Covid, il rischio c’è. Gli ultimi dati e 10 proposte in vista dell’autunno


Dai dati dei contagi agli effetti su anziani e cronici, passando per il costo dovuto alla mancata copertura vaccinale e all’impatto sul SSN, il quadro è chiaro: il Covid non è scomparso, è solo cambiato rispetto a quello di qualche anno fa. Non si tratta più infatti di una fase di emergenza, bensì di una fase endemica in cui il Covid si è unito agli altri virus respiratori. È questa sua normalizzazione ad essere necessaria, in particolare per fare prevenzione tra le persone più esposte: anziani, fragili, pazienti cronici, immunocompromessi, residenti nelle RSA e persone con condizioni di salute che aumentano il rischio di esiti gravi.

Per l’Italia questa non è una questione marginale. Un cittadino su quattro ha più di 65 anni, l’8% della popolazione ha più di 80 anni e, tra gli anziani, circa sei persone su dieci convivono con almeno una cronicità. In un Paese con questa struttura demografica, la prevenzione vaccinale non riguarda solo la protezione individuale: è anche uno strumento di sostenibilità del SSN, come evidenziato nel Position Paper I-Com realizzato in collaborazione con sei società scientifiche e contenente 10 proposte in vista dell’autunno.

IL COVID RESTA UN RISCHIO PER ANZIANI E FRAGILI

Nel 2025, secondo i dati riportati dai monitoraggi ufficiali, in Italia sono stati registrati oltre 64 mila nuovi casi di Covid e 914 decessi. Numeri che vanno letti con cautela, perché probabilmente sottostimano la reale circolazione del virus: il ricorso al tampone, soprattutto in caso di sintomi lievi, è oggi molto meno frequente rispetto alla fase pandemica.

Il dato più rilevante, però, non è solo il numero assoluto dei contagi, bensì la loro distribuzione. Anche nel 2025 le fasce d’età più avanzate — in particolare gli 80-89enni e gli over 90 — sono rimaste quelle più esposte alle conseguenze severe dell’infezione. Il virus ha continuato a generare ricoveri in area medica e terapie intensive, con una media mensile di circa 800 ricoverati in area medica e alcune decine di pazienti in terapia intensiva. Tradotto in termini assistenziali, significa circa 100 mila giornate-letto annue in area medica e quasi 9.700 in terapia intensiva, con impatti serissimi anche per l’organizzazione ospedaliera e assistenziale.

Un altro elemento spesso sottovalutato è che il Covid non si comporta più come un problema solo “invernale”. Nel corso del 2025 i dati hanno mostrato una circolazione persistente anche nei mesi estivi e di inizio autunno, con un incremento delle segnalazioni a settembre. Questo rende necessario ripensare l’accesso alla vaccinazione non soltanto come campagna stagionale, ma come offerta disponibile e riconoscibile lungo tutto l’anno per chi è a rischio.

COPERTURE VACCINALI: IL CROLLO ITALIANO

Se durante la fase emergenziale l’Italia era stata tra i Paesi europei con i più alti livelli di vaccinazione, nella fase endemica la situazione si è rovesciata e i target group individuati dal Ministero della Salute rimangono in gran parte non coperti dall’immunizzazione a loro consigliata.

Alla fine della campagna 2024/2025, infatti, la copertura vaccinale anti-Covid risultava pari appena all’1,1% nella fascia 60-69 anni, al 4,8% tra i 70-79 anni e al 7% tra gli over 80. In media, solo il 4,5% degli over 60 risultava immunizzato. Il dato degli ultraottantenni è particolarmente significativo: l’over 80 è la fascia per cui il confronto internazionale è più solido, perché rientra ovunque tra i gruppi prioritari. Eppure, l’Italia, con il suo 7%, si colloca molto al di sotto di molti Paesi europei: la Svezia supera l’80%, Finlandia e Danimarca sono intorno al 70%, il Regno Unito è stimato intorno al 64%, mentre Spagna, Francia e Germania registrano livelli superiori a quelli italiani.

Anche all’interno del Paese emergono forti differenze territoriali. L’Emilia-Romagna è la regione con la copertura più alta tra gli over 60, pari all’11,5%, seguita da Valle d’Aosta e Lombardia. All’estremo opposto, Calabria, Sicilia e Campania restano sotto lo 0,5%. Il risultato è una geografia della prevenzione molto diseguale, in cui la probabilità di essere protetti dipende ancora troppo dal territorio di residenza.

EPPURE IL VACCINO FUNZIONA: IL PARADOSSO DELLA PREVENZIONE RIMOSSA DAL DIBATTITO PUBBLICO

La letteratura più recente conferma che la vaccinazione anti-Covid continua ad essere il primo e più efficace strumento di prevenzione, in particolare per la salvaguardia di anziani e cronici. Difatti, l’immunizzazione riesce a ridurre il rischio di ricovero, malattia grave e decesso, soprattutto nei gruppi più vulnerabili. Secondo i dati della rete EuroSAVE coordinata dall’OMS, i vaccini aggiornati nella fase post-pandemica mantengono un’efficacia del 72% nella prevenzione delle ospedalizzazioni e del 67% contro decessi e ricoveri in terapia intensiva. Studi europei più recenti confermano valori rilevanti anche nelle fasce anziane: nella campagna autunnale 2024, l’efficacia contro il ricovero è risultata pari al 60% nella fascia 65-79 anni e al 58% negli over 80; contro il decesso, rispettivamente, al 78% e al 62%.

Anche per l’Italia le evidenze sono chiare. Una valutazione sulla campagna 2023/2024 ha stimato che la vaccinazione abbia evitato 565 casi gravi tra gli over 60. Il numero può sembrare limitato, ma è il risultato di una copertura media molto bassa, pari al 10,7%. Con coperture più elevate — 50%, 75% o 90% — i casi gravi evitabili sarebbero stati molti di più.

È questo il punto centrale: il problema non è tanto la mancanza di evidenze sull’efficacia della vaccinazione, ma la difficoltà del trasformare una raccomandazione in una somministrazione effettiva.

SEMPLIFICARE LA CATENA: MENO PASSAGGI, PIÙ PROSSIMITÀ

Centrale, per aumentare le coperture, è avere una comunicazione chiara e uniforme lungo tutti i livelli, da quello politico e istituzionale a quello medico. Centrale è quindi il lavoro di coinvolgimento e di trasmissione di informazioni e fiducia che possono svolgere MMG, farmacisti e specialisti. Tuttavia, la comunicazione e una maggiore “alfabetizzazione” circa l’efficacia del vaccino non sono sufficienti.
Come evidenziato nel lavoro svolto da I-Com in collaborazione con alcune delle più autorevoli società scientifiche italiane, occorre infatti renderlo più semplice da ricevere e più semplice da somministrare. Occorre, in altre parole, semplificarne tutti i passaggi della catena, sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta.

Dal lato del cittadino, oggi l’accesso appare spesso frammentato: non sempre è chiaro dove vaccinarsi, come prenotare, se sia possibile farlo insieme all’antinfluenzale o quali siano i punti disponibili. Per questo è necessario attivare un lavoro di comunicazione serio, coinvolgere i presidi territoriali, e ripristinare un sistema di prenotazione online uniforme e facilmente accessibile, capace di orientare rapidamente il paziente verso il punto vaccinale più vicino.

Dal lato dell’offerta, bisogna rafforzare il ruolo dei medici di medicina generale e delle farmacie. I primi sono decisivi per identificare i pazienti fragili, proporre attivamente la vaccinazione, fare counseling e raggiungere anche chi ha difficoltà a spostarsi, attraverso la domiciliarità. Le farmacie possono invece contribuire alla prossimità e alla capillarità dell’offerta, riducendo barriere logistiche e tempi di accesso.

Un ulteriore elemento può arrivare dall’evoluzione dei formati vaccinali. Il passaggio da fiale multidose a soluzioni più semplici, come le siringhe preriempite monodose, renderà la somministrazione più agile, ridurre gli sprechi e favorire l’integrazione del vaccino anti-Covid nelle pratiche ordinarie di prevenzione.

IL COSTO DELLA MANCATA VACCINAZIONE

La bassa copertura vaccinale non produce tuttavia solo conseguenze sanitarie. Ha anche un costo economico. Uno studio I-Com ha stimato che nel 2023, primo anno post-emergenziale, il costo totale riconducibile alla mancata vaccinazione sia stato pari a circa €1,6 miliardi, di cui circa €900 milioni erano costi diretti evitabili, legati soprattutto a ospedalizzazioni e terapie intensive. Proiettando il ragionamento sul 2025, i costi diretti attribuibili a una copertura insufficiente sono stimati in circa €120 milioni, derivanti da ricorsi al ricovero e alla terapia intensiva che in parte avrebbero potuto essere evitati. A questi vanno aggiunti i costi indiretti: assenze dal lavoro, perdita di produttività, peggioramento delle cronicità, maggiore domanda di assistenza territoriale e conseguenze del long Covid.

Proprio il long Covid rappresenta una delle aree più rilevanti e meno visibili del burden economico. L’OMS stima che circa il 6% delle persone contagiate sviluppi una condizione post-Covid e che una parte di queste continui a manifestare sintomi anche dopo un anno. Secondo evidenze OCSE, nel 2021 i costi sanitari diretti legati al long Covid hanno assorbito in Italia lo 0,8% della spesa sanitaria, un valore superiore alla media europea. Ancora più pesante è l’impatto sulla produttività, stimato per l’Italia tra l’1,2% e l’1,3% del PIL nel 2021.

PROCUREMENT: DALL’EUROPA ALLE REGIONI

La questione dell’approvvigionamento sarà sempre più rilevante, in particolare nell’attuale scenario globale e di incertezza geopolitica. Durante la fase emergenziale il sistema europeo di acquisto congiunto ha avuto un ruolo decisivo nel garantire disponibilità di dosi ed evitare competizione tra Stati membri. Oggi, nella fase endemica, il Joint Procurement Agreement resta uno strumento utile, ma il problema cambia: non si tratta più di acquistare grandi quantità in emergenza, bensì di programmare fabbisogni ricorrenti, flessibili e coerenti con i gruppi target.

Per l’Italia il progressivo esaurirsi dei contratti europei attivi rende necessario integrare il vaccino anti-Covid nei meccanismi ordinari di programmazione e acquisto. Il livello nazionale dovrà continuare a definire target, timing della campagna e criteri di aggiornamento del vaccino. Le Regioni dovranno invece tradurre queste indicazioni in ordini, distribuzione, chiamata attiva e organizzazione dell’offerta territoriale.

Ad oggi, però, solo Sicilia e Toscana risultano aver inserito esplicitamente la vaccinazione anti-Covid nei rispettivi calendari vaccinali come offerta stagionale per i gruppi a rischio. È un segnale importante, ma ancora troppo isolato.

PRESENTATO IL DECALOGO I-COM: 10 PROPOSTE PER ARRIVARE PREPARATI ALL’AUTUNNO

La sfida, in vista della prossima campagna vaccinale, è passare dalla raccomandazione formale e attualmente non praticata nel concreto, ad una piena normalizzazione dell’immunizzazione da Covid al pari, e al fianco, delle altre vaccinazioni di routine per anziani e fragili.
A tal fine, il 3 giugno presso il Senato della Repubblica I-Com ha presentato il Position Paper contenente dieci linee d’azione: integrare il vaccino anti-Covid nella routine della prevenzione respiratoria; uniformare il messaggio pubblico e medico; aggiornare i calendari vaccinali; formare operatori sanitari, medici e farmacisti; avviare campagne informative che distinguano chiaramente Covid e pandemia; accorciare la catena tra prenotazione e somministrazione; usare strumenti di nudging come recall, appuntamenti preassegnati e reminder; programmare il procurement tra Stato e Regioni; rafforzare dati, interoperabilità e monitoraggio; aumentare gli investimenti in prevenzione. Il decalogo è stato sottoscritto da SIGG, SIMG, SIMIT, SITI, e dalla Consulta della Pneumologia e da Happy Ageing.

Il filo rosso è semplice: nella fase endemica il Covid non richiede più strumenti emergenziali né tantomeno una comunicazione sviante, ma politiche ordinarie, coerenti e pertanto efficaci. L’evidenza scientifica lo mostra chiaramente: per anziani e fragili, la vaccinazione non è un residuo della pandemia, ma lo strumento con cui evitare che il virus in questa fase endemica possa portare a conseguenze gravi e all’aggravarsi di condizioni preesistenti. Parimenti, per lo Stato e l’intero sistema di cure italiano – già alle prese con sfide esistenziali per la propria sostenibilità – la prevenzione è anche lo strumento con cui evitare ingenti costi legati alla mancanza di immunizzazione e l’aumento delle pressioni in ospedali e reparti.

Ora, però, le risposte spettano ai decisori politici dei vari livelli dell’organizzazione della sanità, da quello nazionale a quelli regionali: se l’aggiornamento del Calendario Vaccinale prevedendo l’inclusione del Covid è senz’altro un atteso e importante passo avanti, tempestive azioni sono ora necessarie sul lato della comunicazione, della capacità di rete tra operatori e sul territorio, e sugli aspetti riguardanti l’approvvigionamento.


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 Thomas OSBORN

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