Il viaggio strategico di Xi Jinping a Pyongyang – PPN ADI


Il presidente cinese è arrivato l’8 giugno nella capitale nordcoreana, accolto dal leader supremo Kim Joung-un. Un summit di due giorni che rinnova l’alleanza tra i due stati socialisti e che serve a Pechino per mantenere una posizione di controllo sulla Repubblica Popolare Democratica, cresciuta economicamente grazie alle commesse militari russe.

Una visita studiata, strategica, che lascia il segno. Il presidente cinese Xi Jinping è tornato in Corea del Nord dopo sette anni, mancava a Pyongyang dal 2019, per un summit con il leader supremo coreano Kim Jong-un. Un viaggio di due giorni cominciato l’8 giugno, che ha come obiettivo una più forte cooperazione tra i due Paesi, ma non solo. Cina e Corea del Nord sono sempre state ottime alleate, però a Pechino spaventa questa alleanza militare tra Pyongyang e la Russia. Infatti, dall’inizio del conflitto in Ucraina, Kim ha fornito a Mosca armi, munizioni e soldati; il presidente russo Vladimir Putin ha contraccambiato con appoggio militare a tutto tondo, energia e sostegno economico. Uno scambio che Xi Jinping guarda con molto interesse e con preoccupazione, in quanto perderebbe l’influenza che finora è riuscito a esercitare.

Lo sviluppo economico e l’influenza della Russia

L’accoglienza tributata da Kim Jong-un è stata quella delle grandi occasioni, culminata con dichiarazioni formali d’amicizia reciproca definita “invincibile”. Tuttavia, dietro le parole al miele tra i due leader socialisti e le coreografie di piazza Kim Il-sung, ci sono delle necessità geopolitiche ed economiche urgenti. Lato Pechino, non è solo una visita per riaffermare l’alleanza storica, ma la necessità di gestire lo scenario della forte crescita economica dello stato settentrionale della penisola coreana. Nonostante le pesanti sanzioni e l’isolamento, la Repubblica Popolare Democratica sta registrando un incremento produttivo degno di nota, grazie alle partnership soprattutto con la Russia e la stessa Cina.

La parata in onore di Xi Jinping. ©Imagoeconomica

Il governo cinese è preoccupato da quest’influenza russa; la Cina ha sempre considerato la Corea del Nord come una propria esclusiva zona d’influenza e uno stato “cuscinetto” fondamentale per mantenere lontana la grande potenza occidentale, gli Stati Uniti. La paura latente della leadership cinese è la perdita del controllo politico su Kim a favore di Putin e che l’asse Mosca-Pechino-Pyongyang possa far compattare ulteriormente il blocco occidentale ai loro confini (USA, Corea del Sud e Giappone). Il viaggio di Xi è simbolico proprio per questo, ribadisce a Kim Jong-un che la Cina rimane il suo pilastro tattico maggiore.

Il contesto economico all’interno di questo vertice è mutato completamente. Considerata a lungo uno Stato sull’orlo del collasso e piegata dall’isolamento della pandemia, la Corea del Nord sta vivendo una fase di inaspettata fiammata macroeconomica. Secondo i più recenti dati diffusi dalla Banca centrale della Corea del Sud, l’economia di Pyongyang ha registrato una crescita del PIL del 3,7%. Numeri che indicano il tasso di espansione più veloce degli ultimi otto anni. Ovviamente questo boom si riflette sul manifesto del regime, la capitale Pyongyang. Una trasformazione urbana repentina, dimostrata da un’attività edilizia crescente, dal traffico automobilistico in aumento e dall’incremento di servizi digitali e smartphone. I motori di questa crescita sono geopolitici: da un lato, le commesse militari con la Russia; dall’altro, la proliferazione di attività cyber e un interscambio mensile con la Cina che ha recentemente toccato i massimi storici, trainato dall’ingresso di prodotti tecnologici cinesi nel Paese.

Il controsenso di Pyongyang

Una modernizzazione che però si è fermata alla capitale. Pyongyang è il fiore all’occhiello del leader supremo ed espressione massima del regime in tutte le sue forme. Dai palazzi mastodontici sparsi per tutta la città, a piazze gigantesche che favoriscono parate militari con un grande pubblico. La classe dirigente e il ceto sociale medio-alto vivono lì, facendo segnare un evidente squilibrio tra la metropoli e le zone rurali. Le altre aree del Paese sono abbandonate a loro stesse, quasi la metà della popolazione continua a soffrire di malnutrizione cronica.

La “juche” e la dipendenza su carburante e materie prime

Questo è il frutto della dottrina dell’autarchia ideologica coreana: la cosiddetta “juche”. Il significato letterale è “corrente tradizionale” e deriva da un discorso pronunciato alla nazione dal primo leader supremo, Kim Il-sung, nonno di Kim Jong-un, in cui identificava i cittadini coreani come artefici dello sviluppo della nazione. Un concetto che rimane uno specchietto per le allodole, perché la stabilità strutturale della Corea del Nord dipende ancora dai flussi di carburante, dalle materie prime e dagli aiuti alimentari che attraversano il fiume Yalu a nord del Paese, nel confine cinese. A fronte della promessa coreana di espandere su più fronti la cooperazione Xi Jinping ha blindato la sopravvivenza del regime con nuovi pacchetti di aiuti. Una scelta pragmatica che rende Pyongyang più dipendente da Pechino e che riduce la sua subordinazione dal Cremlino.

La questione nucleare, Pechino apre

Un altro argomento importantissimo è la denuclearizzazione coreana. Dai resoconti ufficiali del vertice è emerso il totale silenzio di Xi sulla questione della bomba atomica. Se in passato Pechino ha chiesto una penisola coreana priva di armi atomiche, lo scenario attuale ha imposto un cambio di postura. L’omissione del dossier nucleare indica che la Cina ha deciso di dare priorità alla stabilità strategica in chiave antistatunitense. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le conseguenti guerre commerciali, il Dragone vede nella Corea del Nord una regina nella scacchiera, essenziale per alzare la posta in gioco verso Washington. Controllare e assecondare Pyongyang non è mai stato così importante.


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 Antonio Contu

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