Chicco Testa, presidente di Assoambiente e da anni protagonista del confronto italiano sui temi dell’energia, dell’industria e della sostenibilità. Già presidente di Enel, nel corso della sua carriera ha ricoperto ruoli di primo piano tra istituzioni, grandi imprese e mondo associativo, diventando una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla transizione ecologica e sul futuro del sistema produttivo italiano.
Autore di numerosi saggi e interventi sul rapporto tra ambiente, innovazione ed economia, è recentemente tornato in libreria con “Non rinnego e non rimpiango. Siamo stati iscritti al Pci”, scritto con Claudio Velardi.
In questa intervista approfondiremo le sfide legate alla gestione dei rifiuti, all’economia circolare e alla transizione energetica, cercando di capire quali scelte saranno decisive per coniugare crescita, innovazione e sostenibilità.
Presidente, l’Italia continua a soffrire di questa frammentazione nella gestione dei rifiuti, perché alcune regioni vanno molto bene sull’economia circolare, però altre ancora dipendono dalle discariche. Qual è il vero ostacolo oggi: la mancanza di impianti, la burocrazia o l’assenza di una visione politica nazionale?
Il motivo fondamentale è una carenza impiantistica. Se lei osserva le regioni che hanno gli squilibri più grossi, per squilibri intendo sia un eccessivo ricorso alla discarica, sia l’incapacità di smaltire i rifiuti sui propri territori e quindi la conseguente necessità di affidarsi alle esportazioni, regioni come la Toscana, il Lazio e la Sicilia, vede che alla base c’è sempre una carenza impiantistica che, per la verità, stiamo abbastanza colmando. Se Roma ha posto la prima pietra per la realizzazione del termovalorizzatore (o inceneritore), e la Sicilia parte con due impianti, non è di per sé una cosa completamente negativa il fatto che una regione esporti un po’ di rifiuti. L’importante è non arrivare a situazioni come quella del Lazio che, fino a poco tempo fa, esportava fuori regione o addirittura fuori Italia, con Roma che esportava l’80% dei propri rifiuti.
Ancora oggi ci sono posti dove non c’è la raccolta differenziata, dove tutto viene buttato insieme e non si sa dove verranno smaltiti questi rifiuti. Questo è un altro problema. Diciamo che alla base ci sono carenze impiantistiche. La regione che probabilmente sta meglio è la Lombardia, che ha un altissimo tasso di riciclaggio. Attenzione: non di raccolta differenziata, perché la raccolta differenziata non è sinonimo di riciclaggio. Noi dobbiamo guardare al riciclaggio, perché se io raccolgo i rifiuti in modo differenziato ma poi li butto in discarica non ho risolto nessun problema. Quindi la Lombardia sta sotto il 5% di conferimento in discarica, ha oltre il 60% di riciclaggio e poi dispone di una dozzina di inceneritori.
Però molti cittadini percepiscono questi impianti, anche in Sicilia dove sono stati annunciati i termovalorizzatori, come una minaccia. Come si può ricostruire fiducia pubblica e superare questo fenomeno?
I cittadini percepiscono tante cose per ignoranza, per mala fede, perché sono disinformati e le percepiscono come minacciose. In Italia ce la prendiamo con tutto. Il problema comincia dalla testa, il problema non sono i cittadini, è la classe politica. Le racconto un episodio: nel 1997/98 ero presidente dell’Enel e ricevetti una telefonata da parte di Leoluca Orlando, che allora era sindaco di Palermo, e mi chiese se era possibile realizzare un termocombustore vicino a una centrale elettrica che noi avevamo in Sicilia, a San Filippo del Mela. Io gli risposi di sì, lui mi disse: “Bellissima notizia, ti richiamo tra una settimana”. Non l’ho più sentito. Perché appena ne parlò con altri gruppi, credo i Verdi, la sinistra, non so, il diavolo, dissero che non erano d’accordo, e tutto si fermò lì. Adesso Schifani ha deciso di farlo, Gualtieri ha deciso di farlo, ha tenuto duro, ci sono stati ricorsi al TAR, proteste, ma il cantiere si è aperto. Quindi il NIMBY certamente è un problema, però è un grande alibi per i politici che non vogliono decidere.
Lei guida Assoambiente in una fase in cui il settore dei rifiuti non è più solo “smaltimento”, ma produzione di materia ed energia. Quali tecnologie ritiene davvero strategiche nei prossimi dieci anni: recupero chimico, biometano, cattura della CO₂, AI nella selezione dei materiali?
L’ultima che ha detto dobbiamo scoprirla. Abbiamo cominciato a utilizzarla per la classificazione dei rifiuti che ci vengono consegnati. Per il resto noi disponiamo già di tecnologie adatte, che possono migliorare. Mi riferisco soprattutto alle tecnologie di riciclaggio, che possono sicuramente migliorare dal punto di vista dell’automazione e dell’efficienza. Mi riferisco per esempio ai rifiuti elettronici ma anche ad altre categorie. Ogni giorno arriva qualcuno che ha trovato un sistema per riciclare frazioni di rifiuti che prima sembravano non riciclabili. Quindi si può migliorare. Si può migliorare ulteriormente il rendimento dei termocombustori e quindi il recupero di energia e calore. Il riciclo chimico può rappresentare un’opportunità. Per tutta quella parte della plastica che non è riciclabile come materiale, il cosiddetto plasmix, bisogna migliorare le tecnologie di trattamento e riciclo. Poi anche le discariche servono perché c’è una frazione di rifiuti non recuperabile né energeticamente né materialmente. Nei termovalorizzatori una parte delle ceneri viene riutilizzata in materiali edili e sottofondi stradali, e una piccola parte va in discarica. Ma il riciclaggio non è mai al 100%. L’importante è ridurre al minimo la parte che va in discarica.
Lei adesso è favorevole al nucleare, prima no. Cosa le ha fatto cambiare idea?
Sì. Spiego perché ho cambiato idea. I movimenti ambientalisti che erano contrari al nucleare hanno commesso un errore sul gas. In Italia abbiamo avuto per decenni gas abbondante e a basso costo grazie all’ENI. Ma negli anni ’90 emerge il problema del riscaldamento globale e dell’effetto serra. Si capisce che anche il gas deve essere ridotto. Io mi ricordo di aver letto un articolo di James Lovelock, creatore della teoria Gaia, che diceva che per combattere l’effetto serra non possiamo rinunciare al nucleare perché è l’unica fonte pulita capace di produrre grandi quantità di energia. Da lì è partito il mio ragionamento.
È stato uno dei promotori dell’ambientalismo italiano.
Sì, certo, però non è che mi hanno seguito in molti. La comunità scientifica di sinistra è d’accordo con me, ma la sinistra non si preoccupa molto di cosa dice la scienza.
L’Italia potrà davvero fare il nucleare o sono solo parole?
Il problema non sono i siti né l’opinione pubblica. Il problema è che serve un’intesa bipartisan, perché il nucleare richiede molti anni, altrimenti finisce come il Ponte sullo Stretto di Messina: cinque anni si fa e cinque anni non si fa.
Non vuole più tornare in politica?
Oggi appartengo a una cooperativa che si chiama AGD, che vuol dire “abbiamo già dato”.
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Daniela Salemi
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