Il piccolo regno montano stringe un accordo miliardario con la statunitense Convalt Energy per lo sviluppo di energia idroelettrica per un nuovo centro di elaborazione dati
Per Maseru potrebbe essere l’occasione per uscire dalla dipendenza energetica dal Sudafrica, ma sull’intesa pesa l’ombra del “colonialismo digitale” e degli impatti ambientali e sociali su comunità e territori già colpiti da un altro imponente progetto idrico, il Lesotho Highlands Water Project
La diga di Katse in Lesotho, costruita durante la Fase 1 del progetto LHWP insieme alla diga di Mohale e alla centrale idroelettrica di Muela (Credit: Christian Wörtz / Wikimedia Commons / CC BY-SA 2.5)
Poco più di un anno fa, nel marzo 2025, in un discorso al Congresso USA in cui giustificava i drastici tagli degli aiuti americani, il presidente Donald Trump definiva il Lesotho un paese “di cui nessuno ha mai sentito parlare”. Un mese dopo gli aveva imposto dazi del 50% sulle importazioni, i più alti al mondo dopo quelli alla Cina, in seguito ridotti al 15%.
Oggi il Lesotho sembra invece catapultato al centro degli interessi delle Big Tech americane e si prepara a giocare una scommessa industriale senza precedenti, legando a doppio filo il proprio destino a quello della tecnologia più discussa del momento: l’intelligenza artificiale (IA) e lo sviluppo di data center.
All’inizio di giugno, il governo di Maseru ha infatti firmato un Memorandum d’intesa vincolante con Convalt Energy – società statunitense che opera nel settore delle rinnovabili con attività che vanno dalla produzione di pannelli solari allo sviluppo, appunto, di data center – per un monumentale progetto denominato Kobong, dal nome della regione in cui sorgerà: un investimento da 6,2 miliardi di dollari che punta a utilizzare l’acqua e l’energia idroelettrica per il mantenimento di un centro di elaborazione dati su larga scala.
Per il piccolo regno montuoso dell’Africa australe, privo di sbocchi sul mare ma ricco di una vasta rete fluviale, si tratta del più grande impegno di investimento estero della sua storia, pari ad oltre il doppio del suo Prodotto Interno Lordo, fermo nel 2025 a 2,85 miliardi di dollari.
Il progetto Kobong
Nel dettaglio il piano Kobong prevede la costruzione, nel montuoso dipartimento di Mokhotlong, di una centrale idroelettrica da almeno 1.200 MW direttamente collegata a un mega data center. A questo si aggiungerebbe una partnership ancora più vasta con Convalt per installare 4,6 GW di capacità solare e fino a 4 GWh di sistemi di accumulo a batterie.
Se gli studi di fattibilità e quelli ambientali andranno a buon fine, insieme ovviamente ai piani per nulla secondari di finanziamento, i cantieri apriranno nel 2029.
L’obiettivo politico per Maseru è chiaro: smettere di essere un mero esportatore di “risorse grezze” e capitalizzare la sua grande risorsa naturale, l’acqua, trasformandola in elettricità da cedere ai giganti della tecnologia.
Oggi il paese, che conta circa 2 milioni di abitanti, vive un paradosso energetico. Con una capacità complessiva di appena 105 MW, produce solo circa la metà del suo fabbisogno, derivato quasi interamente dalla centrale idroelettrica di Muela, inaugurata nel 2004.
Maseru è dunque costretta ad importare il resto dell’elettricità necessaria dal Mozambico e dal Sudafrica (il 45% nel 2024) che la produce anche grazie alle stesse fonti idriche provenienti dal paese enclave grazie al Lesotho Highlands Water Project (LHWP).
Il progetto LHWP
Attraverso il controverso progetto, il regno montano trasferisce ogni anno circa 780 milioni di metri cubi di acqua dolce verso la provincia sudafricana del Gauteng, cuore industriale ed economico del Sudafrica, soddisfacendo da solo il 60% dell’intero fabbisogno idrico di Johannesburg.
Numeri già importanti, che sono destinati a lievitare fino a 1.260 milioni di metri cubi annui con l’avvio della prevista Fase II del progetto (finanziato con 54 milioni e mezzo di dollari dalla Banca africana di sviluppo, conclusione prevista a dicembre 2030) che richiede l’acquisizione di circa 5mila ettari di terreni dalle comunità locali, destinati ad essere sommersi dalla diga e dal bacino artificiale di Polihali, nelle valli degli affluenti dei fiumi Senqu e Khubelu.
Uno sviluppo che, si legge nel sito della Lesotho Highlands Development Authority, ente governativo incaricato della gestione delle risorse idriche e della produzione di energia elettrica, “comporterà un impatto significativo sui mezzi di sussistenza e sulla situazione socio-economica della popolazione locale, poiché abitazioni, terreni coltivabili, alberi, pascoli e altre risorse naturali saranno sommersi e l’accesso a risorse e servizi sarà ostacolato”.
Non è chiaro, a questo punto, se e in che modo il progetto LHWP impatterà anche sul futuro progetto Kobong nella regione di Mokhotlong.
Un progetto quest’ultimo che, almeno negli intenti, dovrebbe immetterebbe nel sistema una produzione di energia enormemente superiore alle necessità nazionali, trasformando potenzialmente il Lesotho da esportatore di risorse idriche e importatore vulnerabile di elettricità, a leader regionale nell’export di energia.
Ma quanta di questa energia rimarrà effettivamente per la popolazione e per lo sviluppo del paese e quanta verrà invece fagocitata dai server dell’IA statunitensi?
La voragine energetica e idrica dei data center: il modello USA
Per capire i rischi dell’operazione Kobong è necessario guardare a cosa sta accadendo negli Stati Uniti, l’epicentro globale dei data center. L’intelligenza artificiale generativa non vive nel “cloud” inteso come entità astratta, ma in imponenti infrastrutture hardware che richiedono fiumi di elettricità e acqua per funzionare e non surriscaldarsi.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha lanciato ripetuti allarmi: una singola richiesta a ChatGPT consuma in media dieci volte più elettricità di una normale ricerca su Google. E con lo sviluppo dell’IA generativa nei prossimi anni, il consumo elettrico globale dei data center potrebbe raddoppiare, eguagliando la domanda energetica di un intero paese industrializzato come la Germania.
Negli USA, stati come la Virginia o l’Oregon stanno già registrando crisi delle reti elettriche locali, costringendo persino a prolungare l’attività di vecchie centrali a carbone per soddisfare la domanda delle Big Tech.
Ancora più allarmante è l’impronta idrica. Secondo uno studio della University of California, “Making AI less ‘thirsty’: uncovering and addressing the secret water footprint of AI models“, entro il 2027 i data center potrebbero arrivare a consumare globalmente 6,6 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, pari a metà del consumo idrico del Regno Unito.
Per raffreddare i supercomputer, inoltre, si utilizza spesso acqua dolce, sottratta alle falde acquifere locali. Negli Stati Uniti, dove lo studio prevede che il consumo idrico attribuito all’IA raggiungerà circa 2 miliardi di metri cubi nel 2028, si moltiplicano le proteste delle comunità locali che vedono le proprie riserve idriche prosciugarsi a favore dei server di Microsoft, Google o Meta.
Un precedente pericoloso
Traslare questo modello in Africa, un continente drammaticamente esposto ai cambiamenti climatici e alle crisi idriche, apre scenari inquietanti.
In Lesotho, l’impatto ambientale e sociale di Kobong rischia di essere devastante. E per il momento la gestione della terra e l’accesso all’acqua per le comunità pastorali e agricole locali, già pesantemente colpite dal progetto LHWP, rimangono nodi irrisolti.
C’è inoltre il forte rischio che si configuri una nuova forma di estrattivismo ecologico e digitale: l’Africa mette a disposizione le proprie risorse naturali e subisce l’impatto sociale e ambientale (inquinamento, consumo idrico, scorie elettroniche), mentre i profitti economici, i brevetti e il controllo strategico dell’IA rimangono saldamente in mano alle multinazionali occidentali.
Non è un caso che il progetto Kobong sia intriso di geopolitica. L’ambasciata statunitense a Maseru ha celebrato l’accordo, siglato al termine di una serie di colloqui tra il re Letsie III e Richard Gephardt, ex membro del Congresso e lobbista americano, membro del consiglio di amministrazione di Convalt Energy.
Un’operazione che garantirà tra l’altro agli Stati Uniti oltre 2 miliardi di dollari di esportazioni in apparecchiature tecnologiche prodotte sul proprio suolo.
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