Il rischio che gli spazi che lei aveva aperto restino vuoti, come teme Christian Raimo, credo nasca proprio dal fatto che il suo formato non si eredita, ma si pratica. E si pratica solo con la stessa generosità con cui lei lo abitava: mettendo al centro la cosa, non chi la porta
Antonella Questa
Nei mesi scorsi Appunti ha aperto un dibattito sull’eredità culturale e politica di Michela Murgia a tre anni dalla sua scomparsa. Ne ha scritto Christian Raimo nel saggio di apertura, poi Vanessa Roghi, ora interviene Antonella Questa. Scrittrice, attrice, drammaturga, Antonella Questa ha portato a teatro uno dei testi più noti di Michela Murgia, Stai Zitta (Einaudi)
L’eredità di Michela Murgia, ovvero l’arte di nominare
Spesso si è bollato il popolo di Michela Murgia come un disordinato fandom, ma occorre, a distanza di tre anni dalla sua morte, riconoscere come Murgia avesse avvertito che c’era una comunità politica in cerca di forma. Senza di lei, il rischio è che il desiderio collettivo e la generosità di questa comunità vengano assorbiti da un bisogno di consumo de…
Michela Murgia, il metodo e il rischio dell’eccezione
L’io che Michela Murgia ha messo in luce non era solo quello della femminista, ma della femminista senza soldi, della femminista che deve vivere facendo mille mestieri, della femminista che quando è uscita dalla necessità materiale non ha smesso di cercare spazi nuovi per dire la sua. L’intersezionalità la portava sulle spalle, nel corpo. Anche questo n…
Oggi è il compleanno di Michela Murgia e per ricordarmelo non ho mai bisogno di segnare nulla sul calendario, mi basta girare il polso destro e leggere quel &Co. che mi tatuai pochi giorni prima del 3 giugno 2023.
Il tatuaggio era stata un’idea di V., nata qualche settimana dopo che Il Giornale, all’indomani del primo maggio, scrisse “Ambra ha zittito Murgia &Co.“ e Michela rispose “quel &Co. me lo tatuerei.“
V. aveva proposto a me e a un ristretto gruppo di persone che Michela conosceva e stimava, di farci quel tatuaggio e di inviarle poi su WhatsApp la foto del proprio, come una sorta di regalo di compleanno collettivo.
A luglio avrei debuttato con l’adattamento teatrale di Stai Zitta e speravo che Michela potesse vedere lo spettacolo, considerandolo come un altro regalo di compleanno, anche se un po’ in ritardo.
Ne aveva seguito la creazione durante l’allestimento invernale, attraverso i video e le foto che le mandavamo dalle prove; se non fosse riuscita ad essere con noi al debutto per via della malattia, mi dicevo, lo avrebbe visto sicuramente in autunno a Roma.
Sarebbe stato un vero regalo per noi averla in platea, e anche per lei credo, ma il 10 agosto arrivò prima che potessimo consegnarglielo.
Il 3 giugno arriva e, come succede dal 2023, so già cosa vedrò sui social: tributi, ricordi, post, foto di lei abbracciata al tale o alla tal altra, etc. Molti contenuti saranno sinceri, altri invece faranno parte di quel meccanismo che ho osservato in questi anni: usare il nome di Murgia per occupare uno spazio, per costruirsi una credibilità, senza però fare davvero il lavoro che quella credibilità richiedeva
.Un lavoro che non dava importanza all’apparenza ma al contenuto, il lavoro di una intellettuale che, come scrive Christian Raimo nel suo saggio per Appunti, prendeva la parola per aprire domande, per aiutare ad aprire lo sguardo, a capire, a leggere la realtà attraverso il linguaggio, i simboli, le immagini, a non accontentarsi.
Lo faceva con generosità e per questo ha costruito intorno a sé una comunità così numerosa, viva, presente; persone che ho avuto il piacere di incontrare in questi anni di tournée con Stai Zitta, dai gruppi Purple Square nati spontaneamente in alcune città, a pochi giorni da quel 10 agosto, fino alle tante donne e uomini che la seguivano, la leggevano e venivano allo spettacolo per poterla riascoltare a teatro.
Una marea di persone che ha letteralmente occupato spazi, piazze e tutti i teatri in cui passavamo.
Quando nell’ottobre 2023 abbiamo iniziato la prima tournée invernale di Stai Zitta scoprimmo, piuttosto sorprese, che molti teatri erano già sold out.
Solitamente questo capita dopo che si sono fatte un po’ di date, non certo le nostre cinque repliche estive, facendo quindi scattare un consistente passaparola tra il pubblico.
Stai Zitta era un’evidente eccezione, i teatri più importanti di Italia che lo avevano programmato avevano visto esaurirsi in pochissimo tempo i posti a disposizione: quattrocento, seicento, novecento, a volte in pochi giorni dall’apertura delle biglietterie.
Come nel caso di Firenze in cui i biglietti sono finiti con ben 9 mesi di anticipo sulla replica, e senza alcuna pubblicità, tranne la classica conferenza stampa per l’annuncio del programma.
Io e le mie colleghe capimmo insomma che quello che stava succedendo non era dettato solo dall’entusiasmo per uno spettacolo, ma era soprattutto la “fame” di ritrovare Michela in una qualche forma.
E il teatro in effetti è stato il formato migliore per riportarla tra noi. Il teatro funziona da millenni per una ragione precisa: racconta chi siamo, a che punto siamo, cosa non va nella nostra società e quindi in noi, cosa potremmo fare diversamente, etc. Le persone hanno bisogno di rivedersi in scena, di capire, di stare insieme e di sentirsi così, meno sole.
Puoi leggere un saggio da solə, puoi ascoltare un podcast in cuffia sul treno, ma quando ti siedi al buio con altre centinaia di persone, a guardare qualcosa che ti concerne, concerne tutti, ad emozionarti, condividi qualcosa, in questo il teatro è un atto comunitario.
È quello che Michela faceva attraverso i suoi libri, sui suoi social, agli eventi e anche nel teatro che ha fatto, non solo scritto.
Per ben tre stagioni abbiamo avuto teatri sold out, sale piene di Purple e di abbonate e abbonati di ogni età, con un risultato costante: lunghi minuti di applausi e standing ovation.
La qualità artistica dello spettacolo era alta, certo, ma quell’entusiasmo ci confermava anche altro: un caloroso grazie per aver ricondiviso il suo sapere, per averlo reso di nuovo accessibile, vivo, praticabile, di aver ricreato per una sera quella sensazione di comunità.
Perché ha funzionato? Raimo lo scrive chiaramente: il formato era già politica per Murgia, ma solo perché dietro c’era un obiettivo preciso.
Lei condivideva un pensiero, una visione, con ogni mezzo disponibile e con uno scopo preciso: che il mondo sapesse, parafrasando il suo primo libro. Non per mettersi in luce, ma per divulgare, per rendere accessibile, per fare politica nel senso più concreto del termine.
Noi non abbiamo adattato il suo Stai Zitta per il teatro con l’obiettivo di fare sold out. Abbiamo voluto portare le sue parole su un palco, raccontare con le azioni la violenza che Michela ci insegnava a riconoscere nel linguaggio.
Certo, ci sono stati teatri che hanno snobbato lo spettacolo, che non lo hanno voluto programmare per motivi spesso politici, perché Murgia dava fastidio, lo immaginavamo, lo sapevamo, ma abbiamo corso lo stesso il rischio.
Quello che contava infatti era portare la sua parola a chi magari non l’aveva mai letta, farla ascoltare ancora a chi invece la conosceva a memoria, mettendo in pratica ciò che ci aveva lasciato: la generosità, il coraggio di non piacere, la priorità che si capisca, che si sappia.
Se manca quell’obiettivo onesto, se al centro c’è chi porta lo spettacolo invece delle parole che incarna, se al centro c’è chi crea il contenuto invece del contenuto creato, il formato fallisce. E lo spazio resta vuoto, anche se qualcuno lo occupa.
A questo ho pensato leggendo Raimo, e il modo in cui descrive Murgia: la sua capacità di abitare formati diversi con un unico obiettivo politico, di rendere accessibile il pensiero difficile senza abbassarlo, di creare comunità intorno a una domanda aperta invece che intorno a una risposta.
Leggendolo ho rivisto quelle tantissime donne e uomini in piedi agli applausi, gli occhi lucidi, i sorrisi, i cartelli alzati con scritto “disobbedite!” “fate casino!”
Il rischio che gli spazi che lei aveva aperto restino vuoti, come teme Raimo, credo nasca proprio dal fatto che il suo formato non si eredita, ma si pratica. E si pratica solo con la stessa generosità con cui lei lo abitava: mettendo al centro la cosa, non chi la porta.
E tornando ai regali, spesso ne ricevevamo noi attrici al termine di ogni replica: mazzi di carciofi, unicorni, magliette, dolci… tra i tanti ne ricordo uno perché l’ho incorniciato, è una cartolina.
Nel disegno si vede una figura femminile in ginocchio che piange e dice “Non andare via…” e una Michela stilizzata in piedi, che risponde: “Avete tutto ciò che vi serve per continuare a disobbedire”.
E’ il regalo più bello, e ce lo ha fatto lei.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonella Questa
Source link





