Tutti gli stati “atomici” hanno ampliato le proprie dotazioni nel 2025 e per la prima volta in trent’anni la proliferazione potrebbe tornare a crescere. Russia e Stati Uniti controllano ancora l’83% della “potenza” nucleare mondiale, ma è la Cina il paese che corre più veloce. Alle Nazioni Unite, il principale strumento diplomatico di controllo ha fallito per la terza volta consecutiva
A gennaio 2026 nel mondo esistono 12.187 testate nucleari. Di queste, quasi diecimila sono in stato di allerta operativa o pronte all’uso; circa quattromila già montate su missili e aerei; tra le duemila e le duemiladuecento mantenute in stato di massima prontezza, pronte al lancio in pochi minuti.
È il quadro che emerge dall’edizione 2026 dello SIPRI Yearbook, il rapporto annuale dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma, che quest’anno dipinge uno scenario tra i più preoccupanti dalla fine della Guerra Fredda.
La corsa delle nove potenze nucleari
Tutte e nove le potenze nucleari (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele) hanno potenziato e ammodernato i propri arsenali nel 2025, schierando nuovi sistemi d’arma. Non si tratta di aggiustamenti marginali: è una tendenza sistemica che rischia di invertire quella lenta riduzione delle testate nucleari che aveva caratterizzato i trent’anni successivi alla caduta del Muro di Berlino.
La fine del disarmo progressivo
Dal 1991 in poi, lo smantellamento delle testate in disuso da parte di Russia e Stati Uniti aveva sempre superato il ritmo di produzione di nuove armi, determinando una progressiva riduzione dello stock globale. Quel meccanismo si sta inceppando. Lo smantellamento rallenta, la produzione accelera. Nei prossimi anni, per la prima volta in trent’anni, secondo il SIPRI il numero totale di testate nucleari nel mondo potrebbe tornare a salire.
A pesare su questo scenario c’è anche la scadenza, nel febbraio 2026, del Nuovo START, il trattato bilaterale russo-americano del 2010 che fissava limiti precisi alle forze nucleari strategiche dei due paesi. Senza un accordo successivo, il rischio di una nuova spirale competitiva cresce.
Il record di Mosca e Washington
Russia e Stati Uniti detengono insieme circa l’83% delle testate operative mondiali. Il programma di modernizzazione americano avanza con crescenti difficoltà: ritardi, aumenti di costi e l’annuncio del sistema di difesa missilistica Golden Dome (il cui costo stimato supera il trilione e duecento miliardi di dollari) rischiano di sottrarre risorse al già stressato rinnovamento nucleare, mentre si lavora all’introduzione di nuove armi non strategiche.
Sul fronte russo, il missile balistico intercontinentale Sarmat ha fallito un’ulteriore prova di lancio nel 2025, mentre sanzioni e guerra in Ucraìna pesano sui programmi di sviluppo. Il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik avrebbe invece superato con successo un test percorrendo oltre quattordicimila chilometri.
La Russia ha avviato una base avanzata in Bielorussia per il missile Oreshnik, già impiegato contro l’Ucraina con testate convenzionali, da ultimo nel maggio 2026.
La corsa cinese cambia gli equilibri
Il dato forse più significativo del rapporto riguarda la Cina. Pechino è oggi il paese che espande il proprio arsenale nucleare più rapidamente al mondo. SIPRI stima circa 620 testate, con centinaia di missili già caricati in tre grandi campi di silos nel nord del paese e altri 30 silos in costruzione a est. Anche superando le mille testate entro il 2030, Pechino resterebbe ad un quarto dell’attuale stock di ciascuna di Russia e Stati Uniti. Ma la direzione di marcia è inequivocabile, e alimenta già pressioni a Washington per un analogo potenziamento.
L’Europa riscopre la bomba
Il rapporto dedica ampio spazio alle trasformazioni europee. Il Regno Unito ha annunciato l’acquisto di 12 cacciabombardieri F-35A con capacità nucleare, invertendo la scelta degli anni Novanta di denuclearizzare la Royal Air Force.
La Francia ha introdotto il nuovo missile submarino M51.3 e annunciato una nuova base aerea nucleare nell’est del paese. Nel marzo 2026 il presidente Macron ha comunicato di aver ordinato un aumento delle testate francesi, annunciando che Parigi non renderà più pubbliche le dimensioni del proprio arsenale. Diversi paesi europei, Germania in testa, hanno manifestato interesse a estendere le intese di condivisione nucleare NATO anche alle armi francesi e britanniche, non più solo a quelle americane.
Asia meridionale, il rischio più concreto
L’Asia meridionale resta lo scenario più acutamente pericoloso. India e Pakistan hanno entrambi proseguito nei rispettivi programmi nel 2025. Nel maggio dello stesso anno i due paesi sono stati protagonisti di un breve conflitto armato, nel quale l’India ha colpito basi aeree e missilistiche pakistane ritenute connesse al programma nucleare. Entrambe le parti hanno scelto di non far precipitare la crisi. Ma è stato sottile il confine tra scontro convenzionale e rischio atomico in una regione dove entrambi i contendenti possiedono la bomba.
La Corea del Nord, dal canto suo, continua a puntare all’espansione “esponenziale” del proprio arsenale. SIPRI stima circa sessanta testate assemblate, con materiale sufficiente per produrne almeno altre trenta e nuovi missili testati nel 2025, tra cui il nuovo Hwasong-20 a propellente solido.
Il terzo fallimento consecutivo del TNP
Su questo sfondo di riarmo globale si è consumato, il 22 maggio 2026 a New York, il fallimento della XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare. Dopo quattro settimane di negoziati tra i 191 stati aderenti, nessun documento finale condiviso è stato approvato. È la terza volta consecutiva che accade, dopo i fallimenti del 2015 e del 2022. Un segnale inequivocabile della profonda frattura che divide la comunità internazionale sul tema nucleare.
I nodi irrisolti
Al centro dello stallo, divergenze strutturali difficili da colmare. La maggioranza degli stati non nucleari ha chiesto passi concreti verso il disarmo e il rispetto degli impegni previsti dall’articolo VI del trattato, che vincola le potenze nucleari a negoziare in buona fede verso l’eliminazione degli arsenali. Queste ultime hanno risposto difendendo approcci più cauti, adducendo un contesto internazionale che non consentirebbe progressi significativi.
Il dossier iraniano
Un nodo ulteriore è stato il dossier iraniano: i riferimenti alle contestazioni rivolte a Teheran sul rispetto dei propri obblighi hanno contribuito a bloccare il consenso nelle fasi finali, vanificando le ultime speranze di accordo.
Il patto fondativo del TNP – gli stati non nucleari rinunciano all’arma atomica in cambio dell’impegno delle potenze verso il disarmo – appare sempre più svuotato di senso. Il trattato resta il principale pilastro della governance nucleare mondiale, ma è sottoposto a pressioni crescenti in un contesto segnato da sfiducia, rivalità strategiche e instabilità diffusa.
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gianniballarini
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