Sfida per la bellezza Bernini contro Borromini di Costantino D’Orazio
Due geni, una città, un secolo di meraviglia. La storia di due grandi maestri, al di là di miti e delle leggende che li vogliono eterni avversari.
Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini sono state due facce opposte e profondamente intrecciate nel rappresentare lo spirito dell’arte barocca nella Roma seicentesca, che amava fondere tradizione e innovazione, simbolismo e teatralità, religione e spettacolo. La loro relazione è raccontata ampiamente nella formidabile stagione del Barocco romano nel libro Sfida per la bellezza. Bernini contro Borromini di Costantino D’Orazio, pubblicato dalla Società editrice Il Mulino.
Nell’Introduzione l’autore, storico dell’arte, afferma che i due artisti, dalla personalità molto diversa, con le loro meravigliose opere prodotte sono stati, per circa quarant’anni, protagonisti dell’epoca caratterizzata da una straordinaria e inesauribile creatività.. artistica.
Attraverso testimonianze storiche, affascinanti racconti popolari e documenti d’archivio, è ricostruita nel libro la profonda rivalità tra i due sublimi artisti legati per tutta la vita da un’intensa collaborazione basata sugli stessi principii. Il loro scontro, caratterizzato da un acceso dibattito, si è consumato in una città dominata dalla statura culturale e religiosa dei papi, come Paolo V Borghese, Urbano VIII della famiglia Barberini, Innocenzo X Pamphili e Alessandro VII della famiglia senese Chigi.
Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini sono stati due giganti del Seicento, e le loro diverse esistenze e le loro opere immortali sono state guidate da opposte tensioni. Il primo, artista napoletano, venerato dai papi e dai re, ebbe una lunga carriera e, simbolo del Barocco, fu onorato dai familiari e dagli allievi; il secondo, personalità inquieta, tormentato da ombre interiori, malinconico e ipocondriaco, incapace di riconciliarsi con il mondo e con se stesso, ebbe una fine tragica, segnata dal suicidio.
Bernini, devoto e religioso che godette della massima fiducia papale, visse fino a ottantadue anni, sostenuto da una forte energia creativa. Scultore trionfante, con il suo talento creativo, tradusse la materia in spettacolo e trovò nella religione il confronto e l’approdo finale. Maestro del marmo, nelle pubbliche relazioni amava destreggiarsi nei rapporti sociali, conquistando papi, cardinali e ambasciatori con la sua eloquenza e con il suo spirito arguto.
Borromini, ombroso e solitario, morì quasi a sessantotto anni in una Roma che lo vide spegnersi quasi in silenzio. Architetto tormentato da una sofferenza interiore, cercò nell’astrazione delle forme una via di fuga dall’esistenza. Uomo diffidente e introverso, fu incapace di adattarsi ai giochi di corte e si concentrò sul disegno e sulla sperimentazione architettonica. Tra i due straordinari artisti ci furono contrasti impressionanti non solo per i loro temperamenti opposti, ma soprattutto per la rappresentazione di due modi radicalmente diversi di concepire l’arte e la vita.
Bernini, un artista totale, regista della meraviglia e dell’immaginario barocco universale, capace di fondere arte, fede e vita in uno spettacolo, incarnò l’anima trionfante della Roma papale barocca, e Borromini, genio incompreso, osò sfidare i limiti dello spazio decifrando la complessità delle linee curve, degli angoli acuti e dei giochi di luce e ombra.
Entrambi rivali, destinati a lasciare un segno indelebile nella storia dell’arte, sono stati protagonisti di due destini paralleli lasciando un segno, in modi opposti e complementari, in una Roma impegnata a investire enormi risorse per rinnovare chiese, palazzi e piazze e dare una forma tangibile all’idea di grandezza della Chiesa. Nonostante le diverse formazioni artistiche e intellettuali, i diversi ambienti di provenienza familiare e i differenti incontri fondamentali con personalità del tempo, entrambi contribuirono con le loro diverse sensibilità e competenze a dare all’arte barocca quella duplice anima di spettacolo teatrale e di meraviglia scenica e di introspezione.
Bernini, infatti, artista estroverso e teatrale, dotato di senso scenico e di immaginazione plastica, stimato e prediletto dal papa Urbano VIII, fu, con la sua sensibilità barocca, un genio destinato a stupire, mentre Borromini, introverso e riflessivo, cresciuto all’ombra del cantiere e nutrito da uno studio continuo dei trattati di architettura, fu un tecnico meticoloso pronto a rivoluzionare le regole dall’interno. Per il primo «la scultura era teatro», per il secondo «l’architettura era geometria vivente».
Il giovane Bernini, con le sue meravigliose opere Enea, Anchise e Ascanio, il Busto di Paolo V (ritratto capolavoro di introspezione e di resa psicologica), Anima dannata e Anima beata (sculture gemelle), Ermafrodite dormiente, il Ratto di Proserpina, il Fauno Barberini (scultura che unisce l’eleganza ellenistica con la freschezza barocca), Apollo e Dafne (in cui il divino, l’umano e il naturale si fondono), il David (scultura pensata in funzione teatrale), e l’opera Santa Bibiana, apre la strada ai capolavori della maturità. In queste opere giovanili mirabili è contenuta la poetica berniniana dove il marmo diventa carne, il movimento vita, la scultura teatro, e l’arte è concepita come esperienza che unisce sensi e spirito.
Borromini, l’architetto più originale e innovativo del Barocco romano, iniziò il suo apprendistato, come scalpellino, disegnatore e coordinatore di dettagli tecnici e decorativi, nei cantieri di San Pietro e di Sant’Andrea della Valle. Lavorando agli apparati decorativi e alle articolazioni architettoniche, rivelò un gusto per le soluzioni ingegnose imparando a conoscere il marmo in ogni sfumatura, a intarsiarlo, a montarlo e a calcolare con occhio infallibile i giochi di giuntura. Affinò la tecnica della pietra, acquisì competenze ingegneristiche, sperimentò soluzioni decorative e maturò una visione personale dell’architettura come arte totale e scenografia in movimento, fondata su precisione geometrica e innovazione spaziale. Con la sua mano esperta e capacità inventiva diede prova della sua straordinaria abilità geometrica, dimostrando una nuova sensibilità per il rapporto tra architettura e decorazione.
Bernini e Borromini collaborarono con intensità e anche in maniera conflittuale a costruire il baldacchino della basilica di San Pietro, capolavoro dell’arte barocca, simbolo del papato di Urbano VIII che, con l’imponenza e ricchezza di simboli e con le colonne tortili, spiraliformi, realizzate in bronzo, ispirate al modello delle colonne del Tempio di Salomone, unisce invenzione tecnica, potere e sacralità.
Bernini, incaricato da papa nel 1664, fornì come ideatore principale e regista visivo dello spazio urbano, la visione scenica e l’invenzione iconografica del progetto; Borromini collaboratore inventivo e consulente tecnico ebbe, con la sua straordinaria perizia geometrica e ingegneristica, un ruolo fondamentale nella definizione tecnica e nella gestione del cantiere, teatro di continue sfide. L’artista ticinese fu l’anima tecnica del progetto, colui che seppe tradurre in calcoli, disegni e soluzioni concrete le intuizioni scenografiche del collega.
Nel Baldacchino i due artisti, pur incarnando con le loro personalità due poli complementari, trovarono un equilibrio nella loro rivalità che in seguito si trasformò in aperta competizione. Nella costruzione del monumento architettonico di Palazzo Barberini, dimora aristocratica della famiglia Barberini, affidata all’architetto Maderno, Bernini e Borromini si ritrovarono di nuovo insieme in un intreccio di collaborazione e competizione.
Bernini, dopo la morte di Maderno (1629), fu nominato architetto capo e fu ben remunerato, nonostante fosse principalmente scultore, mentre Borromini ebbe un ruolo decisamente subalterno con esiguo compenso, nonostante la sua superiorità nella precisione architettonica nel dare ordine e armonia con ingegnose soluzioni.
La differenza tra i due geniali artisti è riscontrabile soprattutto, oltre che nella facciata del Palazzo Barberini, nel progettare i due scaloni interni al palazzo: quello berniniano fu ideato in termini scenici di impatto immediato, come un palcoscenico, in cui ogni gradino era un passo verso la gloria della famiglia Barberini; quello borrominiano elicoidale, fu concepito in termini geometrici suscitando sorpresa, stupore e originalità.
News-24.it è una testata giornalistica indipendente che non riceve alcun finanziamento pubblico. Se ti piace il nostro lavoro e vuoi aiutarci nella nostra missione puoi offrici un caffè facendo una donazione, te ne saremo estremamente grati.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonio Polselli
Source link




