i numeri che smentiscono Schlein&co


La sinistra esulta. E già qui verrebbe da fermarsi. Esulta per un pareggio? Esulta per un voto amministrativo che non sposta gli equilibri nazionali? Esulta dopo aver raccontato per giorni che dalle urne sarebbe arrivato un messaggio chiaro al governo Meloni? Perché, a guardare i numeri senza le lenti dell’entusiasmo militante, questo messaggio semplicemente non c’è. I ballottaggi delle comunali si chiudono senza grandi scossoni. Nei sei capoluoghi al voto finisce sostanzialmente tre a tre: il centrodestra vince a Macerata, Lecco e Arezzo; il centrosinistra conferma Chieti e Trani e strappa Agrigento. Un risultato equilibrato, non certo l’onda progressista che qualcuno sperava di poter vendere come inizio della rimonta nazionale.

E infatti il primo dato politico è proprio questo: la sinistra non ha vinto. Ha ottenuto alcuni successi locali, certo. Ma non ha sfondato. Non ha travolto il centrodestra. Non ha mandato alcun avviso di sfratto a Palazzo Chigi. Non ha dimostrato che il cosiddetto campo largo sia diventato una coalizione credibile, compatta, pronta a governare il Paese. Ha semplicemente partecipato a una tornata amministrativa segnata, come spesso accade, da fattori locali, liste civiche, candidati personali, apparentamenti e dinamiche territoriali difficili da trasformare in un referendum sul governo.

Eppure il racconto è partito immediatamente. Elly Schlein parla di “chiara affermazione dell’alleanza progressista”. Il Pd rivendica il conto complessivo dei capoluoghi: dieci a sei. Giuseppe Conte rilancia l’agenda progressista. Matteo Renzi e Angelo Bonelli spiegano che la destra non è invincibile. Insomma, tutti pronti a intestarsi una vittoria politica. Peccato che la vittoria politica, nei fatti, non si veda. La realtà è più semplice e meno comoda per il centrosinistra. Due settimane dopo il voto di milioni di elettori in centinaia di comuni, il secondo turno non produce alcun terremoto. Anzi: conferma un’Italia amministrativa frammentata, dove le civiche crescono, i partiti arretrano o resistono a seconda dei territori, e nessuno può alzarsi in piedi per dire di aver conquistato il Paese.

Nei comuni sopra i quindicimila abitanti, tra primo turno e ballottaggi, le liste civiche avanzano. Il centrodestra perde qualcosa, il centrosinistra perde di più. Se poi si aggiungono i piccoli e medi comuni, il quadro complessivo assomiglia molto a un pari e patta. Non proprio il materiale migliore per una marcia trionfale. C’è poi un punto che la sinistra preferisce dimenticare: i ballottaggi, storicamente, sono spesso più complicati per il centrodestra. Al secondo turno contano la mobilitazione, gli apparentamenti, la capacità di sommare elettorati diversi. In teoria, il centrosinistra dovrebbe partire avvantaggiato, soprattutto quando può presentarsi come alternativa al governo nazionale. E invece il centrodestra non solo regge, ma conquista Lecco, conferma Arezzo e tiene Macerata.

A Lecco il centrodestra si riprende Palazzo Bovara. Non è un dettaglio. Se si vuole leggere il voto come termometro politico, allora bisogna leggerlo tutto, non solo nelle caselle che fanno comodo. Ad Arezzo, in una Toscana che un tempo la sinistra considerava quasi proprietà privata, il centrodestra conserva la guida della città. Anche qui: altro che vento progressista. Semmai la conferma che certe mappe ideologiche del passato non funzionano più.

Agrigento, certo, è una vittoria importante per il centrosinistra. Michele Sodano ottiene un risultato netto. Ma anche qui la fotografia è meno lineare della propaganda: il nuovo sindaco dovrà fare i conti con un consiglio comunale dove prevalgono consiglieri dell’altro schieramento. Vittoria larga nel ballottaggio, governo potenzialmente complicato nei numeri reali. Non esattamente il modello perfetto da vendere come laboratorio nazionale. Il campo largo, poi, resta largo solo nella definizione. Nella sostanza è diviso su tutto. Politica estera, giustizia, economia, infrastrutture, sicurezza, lavoro, fisco: ogni tema diventa una trattativa interna. Gli elettori lo vedono benissimo. Vedono un’alleanza che si tiene insieme più per battere Meloni che per proporre un’idea coerente di governo. E quando un’alleanza nasce contro qualcuno, prima o poi deve spiegare per che cosa esiste. Su questo, il centrosinistra continua a essere evasivo.

Nel frattempo, il centrodestra non è privo di problemi. Ci sono tensioni, rivalità, competizioni interne. La Lega deve fare i conti con l’incognita Vannacci e con le fibrillazioni nel Nord. Forza Italia prova a intestarsi alcuni risultati. Fratelli d’Italia continua a rivendicare la solidità della coalizione. Ma il dato politico è che, quando si arriva al dunque, il centrodestra tende ancora a ricompattarsi. Non sempre, non ovunque, non senza cicatrici. Ma abbastanza da smentire chi lo descriveva già in affanno.

Vigevano è un esempio interessante. Nonostante l’indicazione all’astensione arrivata dall’area vannacciana, il candidato di Forza Italia Paolo Previde Massara vince. Segno che il centrodestra può essere attraversato da nervosismi, ma conserva una capacità di tenuta superiore a quella immaginata da molti commentatori. E che il generale che invita a lasciare la scheda bianca in realtà non ha tutta questa forza. E allora torniamo alla domanda iniziale: perché la sinistra esulta? Per aver pareggiato nei capoluoghi? Per non essere riuscita a trasformare il voto amministrativo in una bocciatura del governo? Per aver dimostrato ancora una volta che il campo largo è un cantiere permanente, dove tutti parlano di unità e poi ognuno tira dalla propria parte?

La cosa più curiosa è che l’esultanza arriva dopo settimane in cui l’opposizione aveva provato a costruire un clima politico favorevole, anche sull’onda delle mobilitazioni e delle feste referendarie sulla giustizia. L’idea era semplice: trasformare ogni voto in un segnale contro il governo. Ma gli elettori non sembrano essersi prestati al gioco. Hanno votato sui territori, sui candidati, sulle amministrazioni locali. E quando il risultato nazionale viene tirato per la giacca, dice una cosa molto diversa da quella raccontata a sinistra: il governo non è stato punito.

Giorgia Meloni può legittimamente parlare di conferma della forza del centrodestra e del suo radicamento territoriale. Non perché abbia stravinto, ma perché ha retto dopo quattro anni di governo, in una tornata in cui l’opposizione sperava di dimostrare che la maggioranza fosse in declino. Questo non è accaduto.

Il centrosinistra può festeggiare alcune vittorie locali. È normale. Ma trasformarle in una svolta politica nazionale è un’altra cosa. E quella svolta, semplicemente, non c’è. La lezione delle comunali è meno spettacolare ma più vera: il centrodestra non è crollato, il centrosinistra non ha sfondato, il campo largo non è diventato improvvisamente credibile. Chi aveva annunciato l’inizio della rimonta deve ancora indicare dove, esattamente, questa rimonta sarebbe cominciata. Per ora resta solo il rumore dei brindisi. Ma sotto i calici, numeri alla mano, c’è molto meno champagne di quanto la sinistra voglia far credere.

Massimo Balsamo, 9 giugno 2026

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