è più bipartitico. E il risultato è una crescente distorsione tra rappresentanza, consenso e governabilità.
Hanno dunque vinto i populismi o i nazionalismi? La risposta probabilmente è: entrambi.
Il Regno Unito oggi si ritrova con almeno quattro partiti realmente “nazionali”; e uno di questi è ormai stabilmente Reform. Secondo partito in Galles in termini di voto popolare, in crescita anche in Scozia e, seppure in lieve flessione rispetto ai sondaggi più ottimistici, ancora largamente dominante nelle diverse regioni inglesi, il partito di Nigel Farage si è consolidato come perno della nuova frammentazione britannica.
Le proiezioni nazionali delle amministrative consegnano infatti Reform tra il 26 e il 27% del voto popolare. Secondo il Projected National Share elaborato da John Curtice per la BBC, Reform sarebbe al 26%, davanti ai Verdi – vera sorpresa politica di queste elezioni – accreditati del 18%, mentre Labour e Conservatori sarebbero entrambi fermi al 17%. Diversa ma non meno significativa la fotografia proposta dal National Equivalent Vote di Will Jennings per Sky News: anche qui Reform resta nettamente primo al 27%, seguito però dai Conservatori al 20%, con Labour precipitato al 15%. Al netto delle differenze metodologiche, il dato politico resta lo stesso: il vecchio bipolarismo britannico appare definitivamente incrinato e il Regno Unito assomiglia sempre di più alle democrazie continentali europee. Si sta italianizzando, ha scritto il Financial Times.
Di Nigel Farage abbiamo già scritto molto, non serve qui ripetersi. Vale però la pena fare una precisazione importante.
Reform non è più una semplice forza di protesta folkloristica, ma una presenza strutturale del panorama politico. O meglio: è anche quello, protesta, ma non solo quello. Una valutazione più articolata arriverà fra qualche mese, quando vedremo cosa faranno concretamente i consiglieri comunali e i sindaci appena eletti.
Governare consigli locali nel nord dell’Inghilterra è molto più complicato che fare campagna elettorale contro Londra o i migranti.
Del resto, dalla chiusura delle urne diversi neoeletti consiglieri di Reform hanno già dovuto dimettersi a causa di commenti apertamente razzisti pubblicati online, palesi simpatie hitleriane, curriculum inventati o omissioni piuttosto creative sulla propria attività professionale – incluso un candidato che aveva “dimenticato” di comunicare agli elettori di essere una star di OnlyFans.
Naturalmente, la stampa ci si è buttata con l’entusiasmo di chi finalmente poteva tornare a parlare di sesso e scandali, nella miglior tradizione dei tabloid. Comprensibile: esiste una forma di conforto psicologico nel convincersi che il consolidamento di un partito reazionario e di ultra destra come Reform sia soltanto una gigantesca farsa grottesca interpretata da personaggi improponibili.
Certo Reform è oggi una forza politica estremamente fluida e ancora improvvisata. Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Perché Reform intercetta qualcosa di profondamente reale. E profondamente britannico. Riflette la sensazione di abbandono territoriale, economico e culturale di larga parte del paese. Canalizza il collasso della fiducia nelle istituzioni centrali. Alimenta la convinzione – spesso corretta – che il Regno Unito di oggi sia costruito quasi interamente attorno agli interessi di Londra e del Sud-Est del paese.
Ed è proprio qui che emerge il secondo grande dato strutturale di queste elezioni: il ritorno potentissimo della questione territoriale. I partiti regionalisti hanno ottenuto maggioranze, seppur relative, sia in Scozia sia in Galles.
Ma anche qui bisogna fare attenzione a non mettere tutto nello stesso contenitore. Perché si è votato con sistemi elettorali differenti.
Nel caso gallese con una legge elettorale proporzionale corretta attraverso il metodo d’Hondt, le cui conseguenze in Italia le abbiamo conosciute molto bene fino ai primi anni Novanta. Anche per questo, qualsiasi analisi che mescoli automaticamente risultati inglesi, gallesi e scozzesi rischia di essere profondamente fuorviante.
Il Regno Unito è dunque oggi uno spazio sempre più asimmetrico. Economicamente, culturalmente e istituzionalmente in cui emerge la terza novità, la più rilevante, di queste elezioni: il successo del Green party. Probabilmente il caso più interessante e più ambiguo dell’intera tornata elettorale.
Il Green Party ha consolidato il proprio radicamento urbano e ha vinto dove tutti si aspettavano che vincesse: soprattutto nelle grandi città e nei centri universitari, nelle periferie metropolitane, nel voto giovane e musulmano e tra gli ex elettori laburisti radicali.
Ha intercettato una parte importante del vuoto lasciato dalla parabola del corbynismo e ha raccolto gran parte del discontento progressista e post-laburista, ma non così bene come sperava. Resta ancora una forza molto urbana, molto generazionale e molto disomogenea territorialmente.
Il voto giovane non va minimizzato. Anzi, probabilmente è il dato più significativo e quello che lascia intravedere più speranze. In un paese che rischia di ritrovarsi governato come una riunione di condominio tra pensionati arrabbiati presieduta da Nigel Farage, il fatto che gli under trenta siano tornati a votare è già, di per sé, una piccola rivoluzione. Ma il Green party resta ancora lontano dall’essere una vera alternativa nazionale al Labour, nonostante una parte della campagna elettorale abbia implicitamente cercato di presentarlo in questi termini.
Per ora il Green Party sembra soprattutto una forma di millennial socialism: una coalizione ancora fragile tra la vecchia anima ambientalista, storicamente radicata nel partito, e una nuova generazione orfana di una proposta radicale coerente, disilussa dal collasso del neoliberismo ma priva di strutture organizzative solide.
Il leader Zack Polanski è riuscito a convogliare questo spazio politico grazie a una presenza sui social media molto efficace, trasformando visibilità digitale in consenso reale. Ma la strada per tradurre quel consenso in un progetto politico nazionale resta lunga, seppure le potenzialità soprattutto nei giovani attivisti sono concrete.
Come nel caso di Reform, a sole due settimane dalle elezioni nella sola zona di Londra sei consiglieri hanno dato le dimissioni adducendo fra questioni famigliari e di salute, accuse di antisemitismo e incompatibilità istituzionale. Un po’ come durante gli anni universitari fuorisede si sceglievano i coinquilini: “non sembra pericoloso e può trasferirsi lunedì”.
Ma c’è un ulteriore aspetto veramente bizzarro, e piuttosto rivelatore, del fenomeno Green Party. Direi quasi perfettamente simbolico.
Oltre al piccolo scandalo sulle tasse comunali non pagate da Polanski – vicenda che probabilmente gli attivisti hanno già dimenticato e che in fondo non è davvero grave – il fatto surreale è un altro: il leader del Green Party non è andato a votare. Esatto.
Ha passato settimane a chiedere agli elettori di votare Green, salvo poi non votare lui stesso. Credo sia arduo trovare un precedente simile nella storia politica occidentale, e certamente lo è nel Regno Unito. Ed è difficile non vedere dentro questa “dimenticanza” qualcosa di più grande della semplice distrazione personale.
C’è quasi una metafora involontaria della politica contemporanea: ipermediatizzata, performativa, continuamente presente online, ossessionata dalla comunicazione, ma allo stesso tempo sempre più scollegata dalla materialità concreta della partecipazione politica, dai suoi simboli e dalle sue pratiche noiose.
La frammentazione emersa nelle elezioni locali non è comparsa dal nulla. È il risultato di trasformazioni profonde e lentissime nel rapporto tra cittadinanza, identità politiche e partiti. Per decenni la politica britannica ha funzionato attraverso appartenenze quasi ereditarie e stabili: si votava Labour o Conservatore non soltanto per convinzione politica, ma spesso per classe sociale, famiglia, territorio, per abitudine emotiva.
Con il progressivo collasso delle fedeltà partitiche novecentesche, gli elettori britannici, come del resto quelli degli altri paesi europei, sono diventati mobili, volatili e imprevedibili. E anche la vecchia struttura di classe è andata dissolvendosi lasciando il posto a nuove linee di frattura, e di sfruttamento e ineguaglianza, costruite attorno all’età, al livello di istruzione, alla geografia, e al rapporto emotivo con la globalizzazione e con Londra stessa.
Non a caso, i tre partiti oggi emergenti – con l’eccezione di Reform – affondano le proprie radici nella crisi politica e culturale apertasi negli anni Settanta, nel momento di transizione verso il nuovo ordine neoliberale.
Lo Scottish National Party, pur fondato nel 1934, conosce il suo primo vero successo elettorale nel 1974, quando conquista sette seggi a Westminster nel pieno della crisi dello stato britannico post-industriale.
Il Plaid Cymru, nato in Galles nel 1925, si consolida anch’esso negli anni Settanta, intrecciando questione indipendentista e declino economico. E persino il Green Party nasce nel 1973 – inizialmente con il nome proto-hippy di People – dentro quella stessa frattura.
La frammentazione odierna non rappresenta semplicemente la crisi del neoliberismo. Ne è anche il prodotto politico di lungo periodo e la risposta balbettante alle modificazioni territoriali, culturali e sociali che esso ha generato.
In questo contesto le trasformazioni sociali legate alla globalizzazione, alla deindustrializzazione e al rimosso dell’eredità imperiale sono state raccontate dai partiti di massa tradizionali quasi esclusivamente come rappresentanza identitaria. E molte comunità della working class, soprattutto nelle aree “fuori Londra” hanno finito per percepire il discorso politico come qualcosa pensato per altri.
L’idea di inclusione e solidarietà è diventata una guerra culturale da difendere moralmente invece che uno degli elementi da interpretare e decostruire politicamente. È qui che la Brexit ha avuto un effetto devastante e accelerazionista, risemantizzando l’identità nazionale attraverso nuove fratture economiche e territoriali. La geografia elettorale di Reform non a caso coincide quasi perfettamente con la geografia della stagnazione economica britannica.
Per descrivere la fase odierna della politica britannica, la categoria di hyperpolitics elaborata da Anton Jäger è probabilmente una delle più utili.
Secondo Jäger, le democrazie occidentali stanno entrando in una fase caratterizzata da un apparente paradosso: la politica occupa ormai ogni spazio della vita sociale e culturale, ma contemporaneamente le sue strutture collettive tradizionali si stanno svuotando.
La Brexit ha rappresentato probabilmente il momento hyperpolitico per eccellenza della storia britannica contemporanea creando due nuove meta-identità permanenti: Leave e Remain. Due tribù. Due modi opposti di leggere il paese, la modernità, la globalizzazione, l’immigrazione, Londra, la provincia, il futuro stesso. È diventata ideologia. Ha trasformato milioni di cittadini in soggetti politicamente mobilitati e permanentemente schierati, ma senza ricostruire forme stabili di organizzazione politica.
Visti in questa prospettiva, Reform e il Green Party sono prodotti dello stesso ecosistema: identità forti, organizzazioni deboli, mobilitazione continua e crescente incapacità delle istituzioni di assorbire e stabilizzare il conflitto. Almeno per il momento.
Queste elezioni hanno fotografato anche qualcos’altro: la fine dell’egemonia neoliberale britannica. Già la crisi del 2008 e poi la pandemia avevano riportato la politica con la P maiuscola al centro della scena. Ma la fine di un’egemonia politico-culturale non produce automaticamente un nuovo assetto.
Produce spesso una lunga fase intermedia di caos. Ed è esattamente il punto in cui si trova oggi il Regno Unito. Un paese in cui una elezione suppletiva, quella di Makerfield il prossimo 18 giugno, diventa lo strumento per l’elezione indiretta del prossimo primo ministro. In cui l’alternativa ai partiti tradizionali è guidata da Nigel Farage che promette di trasformare il paese in un paradiso fiscale per le criptovalute. E in cui il principale partito emergente della sinistra, il Green party, è guidato da un uomo che si “dimentica” di andare a votare.
Il Regno Unito contemporaneo assomiglia sempre meno alla Westminster stabile raccontata per quasi due secoli come modello di governabilità e sempre più alla Quarta Repubblica francese: frammentata, nervosa, incapace di produrre stabilità duratura. La Quarta Repubblica, alla fine, trovò De Gaulle. E non è ancora chiaro se la risposta sia trovare un De Gaulle inglese.
In ogni caso, almeno per ora, non sembra neppure esistere.
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Marzia Maccaferri
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