Centrodestra e sinistra devono fare i conti con le variabili Vannacci e De Luca. Così diversi, così “contro”
La prossima partita regionale in Sicilia potrebbero non deciderla i classici schieramenti. Ma Roberto Vannacci e Cateno De Luca. Personaggi agli antipodi, con linguaggi incompatibili, ma una funzione quasi speculare: rompere gli schemi e obbligare gli altri a inseguire. Il primo arriva da destra, con la divisa dismessa e un partito in costruzione. Il secondo da Messina, con sindaci, liste civiche e una macchina amministrativa che ha appena superato un’altra prova elettorale. Vannacci e De Luca non hanno nulla in comune, se non la cosa che oggi conta di più: senza di loro, in Sicilia, nessuno può sentirsi davvero al sicuro.
Il generale ha appena completato il suo tour dell’Isola, da Catania a Palermo, passando per Caltanissetta. Non è stata una passeggiata folkloristica. A Catania, al Romano Palace, le cronache hanno raccontato di una sala piena, con centinaia di persone dentro e altre rimaste fuori. A Palermo, all’Astoria, altro bagno di folla: selfie, cori, strette di mano, ex militanti di destra, pezzi di mondo leghista, forze dell’ordine, pensionati, ma anche molti giovani. È uno dei dati che Vannacci ripete con più insistenza: Futuro Nazionale, in Sicilia, avrebbe già superato quota cinquemila iscritti. E molti, assicura lui, sarebbero ragazzi.
Il numero va preso per quello che è: una rivendicazione politica. Ma non può essere liquidato con sufficienza. Perché arriva insieme a un altro dato, questo sì più pesante: l’ultimo sondaggio Ipsos assegna a Futuro Nazionale il 4,8 per cento. Meno di un punto dalla Lega, stimata al 5,7. Tradotto: se il partito del generale nascesse davvero e si presentasse alle elezioni, non sarebbe un fenomeno da talk show. Bensì una scheggia capace di ferire il centrodestra nella sua parte più identitaria.
È per questo che Matteo Salvini ha smesso di sorridere. Dopo averlo candidato, sostenuto e portato al Parlamento europeo con oltre mezzo milione di preferenze, ora lo tratta da corpo estraneo. Il messaggio del leader della Lega è secco: chi divide il centrodestra aiuta la sinistra. E sotto c’è il timore più concreto: che Vannacci non sottragga voti agli avversari, ma alla casa da cui è appena uscito. La Lega, soprattutto in Sicilia, è il punto più esposto. Per anni ha cambiato pelle, assorbito amministratori, ex forzisti, ex autonomisti, ex renziani, civici di ogni provenienza. Ha costruito consenso più sulla gestione del potere che sull’identità. Vannacci offre l’opposto: poche parole d’ordine, nessun imbarazzo di governo, una destra dichiarata pura, orgogliosa, non negoziabile.
Ma il generale non è più solo un problema della Lega. È diventato un problema anche per Forza Italia. La polemica con Marina Berlusconi lo dimostra. Vannacci ha attaccato il partito azzurro parlando di una forza “eterodiretta dal denaro e dall’editoria”, con un riferimento trasparente al peso della famiglia Berlusconi. Tajani ha provato a spegnere l’incendio. Ma in Sicilia quella fiammata arriva nel momento peggiore. Nino Minardo sta provando a rinnovare Forza Italia dopo anni di guerre interne e regolamenti di conti. L’operazione potrebbe trovare in Giorgio Mulè un completamento politico naturale, soprattutto se il partito decidesse di puntare su un profilo moderato, istituzionale, competitivo anche oltre il recinto degli apparati. Ma anche in questo caso pesa la variabile Vannacci. Così come pesa su Fratelli d’Italia, che deve difendere la propria identità di destra mentre viene logorata dalla questione morale e dalle fatiche del governo regionale.
Il centrodestra siciliano governa la Regione, ma deve difendersi da chi parla al suo stesso popolo. Vannacci non deve conoscere ogni corridoio dell’Ars per mettere in difficoltà Schifani. Gli basta indicare sanità, sicurezza, infrastrutture, burocrazia, economia. Cioè i capitoli su cui ogni governo siciliano promette la svolta e quasi sempre misura la propria insufficienza. A Catania lo ha detto senza giri di parole: se la giunta regionale dovesse essere valutata dai risultati, “la valutazione non potrebbe essere lusinghiera”.
Dall’altra parte del campo c’è Cateno De Luca. Che con Vannacci non c’entra nulla, ma oggi svolge una funzione simile. Anche lui obbliga tutti a fare i conti con la realtà. Sud chiama Nord esce dalle amministrative rinfrancato. De Luca rivendica il primo posto nei comuni al voto con sistema proporzionale, oltre il venti per cento dei consensi, venticinque sindaci nei comuni maggioritari, cinque in quelli proporzionali, più di cento eletti riconducibili alla sua area. Il dato politico più forte resta Messina: Federico Basile riconfermato al primo turno con quasi il sessanta per cento e una continuità amministrativa che De Luca presenta come modello di buon governo.
Non c’è solo Messina. C’è anche Barcellona Pozzo di Gotto, dove l’area deluchiana ha dimostrato di poter incidere fuori dal suo fortino principale. C’è una rete di amministratori, assessori, consiglieri, presidenti di circoscrizione. C’è un movimento che si muove con alleanze variabili: a volte con il centrosinistra, a volte con il centrodestra, spesso con liste civiche e coalizioni costruite sul territorio. Ed è proprio qui che De Luca diventa difficile da maneggiare.
La sua dichiarazione dopo il voto è un manifesto. “Sud chiama Nord non solo esiste, ma rappresenta oggi il vero baricentro della politica siciliana”, dice. E ancora: “Il tema oggi non è dove debba andare Sud chiama Nord. Sono gli altri che devono decidere se vogliono condividere la nostra visione di Sicilia”. Della serie: siete voi a doverci cercare. Scateno chiede tre cose: votare presto, in una finestra disallineata rispetto alle Politiche nazionali; costruire prima una visione di Sicilia e solo dopo scegliere il candidato alla Presidenza. Naturalmente mette sul tavolo anche la propria candidatura. Ma aggiunge di non appartenere “alla categoria di chi porta via il pallone se non gioca titolare”. E’ disposto a trattare, ma non farà da stampella gratuita a nessuno.
Per il centrosinistra il problema è enorme. Senza De Luca, il campo largo in Sicilia rischia di restare monco. Per il centrodestra il problema è doppio. Da una parte deve contenere Vannacci, evitando che Futuro Nazionale porti via voti decisivi a Lega e Fratelli d’Italia e costringa Forza Italia a rincorrere su un terreno identitario. Dall’altra deve capire se De Luca può essere tenuto fuori dalla partita o se, al contrario, convenga provare a neutralizzarlo con un accordo. L’effetto finale è lo stesso: nessuno dei due può essere ignorato.
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Alberto Paternò
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