i 25 nominati da Mattarella


Ogni anno, in occasione del 2 giugno, il Quirinale rinnova uno dei suoi gesti più significativi per mondo dell’economia: il presidente della Repubblica firma i decreti di nomina dei nuovi Cavalieri del Lavoro. Quest’anno Sergio Mattarella ha insignito 25 imprenditori e imprenditrici italiani — le donne sono sei — scelti su proposta del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, di concerto con il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida. Un atto che, al di là del cerimoniale, racconta molto dello stato di salute del capitalismo italiano: chi produce, dove, con quale visione.

Un’onorificenza antica e una selezione severa

Istituita nel 1901, l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro viene conferita ogni anno dal presidente della Repubblica a imprenditori — donne e uomini — che abbiano contribuito in modo significativo, con la loro attività d’impresa, alla promozione dell’economia nazionale e, con elevato impegno etico e sociale, al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del Paese.

Non si tratta, dunque, di un semplice riconoscimento alla longevità aziendale. I requisiti tassativamente richiesti includono una specchiata condotta civile e sociale, almeno vent’anni di attività continuativa e autonoma nel settore proposto, il pieno adempimento degli obblighi tributari, previdenziali e assistenziali verso i lavoratori, e l’assenza di attività economiche lesive dell’economia nazionale. Ogni candidato, inoltre, deve dimostrare una “singolare benemerenza nazionale”: aver cioè promosso un incremento notevole dell’economia del Paese, creato occupazione, innovato processi e prodotti, aperto mercati esteri.

Il limite di venticinque conferimenti annui fissato dalla legge, le severe procedure istruttorie e il personale intervento del presidente della Repubblica nella scelta degli insigniti, fanno di questo titolo uno dei più selettivi e autorevoli del panorama economico italiano. 

I profili più rappresentativi: storie di impresa e visione

La rosa dei 25 nominati del 2026 è uno spaccato autentico e variegato dell’imprenditoria italiana. Ci sono storie di chi ha trasformato una piccola bottega artigiana in un marchio globale, e storie di chi ha scritto pagine di innovazione tecnologica partendo da zero.

Lorenzo Delladio, classe 1955, presidente e amministratore delegato del calzaturificio La Sportiva Spa di Ziano di Fiemme, in Val di Fiemme, è uno degli esempi più emblematici. Grazie all’introduzione di una calzatura tecnica innovativa per l’arrampicata, ha trasformato una piccola realtà provinciale trentina in un player internazionale: l’azienda esporta oggi in 82 Paesi, con l’82% del fatturato generato all’estero. Un caso da manuale di come il Made in Italy di alta specializzazione possa conquistare mercati di nicchia in tutto il mondo.

Giorgio Marsiaj, fondatore, presidente e amministratore delegato di Sabelt Spa, porta invece la bandiera dell’eccellenza nell’automotive e nell’aerospazio: la sua azienda è leader nella produzione di sedili e cinture di sicurezza per vetture di alta gamma, fornitore della Formula 1, produttore di abbigliamento tecnico per il Motorsport e di sistemi di ritenuta per il settore aerospaziale. Un’azienda italiana al cuore delle sfide più estreme dell’ingegneria globale.

Non manca il riconoscimento all’innovazione digitale. Tra i nuovi Cavalieri del Lavoro figura Marco Trombetti, nel settore informatico, segnale di un’Italia che punta sempre di più sulla trasformazione tecnologica e sui servizi ad alto valore aggiunto. Trombetti è amministratore delegato e co-founder di Translated, azienda pioniera fondata a Roma nel 1999 nell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei servizi di traduzione professionale. Un’eccellenza della tech economy italiana raramente citata quanto meriterebbe.

Tra le figure femminili spicca Micaela Pallini, la “regina” del limoncello: presidente e amministratrice delegata della più antica distilleria di Roma — nata nel lontano 1875 — con una presenza in oltre 70 Paesi e un portafoglio di circa 100 prodotti. Un’eredità di famiglia trasformata in brand internazionale.

Il ritratto geografico e settoriale dell’Italia che lavora

Scorrendo l’elenco completo dei 25 nominati, emergono almeno tre letture di grande interesse per chi si occupa di economia e mercati.

La prima è quella geografica. Le nomine coprono quasi tutta la penisola — dal Piemonte alla Sicilia, dalla Puglia al Veneto, dalla Liguria all’Emilia-Romagna — con una presenza significativa del Sud (Campania, Sardegna, Sicilia, Puglia) che testimonia vitalità imprenditoriale anche nei territori storicamente meno rappresentati nei circuiti dell’alta finanza e dell’industria pesante.

La seconda lettura è settoriale. Ampio spazio è stato riservato all’agroalimentare, uno dei pilastri dell’economia nazionale: sono stati premiati imprenditori impegnati nella produzione alimentare, ortofrutticola, vitivinicola e lattiero-casearia, a testimonianza del peso strategico della filiera agroindustriale italiana sui mercati globali. Da Marina Cvetic, alla guida delle Masciarelli Tenute Agricole in Abruzzo per la valorizzazione dei vitigni autoctoni, ad Ambrogio Invernizzi, nel lattiero-caseario in Piemonte, fino a Bruno Piraccini nell’ortofrutta in Emilia-Romagna.

La terza lettura riguarda l’internazionalizzazione. Vincenzo Andronaco, inserito nella categoria “Estero”, è un caso emblematico: partito dalla Sicilia per lavorare come operaio edile in Germania, ha aperto un negozio di frutta e verdura ad Amburgo per poi costruire un gruppo che commercializza specialità gastronomiche italiane con centri di distribuzione e supermercati in tutta Europa. Un’emigrazione diventata vocazione imprenditoriale.

L’elenco completo dei nominati

Accanto ai profili già citati, fanno parte della rosa 2026: Roberto Coin (Artigianato Orafo, Veneto), Katia Da Ros (Industria Prodotti refrigeranti, Veneto), Sabato D’Amico (Industria Produzione alimentare, Campania), Matterino Dogliani (Industria Costruzione infrastrutture, Piemonte), Giuseppe Fontana (Industria Metalmeccanica, Lombardia), Sergio Fontana (Industria Farmaceutica e cosmetica, Puglia), Giorgio Girondi (Industria Tecnologie di filtrazione, Veneto), Antonio Gozzi (Industria Siderurgica, Liguria), Gioconda Gritti (Terziario Ristorazione, Lombardia), Giangiacomo Ibba (Terziario Grande distribuzione, Sardegna), Carlo Lastrucci (Industria Elettronica, Toscana), Elisabetta Moro (Industria Macchine dosatura, Veneto), Giancarlo Negro (Terziario Servizi informatici, Puglia), Giacomo Ponti (Industria Alimentare, Piemonte), Alberto Sorbini (Industria Produzione integratori alimentari, Lombardia), Giuseppa Vitale (Terziario Commercio al dettaglio alimentare, Sicilia), Patrizia Zucchi (Industria Distribuzione energia, Emilia-Romagna).

Cosa dicono queste nomine dell’Italia del lavoro

Le nomine di quest’anno restituiscono un’immagine dell’imprenditoria italiana più sfaccettata di quanto i grandi titoli finanziari solitamente raccontino. Non ci sono soltanto i nomi noti della grande industria o della finanza: ci sono il liutaio diventato orafo, l’artigiana diventata industriale, l’emigrante diventato imprenditore europeo. C’è la manifattura di qualità — dalla bulloneria alla filtrazione, dalle macchine dosatrici agli integratori — che tiene in piedi filiere globali senza fare rumore.

Le nomine premiano imprenditori e imprenditrici distintisi nei settori dell’industria, dell’agricoltura, del commercio e dei servizi, rappresentando l’eccellenza del Made in Italy in tutto il Paese. Ma c’è di più: il fatto che tra i nominati figurino anche un’azienda di servizi informatici pugliese e una pioniera dell’AI applicata alla traduzione suggerisce che la definizione stessa di “lavoro che merita” si stia aggiornando, includendo le nuove economie della conoscenza accanto alle industrie tradizionali.

In una fase economica caratterizzata da trasformazioni profonde, digitalizzazione e nuove sfide globali, la nomina a Cavaliere del Lavoro continua a rappresentare un simbolo di eccellenza imprenditoriale e di responsabilità sociale. Un riconoscimento che guarda al passato — vent’anni di continuità sono il requisito minimo — ma che, almeno in questa edizione, sembra voler dire qualcosa anche sul futuro.


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