Marcella Fragapane si racconta a Capitalist


Da trent’anni è l’anima e la guida del Festival Internazionale delle Ombre di Poggibonsi. Marcella Fragapane, classe 1945, direttrice artistica e fondatrice della manifestazione, ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca teatrale, alla formazione e alla promozione culturale, trasformando il festival in un punto di riferimento per chi vede nel teatro uno strumento di crescita umana e consapevolezza collettiva. Con una visione che intreccia arte, educazione e impegno sociale, Fragapane continua a portare sul territorio spettacoli capaci di affrontare temi profondi e attuali, dando voce a realtà spesso marginalizzate e creando occasioni di incontro tra artisti, cittadini e nuove generazioni.

Il Teatro delle Ombre porta avanti un percorso particolare. Qual è il suo significato?

Il Teatro delle Ombre porta in luce tutto quello che riguarda la crescita umana e un livello di consapevolezza, portando a un livello di coscienza, attraverso uno spettacolo, chi ascolta, chi vede, chi viene coinvolto da questi racconti. Il teatro ha questo compito, non in senso così didascalico, di educare pedantemente, ma semplicemente di smuovere qualcosa che ti fa riflettere, che ti fa pensare su te stesso.

Qual è il tema di quest’anno?

Quest’anno il titolo è La luce dell’ombra, perché anche l’ombra ha una sua luce. Non è solo la parte che non vogliamo vedere, la parte dove siamo peccatori, la parte che rimuoviamo di noi, ma contiene un’energia che non utilizziamo. Tutta l’energia sta nel tenere a bada questa parte inconscia di cui non vogliamo avere notizie: le nostre bugie, i nostri tradimenti, i nostri desideri inconfessabili, che invece, portati alla coscienza, possono essere risolti e vanno ascoltati.

Ecco il compito del Teatro delle Ombre: portare in luce e portare noi la luce dentro l’ombra, capovolgendo la situazione. Portare luce nell’ombra per esplorare contenuti di cui non ci occupiamo volentieri.

Per fare un esempio, quest’anno abbiamo uno spettacolo molto importante. Gli attori e il regista sono guidati da Antonio Viganò. Questo geniale regista ha coinvolto ragazzi con disabilità e con fragilità di natura psicologica, utilizzando il teatro come strumento per superare stereotipi e pregiudizi. In questo caso sono ragazzi con sindrome di Down che, attraverso il teatro, vogliono abbattere le differenze e gli stereotipi.

Questo è il teatro che a noi piace e interessa molto, quello che smuove la coscienza. Questi straordinari attori, tra l’altro bravissimi e premiatissimi, dimostrano che sono capaci di fare ben altro di quello che noi pensiamo. Messi da parte, nell’ombra, vogliono essere visti e ascoltati.

Lo spettacolo si chiama Lo specchio della regina, dove la regina vuole vedersi sempre bella, perfetta, secondo gli stereotipi della nostra società. Lei è stufa di sostenere questo sforzo e anche lo specchio è stufo di rifletterla. Nasce così un conflitto molto divertente e simpatico, nel quale vengono abbattuti gli stereotipi dell’esteriorità e dell’apparenza. È un tema sociale importantissimo affrontato attraverso il lavoro di questi ragazzi, che portano un problema enorme alla coscienza collettiva.

Un festival può avere un impatto economico concreto sul territorio senese in termini di turismo, lavoro e valorizzazione delle realtà locali?

Certo. Potrebbe averlo e averlo molto di più di quello che ha in effetti, perché basterebbe investire. Il senso dei festival estivi è proprio questo: far vivere i territori, far vivere le economie locali.

Nel territorio della Toscana ci sono tante realtà stupende. Magari si va nelle città, ad Arezzo, Cortona, Siena, dimenticando quella parte che ha tante energie e tante possibilità da sfruttare, da portare in luce.

Certamente c’è anche il tema dell’ospitalità. Una cosa importante che vorrei dire è che i nostri attori vengono ospitati dalle famiglie. Dormono nelle nostre case, a Staggia, grazie all’associazione che si occupa del festival e che ho creato.

Come si chiama la vostra associazione?

Si chiama Staccia Buratta, che è una filastrocca toscana. È un’associazione di genitori che ha preso a cuore il messaggio del festival, perché una grandissima parte delle attività è dedicata ai ragazzi e ai bambini, oltre che agli adulti.

Quali sono le principali difficoltà economiche nel sostenere un festival? Di cosa ti sei accorta in questi anni?

La prima difficoltà è l’aperto. Se piove, si butta a mare lo spettacolo e salta tutto. Non avere un locale in sostituzione è proibitivo per l’economia del festival, perché le sale costano molto e poi, d’estate, la gente vuole stare fuori.

Questo è l’aspetto più critico: il tempo atmosferico. Poi ci sono gli investimenti che, in questo momento storico, vanno in tutt’altra direzione.

Ma non vi aiuta nessuno economicamente?

Noi facciamo parte di un progetto più grande, un festival nel festival, presso la Fortezza di Poggibonsi. Ci siamo messi tutti insieme. Anche questa è una realtà molto bella: invece di competere per vedere chi è più bravo, abbiamo deciso di collaborare per presentare al Ministero una domanda di finanziamento più stabile.

Ci siamo spostati da Staggia alla Fortezza di Poggibonsi, una fortezza medicea molto bella. Le varie associazioni e i vari festival di musica, jazz, prosa, danza e teatro sono nello stesso luogo, associati per presentare una domanda più significativa e articolata.

Questo ci permette di avere un piccolo aiuto dal Ministero e una parte di sostegno dal Comune di Poggibonsi.

Quando inizierà il festival?

Il 9, il 10 e il 12 giugno.

L’attenzione ai bambini è molto importante. È fondamentale raccontare la storia dell’uomo attraverso miti, leggende e fiabe, perché lì si trova la verità della vita.

Come diceva Italo Calvino, che ha raccolto le fiabe popolari italiane in un grande lavoro di ricerca a partire dal racconto orale delle donne e della tradizione contadina, le fiabe sono “un vangelo dei sentimenti umani”. Per questo sono vere. Le fiabe sono vere.


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 Daniela Salemi

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