Morin, il filosofo della complesssità, antesignano dell’unificazione culturale e della riforma del pensiero


Il 29 maggio 2026 è morto Edgar Morin, già Nahoum, che l’8 luglio prossimo venturo avrebbe compiuto 105 anni. Morin è stato un grande pensatore illuminista, universalmente versatile mettendo in pratica il sapere aude di kantiana memoria.

Conobbi Morin leggendo, da recensore autodidatta dei film cinematografici, La storia del cinema (Marsilio/Cinema) di Fernaldo Di Giammatteo (1922 -2005), in una nota relativa al “Divismo come schiavitù”. Su questo fenoemeno, che ha influito molto sull’evoluzione del linguaggio cinematografico mondiale, Morin, collaborando con Jean Rouch (ingegnere, antropologo, etnografo) per il film Chronique di un’été (1960), scrisse il saggio Les stars (Editions du Seuil,1957) seguito dall’edizione italiana Le star con saggio di Enrico Ghezzi (Olivares, 1995). In esso evidenziò la doppia natura dell’attore che si pone, nel senso shakespeariano tra l’essere e il non essere, tra il “nuovo divo olimpico” e la “star mercificata”. Oltre ad essere, infatti, filosofo e sociologo, Morin ha usato nei suoi studi un approccio scientifico che ha ritenuto fondamentalmente importante per comprendere la complessità del mondo. Per questo ha pensato che fosse necessario l’abbattimento degli steccati disciplinari suggerendo un approccio transdisciplinare tra i diversi settori della conoscenza. Tale concezione culturale dell’approccio di integrazione dei saperi disciplinari la trovai nel saggio I nuovi umanisti (Garzanti, 2005) di John Brockman (1941): “Negli ultimi anni il campo di gioco della vita intellettuale … si è spostato e l’intellettuale tradizionale ha assunto un ruolo sempre più marginale. Un’istruzione in stile anni Cinquanta, basata su Freud, Marx e il modernismo, non è una qualifica sufficiente per una testa pensante del giorno d’oggi. Di fatto gli intellettuali tradizionali … sono in un certo senso sempre più reazionari e spesso fieramente (e perversamente) ignoranti di molti significativi conseguimenti intellettuali della nostra epoca. La loro cultura, che disdegna la scienza, è spesso non empirica. Utilizza un proprio gergo e lava in casa i propri panni (più o meno sporchi). È perlopiù caratterizzata da commenti di commenti, e la spirale di commenti si dilata fino a raggiungere il punto in cui si smarrisce il mondo reale.” Una conoscenza, dunque, senza la separazione dei saperi che educhi all’epistemologia della complessità. Per Morin, infatti, la complessità è un problema e non una soluzione perché alla complessità è connessa l’imprevedibilità Su questo problema il meteorologo statunitense Edward Lorentz (1917 – 2008) studiando i fenomeni meteorologici pose le basi della teoria del caos (1963), come descrivo in un mio precedente articolo pubblicato in questa testata: Dal Caos primordiale alla teoria del Caos: Destino o Libero Arbitrio?. L’astronoma Margherita Hack (1922 – 2013), nel saggio Libera scienza in libero Sato (Rizzoli, 2010) ha scritto che: Persino sui giornali talvolta le pagine della cultura e della scienza – quando compaiono! – sono separate, come se la scienza non fosse cultura. Per Croce in particolare esiste una forma di cultura elevata, quella umanistica, che si contrappone alla scienza, considerata un mero insieme di tecnologie; secondo lui solo le menti profonde sono in grado di dedicarsi alla filosofia, mentre ‘gli ingegni minuti’ possono occuparsi di matematica o di botanica. Quanto queste idee siano sbagliate ce lo dimostra l’opera di Albert Einstein, che è in grado di immaginare realtà così lontane dalla nostra esperienza quotidiana[…], o le intuizioni di Max Planck, che danno origine alla fisica quantistica […] . E se andiamo quattro secoli indietro, arriviamo ai tempi di Galileo Galilei e di Giovanni Keplero […]. Questi grandi scienziati sono stati anche profondi filosofi che hanno rivoluzionato le nostre concezioni del mondo. Allora ci domandiamo se ha senso parlare di due culture, l’umanistica e la scientifica: dov’è il confine tra l’una e l’altra?”.

Anche lo scrittore Elio Vittorini (1908 – 1966) “aveva sostenuto l’unicità della cultura, che è letteraria ma anche scientifica, e attribuiva la responsabilità della separazione tra le ‘due culture’ alla contemporanea cultura letteraria antiscientifica e vecchia; voleva una cultura nuova che, per essere veramente tale, doveva essere unitamente letteraria e scientifica”.

Nel romanzo Sul sentiero dell’origano selvatico, (Aracne ed., 2021) convinto profondamente dell’importanza dell’unicità culturale scrissi che  “l’istinto primordiale si poteva vincere soltanto tramite lo studio, l’astrazione e la conoscenza. Quel loro grande bagaglio culturale, fatto di matematica, geometria, astronomia, filosofia, era dimostrato da un amore profondo per la sapienza, che i filosofi di quei popoli avevano chiamato ‘sofia’, la quale, attraverso ‘l’episteme’, cioè la scienza, conduceva obbligatoriamente l’individuo umano a scoprire ‘l’ennoia’, ovvero il concetto o meglio il profondo significato delle cose visibili e invisibili della natura. E, in questo suo modo di agire e pensare, egli acquisiva una grande ‘areté’, cioè apprendeva la virtù che lo conduceva lungo tutto il suo percorso vitale a migliorare se stesso, a stare in pace con gli altri suoi simili e con i quali collaborare per cambiare in meglio il mondo”.

Morin, dunque, si può considerare un precursore di questa concezione culturale che deriva da una ricerca etnologica affidatagli nel 1965, i cui risultati lo portarono ad affermare che ci vuole una riforma del pensiero. E questo lo fece giudicare un “eretico” dalla Delegazione Generale alla Ricerca Scientifica e Tecnologica che gli aveva affidato quella ricerca.

Morin, infatti, sostiene che l’educazione deve basarsi sul metodo del problem solving, un processo che riguarda la risoluzione delle situazione problematiche di qualunque natura, comprese quelle che non hanno una soluzione, secondo modalità che mettono in campo un susseguirsi di azioni di cui la prima è quella di saper definire il problema. Per far questo è necessario un pensiero critico, che Morin esprimeva usando  la frase del filosofo francese Michel de Montaigne del XVI secolo: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”, cioè non una testa piena di nozioni ma una testa che sappia pensare e cercare di risolvere i problemi. Ciò è la necessaria premessa che consente di affrontare i difficili problemi derivanti dalla complessità del mondo moderno attraverso il metodo del problem solving usato anche e soprattutto nella ricerca scientifica. Quanto detto ci conduce a fortiori alla scuola che dovrebbe modificare la metodologia di insegnamento – questione ardua ma necessaria -,  volta a fare apprendere il pensiero critico e affrontare e risolvere le situazioni problematiche che, come sosteneva il filosofo svizzero Karl Popper (1902 – 1994), equivale “ad apprendere a vivere”.

 


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 Francesco Giuliano

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