Il vescovo di Quelimane è stato ucciso lo scorso 6 giugno nell’episcopio della città
Le circostanze sono ancora da chiarire, mentre nel paese si susseguono gli omicidi politicamente motivati
All’alba del 6 giugno scorso, il vescovo della diocesi di Quelimane e amministratore apostolico di Beira, don Osório Citora Afonso, è stato ucciso nell’episcopio della capitale della Zambézia, nel centro del Mozambico.
Stando alle ricostruzioni fornite alla stampa mozambicana dal SERNIC, il servizio investigativo mozambicano, si è trattato di un’esecuzione in piena regola.
Gli assassini hanno infatti eluso il sistema elettronico di sorveglianza e scavalcato il muro di cinta dell’edificio vescovile, per poi scaricare una serie di colpi mortali contro l’alto prelato, ritrovato a terra nel corridoio, in un bagno di sangue e senza vita.
Chi era il vescovo di Quelimane
Don Osório era nato nel 1972 nella provincia di Nampula ed era un membro dell’Istituto missionario della Consolata.
Il presule era stato nominato vescovo di Quelimane da papa Leone XIV nel luglio 2025 e aveva assunto la missione di amministratore apostolico di Beira lo scorso aprile, dopo le dimissioni del vescovo italiano don Claudio Dalla Zuanna.
Il sacerdote mozambicano era molto legato all’Italia: aveva compiuto parte dei suoi studi a Roma, dove aveva anche lavorato in qualità di formatore del Seminario teologico internazionale di Bravetta, tra il 2016 e il 2023, e di officiale presso il Dicastero per l’Evangelizzazione in Vaticano, tra il 2017 e sempre il 2023.
Il vescovo aveva anche prestato servizio presso la diocesi di Treviso.
Circostanze da chiarire
Secondo i primi accertamenti del SERNIC, l’arma utilizzata per l’omicidio di don Osório sarebbe un fucile AKM, normalmente in dotazione alle forze dell’ordine locali.
È tuttavia impossibile, al momento, tirare conclusioni sugli esecutori materiali dell’omicidio. Va inoltre sottolineato che in Mozambico armi come i fucili AKM circolano anche al di fuori delle forze di sicurezza, soprattutto nel centro del paese dove è avvenuta l’uccisione di don Osório.
Questa è infatti una delle zone del paese dove più si è combattuto durante la guerra civile tra FRELIMO e RENAMO, tra il 1977 e il 1992, e dove si sono concentrati gli scontri che hanno segnato il rigurgito delle ostilità che si è registrato tra il 2014 e il 2019, seppure con intensità molto minore.
Il dolore di papa Leone e la condanna dell’UE
In ogni caso, il delitto ha avuto una ripercussione immediata sulla stampa locale, mentre anche le reazioni del Vaticano e della comunità internazionale non si sono fatte attendere.
Papa Leone XIV ha espresso il suo “dolore” per questa morte violenta, mediante un comunicato affidato al canale Telegram, emesso dal portavoce del Vaticano, Matteo Bruni.
Il comunicato ufficiale della delegazione dell’Unione Europea a Maputo ha parlato di “shock” nell’apprendere di questa barbara esecuzione, sottolineando la necessità di un’indagine “minuziosa e trasparente” da parte delle forze dell’ordine mozambicane.
Il coordinatore della comunità musulmana nella regione centrale del paese, Augusto Nobre, ha manifestato sgomento, personale e a nome dell’entità religiosa che rappresenta, per la perdita di Don Osório.
Le possibili piste investigative
Le piste investigative, al momento, brancolano nel buio. Difficile, quindi, andare oltre a mere ipotesi.
Vista la complessa fase storica che sta attraversando il Mozambico, le piste principali appaiono tre: una è legata al terrorismo presente nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, di matrice islamica. La zona è epicentro da circa otto anni di un conflitto tra milizie che si auto dichiarano jihadiste e stato mozambicano.
Vista la distanza geografica con la zona più colpita dalle ostilità però, questa ipotesi appare piuttosto poco probabile.
C’è poi quella di una resa di conti di individui o gruppi che, per un qualche motivo, erano entrati in contrasto con Don Osório, sia a Quelimane che a Beira.
Infine, una pista che appare impossibile da escludere nel Mozambico di oggi: quella di un delitto commissionato da qualche membro del Deep State o da pezzi deviati degli apparati di sicurezza per posizioni assunte da Don Osório, o per informazioni che questi aveva in suo possesso, e che non dovevano essere divulgate.
Un’ultima ipotesi sarebbe quella che vede la Chiesa cattolica, con la Conferenza episcopale del Mozambico (di cui don Osório era segretario generale) come soggetto da colpire, a causa delle sue posizioni a volte critiche verso l’attuale governo, a partire dalle violenze di stato perpetrate in seguito alle contestate elezioni del 2024.
Ma anche in questo caso, i dubbi non mancano: ci sarebbe da chiedersi perché proprio Don Osório, le cui esternazioni pubbliche rispetto al mondo politico non sono mai state particolarmente dure.
E poi perché consumare questo delitto in un’area – quella, appunto, del palazzo vescovile – non soltanto protetta da sistemi di sorveglianza elettronici, ma situata vicino al comando provinciale della polizia e ad altri edifici del potere locale, che avrebbero sconsigliato un’azione del genere in quel preciso luogo.
O forse chi ha ordinato l’esecuzione voleva proprio dare una dimostrazione di forza e impunità, colpendo in aree che lo stato dovrebbe essere in grado di controllare con relativa facilità e che invece si dimostrano non meno pericolose di tutte le altre.
Scia di uccisioni
Di fronte a queste incertezze infatti, resta la certezza di un contesto generale segnato da forte violenza, in Mozambico. Negli ultimi anni si sono registrati diversi omicidi illustri, tutti rimasti sostanzialmente impuniti.
Si va dall’esecuzione, in piena Maputo, del professore franco-mozambicano Gilles Cistac, ucciso a marzo 2015 durante la crisi che ha fatto seguito alle elezioni del 2014, vinte dalla RENAMO alle opposizioni in sette provincie, ma non a livello nazionale.
Nell’ottobre 2016 è stato ucciso invece proprio un allora deputato di questo partito, Jeremias Pondeca, ammazzato mentre faceva jogging sul lungomare della capitale, presso il quartiere Costa do Sol.
Più di recente, anche l’ultima crisi post-elettorale mozambicana è stata macchiata da omicidi che appaiono politicamente motivati.
A ottobre 2024, pochi giorni dopo il contestato voto che ha visto l’ennesima riconferma del FRELIMO alla guida del paese, sono stati uccisi a Maputo Elvino Dias e Paulo Guambe.
Il primo era un avvocato legato al candidato presidenziale Venâncio Mondlane, figura più in vista delle opposizioni e vero vincitore delle urne secondo un’ampia fetta della società civile mozambicana. Il secondo era un rappresentate legale di Podemos, la formazione politica che aveva sostenuto la candidatura di Mondlane.
Nel solo mese di maggio di quest’anno infine, due membri del partito di opposizione poi fondato dal candidato delle opposizioni, Anamola, sono stati assassinati. Le indagini sui due omicidi non ha ancora fatto registrare progressi degni di nota.
Stato violento
L’impressione che si ricava da una tale sequela di crimini è che in Mozambico la violenza e l’assassinio siano diventati metodi “normali” per risolvere discordie di ogni tipo: politiche innanzitutto, ma non solo.
L’omicidio politico a opera di apparato di sicurezza o servizi deviati è appunto diventato la norma, il più delle volte nella totale impunità di chi lo commette.
Il conflitto a Cabo Delgado, che ha fatto più di 6mila morti dal 2017, non sembra neanche più una priorità per il governo. Lo stato ha delegato la sicurezza dell’area alle truppe rwandesi, ammettendo, di fatto, la propria incapacità nel controllare la situazione.
Infine, anche a livello domestico, la violenza di genere ha portato a un incremento notevole dei femminicidi e dei rapimenti di donne da parte di familiari, secondo quanto denunciato di recente anche da ong internazionali come Human Rights Watch (HRW).
Insomma, l’omicidio di don Osório potrà anche non essere legato a ragioni politiche specifiche, ma si innesta in un clima di violenza sempre più diffuso, in cui emergono con forza la repressione del dissenso e la mancanza di istituzioni in grado di garantire giustizia.
Cosa può cambiare
L’eco internazionale di questo ultimo omicidio potrebbe rappresentare uno stimolo a garantire rompere il ciclo di impunità.
Il rischio, però, è che questa ricerca porti solo all’identificazione di colpevoli a qualsiasi costo, o dei soli esecutori materiali, al fine di contenere le pressioni che si sono immediatamente riversate sull’esecutivo mozambicano.
Trovare qualcuno da punire, in definitiva, più che cambiare le cose in modo sostanziale.
Un risultato auspicabile, sulla scia di questo atto ingiustificabile, sarebbe che la comunità internazionale, Unione Europea in primo luogo, cominciasse a esigere da Maputo la cessazione della persecuzione di esponenti politici o rappresentanti della società civile non allineati col governo.
Rendere giustizia a Don Osório significherebbe anche questo: non soltanto assicurare i colpevoli alla giustizia, ma ispirarsi al suo sacerdozio, che ha sempre predicato pace e dialogo, affinché le violenze diffuse e impunite cessino una volta per tutte.
In gioco c’è la possibilità di restituire al Mozambico un clima di vivibilità e di civile confronto politico. Un impegno che si profila come urgente, quando si avvicina il biennio elettorale 2028-2029 con altre, prevedibili, violenze in arrivo.
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