Il paradosso dei riformisti | LibertàEguale


di Alberto Bianchi

 

L’ampia e densa intervista rilasciata da Pina Picierno al Foglio del 4 giugno (https://drive.google.com/drive/folders/1C5NaiqzVCETQHObwWJOkp2MkUwMIcBT8) – con la quale la Vicepresidente del Parlamento europeo e membro della Direzione del Pd annunciava di abbandonare il partito – ha scosso il Pd, la sinistra e, più in generale, tutti i partiti. Ci sono state reazioni, controreazioni, prese di posizione e commenti di appoggio o dissenso nei riguardi della Picierno. Quel che, però, ha attirato la mia attenzione – quale socio di Libertà Eguale – è la riflessione che sul caso Picierno ha rilasciato il Presidente della nostra associazione, Enrico Morando, al quotidiano Il Dubbio del 5 giugno (https://drive.google.com/drive/folders/1zK37GLo5Ficft-b01Id9Igoet8hJFY93).

L’intervista di Enrico Morando, difatti, offre una chiave di lettura che intendo assumere come punto di partenza del presente commento. Morando non minimizza nulla delle ragioni che hanno portato Pina Picierno a lasciare il Partito democratico. Anzi, le riconosce una per una: l’isolamento interno, la mancanza di solidarietà anche di fronte ad attacchi e minacce, e soprattutto l’insofferenza della maggioranza del partito verso chi avanza critiche sulla linea politica. È in questo contesto che Morando parla di una «postura iper identitaria» assunta dal Pd negli ultimi anni, che ha portato il partito a occuparsi più di prendere le distanze dal proprio passato che di affrontare le sfide del presente.

Morando cita due esempi che, nella loro semplicità, mostrano la distanza tra la linea politica e la realtà del Paese, quella distanza che, per l’appunto, la Picierno richiama nel suo j’accuse alla linea della Segretaria del Pd, Elly Schlein: mentre l’inflazione erodeva i salari, la maggioranza del Pd concentrava la propria iniziativa sui referendum contro il Jobs Act; e mentre l’ordine internazionale veniva messo in discussione dall’uso aggressivo delle armi, si decideva di non partecipare alla parata del 2 giugno per prendere le distanze dalle armi in quanto tali. Sono scelte che segnalano una difficoltà a tenere insieme identità e responsabilità.

A queste critiche all’attuale maggioranza del Pd, Morando aggiunge un altro elemento fondamentale: l’abbandono sistematico delle primarie per la scelta dei candidati sindaco. Non è un dettaglio procedurale. È un segnale politico: rinunciare a ciò che costituiva parte del “mito originario” del Pd significa restringere lo spazio della contendibilità, non ampliarlo.

Fin qui, Morando non si discosta in nulla dalla Picierno. Ma è proprio qui che egli colloca il limite della scelta di quest’ultima di abbandonare il partito. Perché, pur condividendo le ragioni della critica, Morando considera l’uscita dal Pd «un grave errore politico». E la ragione non è di ordine sentimentale o identitario: è una ragione eminentemente strategica.

Secondo Morando, nel Pd convivono da sempre due culture politiche: quella riformista, orientata alla funzione di governo, e quella erede del massimalismo, più attenta all’identità che alla trasformazione concreta della società. Nel 2023 ha prevalso la seconda. Ma nulla rende irreversibile questo esito. Le regole del Pd, ricorda Morando, «garantiscono effettivamente la contendibilità». Dunque, uscire dal partito significa sottrarre forza proprio a quella parte riformista che dovrebbe contendere la leadership, e al tempo stesso lasciare campo libero a quella deriva identitaria che si vorrebbe contrastare.

Il limite dell’errore politico sta qui: la scelta di Picierno, pur motivata da ragioni fondate, rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Invece di correggere la linea politica, la rende meno contendibile. Invece di riequilibrare il partito, ne rafforza l’ala che lei critica. Invece di aprire una prospettiva riformista, la indebolisce. Qui è il paradosso della Picierno.

Morando aggiunge un’ultima considerazione, forse la più rilevante per il futuro dell’area riformista. Pensare di riequilibrare il centrosinistra costruendo ex novo un soggetto liberal‑democratico capace di raggiungere rapidamente il 20% non è impossibile, ma «certamente estremamente difficile». Riconquistare una linea riformista dentro il Pd è difficile anch’esso, ma meno difficile della prima opzione.

L’intervista di Morando, letta così, non è un atto di nostalgia né un invito alla disciplina. È un ragionamento politico: se l’obiettivo è ricostruire una proposta riformista credibile, la scelta del luogo in cui combattere non è indifferente. E il limite dell’errore di Picierno sta nel fatto che, pur avendo ragione nelle critiche, rischia di indebolire proprio la possibilità di trasformare quelle ragioni in una linea politica alternativa.

Il paradosso speculare dei riformisti dentro il Pd.

C’è, nondimeno, un’osservazione critico-problematica che mi sento di sollevare al ragionamento di Morando. Se egli mette in luce il paradosso politico della scelta di Picierno – la fuoriuscita individuale dal Pd rischia di indebolire la forza delle buone ragioni politiche e culturali del suo j’accuse alla maggioranza schleiniana – resta tuttavia aperto un interrogativo ulteriore, che riguarda non la scelta individuale della Picierno, ma il posizionamento politico‑programmatico collettivo dei riformisti che restano nel Pd. Quello che pongo non è un interrogativo che contraddice Morando, ma che ne prolunga l’analisi: e se la diaspora riformista non fosse soltanto l’effetto di scelte individuali, bensì anche il sintomo di un limite politico‑programmatico della linea e dell’azione dei riformisti interni al Pd?

Il punto è semplice, ma non banale. Morando sostiene che la contendibilità del Pd è ancora possibile e che, per questa ragione, la battaglia riformista deve essere combattuta dall’interno. È un argomento razionale, fondato sulla storia del partito democratico e sulla sua architettura statutaria, nonché dei grandi partiti socialisti e di sinistra europei.  Tuttavia, la domanda che emerge osservando la dispersione progressiva dei riformisti è se questa contendibilità, pur formalmente garantita, sia oggi percepita come politicamente efficace da chi dovrebbe esercitarla. In altri termini: la diaspora non è forse anche l’effetto di una difficoltà della linea riformista a proporsi come luogo credibile di ricomposizione, rilancio e battaglia politico‑culturale?

Il rischio è che il posizionamento riformista interno al Pd appaia – non solo agli occhi di singoli riformisti che lasciano il Pd, ma anche di quelli che restano – troppo schiacciato sull’orizzonte immediato delle elezioni politiche del 2027. Un orizzonte che, per sua natura, tende a ridurre la battaglia riformista a un aggettivo aggiunto al cartello elettorale del “Campo largo”, più che a una prospettiva autonoma capace di ridefinire il profilo del partito e del centrosinistra. Se la sfida è soltanto quella di riequilibrare il Pd e il “Campo largo” in vista del 2027, la forza attrattiva della proposta riformista rischia di indebolirsi, perché non offre una visione che vada oltre la contingenza elettorale.

È qui che si apre un secondo paradosso, speculare a quello individuato da Morando nella Picierno. Se da un lato l’uscita dal Pd indebolisce la possibilità di contendere la leadership, dall’altro la permanenza nel Pd, non accompagnata da una proposta politico‑programmatica più coraggiosa e più lunga dell’orizzonte del 2027, rischia di non essere percepita come una via realmente trasformativa. Il risultato è che la diaspora riformista dal Pd può diventare non solo un errore individuale, ma anche il sintomo di una insufficienza collettiva: l’incapacità di offrire una prospettiva strategica che ricomponga, orienti e dia forma a un progetto riformista all’altezza della fase storica internazionale che viviamo. A evitare tale incapacità è indirizzato lo stesso impegno specifico di riflessione e confronto dei riformisti raccolti in Libertà Eguale, in vista dell’Assemblea nazionale dell’Associazione del 24 e 25 ottobre 2026.

La domanda, dunque, è inevitabile: una linea riformista che si limiti a “resistere dentro” il Pd, senza assumere una dimensione costituente, è davvero in grado di ricostruire una sinistra riformista e un centrosinistra di governo? O rischia, al contrario, di restare intrappolata nella logica del breve periodo, incapace di offrire quella sintesi politica e culturale che sola potrebbe riunificare la diaspora e restituire al riformismo una funzione generativa?

Non si tratta di contrapporre l’opzione interna a quella esterna, né di anticipare scenari organizzativi. Si tratta di riconoscere che la crisi del Pd e la dispersione dei riformisti non si spiegano soltanto con le scelte individuali, ma anche con la difficoltà di elaborare una prospettiva che vada oltre il 2027 e che assuma la forma di un processo costituente, capace di ridefinire il campo riformista e, con esso, il profilo del centrosinistra italiano.


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