A pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno, il Piano vale 194,4 miliardi. Foti certifica 120 miliardi di spesa, ma 60mila progetti restano aperti. Per le infrastrutture fisiche il conto non torna. Ecco dove siamo davvero.
Il 30 giugno 2026 non è una data negoziabile. La Commissione europea lo ha detto chiaramente già nella comunicazione del 4 giugno 2025: nessuna proroga generalizzata, nessun miracolo ammesso. Entro quella data i cantieri devono essere fisicamente conclusi. Le amministrazioni titolari hanno tempo fino al 31 agosto per caricare su ReGiS la documentazione finale. Dopo quella soglia, qualsiasi attività non sarà valutata dalla Commissione europea ai fini del riconoscimento di milestone e target, con il rischio concreto di perdere i fondi collegati. La Legge n. 50 del 20 aprile 2026, che ha convertito il cosiddetto “Decreto PNRR”, ha ribadito il termine unico al 30 giugno per i lavori e ha introdotto una stretta sui controlli: i soggetti attuatori sono ora obbligati ad aggiornare mensilmente la piattaforma ReGiS entro il 10 di ogni mese, inserendo cronoprogrammi, avanzamento finanziario e segnalazione delle criticità. I dati alimentano direttamente la valutazione delle performance dirigenziali e i poteri sostitutivi dello Stato. Chi non rispetta i tempi rischia anche conseguenze personali: la riforma della Corte dei Conti del gennaio 2026 ha introdotto una sanzione pecuniaria automatica a carico del funzionario responsabile quando il ritardo supera il dieci per cento del termine previsto.
I numeri del governo e quelli reali
Il 28 maggio, al convegno milanese “L’Italia del PNRR”, il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha fornito la fotografia più aggiornata disponibile: spesa certificata al 30 aprile di circa 120 miliardi di euro, a cui si aggiungono 24 miliardi di strumenti finanziari che consentiranno il completamento di alcuni programmi strategici oltre il termine di agosto. Su un piano complessivo da 194,4 miliardi, nove rate sono già state erogate per un totale di 166 miliardi. La decima e ultima rata vale 28,4 miliardi ed è collegata a 159 obiettivi: Foti ha indicato che più di 70 verranno rendicontati entro giugno, i restanti entro il 31 agosto. La richiesta finale di pagamento andrà a Bruxelles entro settembre, con i versamenti della Commissione attesi per dicembre. Sulla piattaforma ReGiS risultano conclusi poco meno di 60mila dei 122.079 progetti finanziati. Tradotto: meno della metà. E per le 60 misure con scadenza tassativa al 30 giugno, che coprono 45.506 cantieri per un valore di 96,4 miliardi, lo stato di avanzamento finanziario medio si ferma al 49%, secondo i dati Openpolis elaborati su fonti MEF e Commissione europea al 26 febbraio 2026.
Il nodo delle infrastrutture fisiche
La frattura più evidente è quella tra la performance sulle riforme normative e quella sugli investimenti fisici. Secondo il monitor di OpenPNRR aggiornato al febbraio 2026, il tasso di completamento delle riforme ha raggiunto l’ 83,84% su un target di quasi il 100% previsto entro fine trimestre. Sul fronte degli investimenti, invece, la spesa effettiva sul totale disponibile di circa 194 miliardi si fermava al 53,81% a fine 2025. La Corte dei Conti, nella delibera 46 del maggio 2026, ha confermato il giudizio: bene la digitalizzazione, male le infrastrutture. I dati della Banca d’Italia fotografano il problema in modo ancora più diretto: il 40% dei cantieri è in ritardo e solo il 2% risulta completato. Per le opere sopra i cinque milioni di euro, il 48% non era ancora stato avviato al 28 febbraio 2026. Al 31 dicembre 2024, la spesa per opere pubbliche era di soli 7 miliardi, pari all’8% dei fondi destinati a quella voce. Tra i cantieri più critici spiccano il potenziamento dei nodi ferroviari metropolitani (6,5 miliardi), la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica (4,9 miliardi) e le linee ad alta velocità verso il Nord Europa (4,6 miliardi).
La guerra del caro-materiali e i Comuni senza tecnici
Dietro i ritardi non c’è solo burocrazia: c’è anche una crisi di sistema che il PNRR ha intercettato in piena corsa. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha fatto esplodere il costo delle materie prime, rendendo molti dei capitolati originari economicamente insostenibili. Per tamponare, lo Stato ha rafforzato il Fondo Opere Indifferibili (FOI), trasformato in un paracadute per i Comuni che, incapaci di rispettare i tempi del PNRR, hanno scelto di rinunciare ai fondi europei e proseguire i lavori con risorse nazionali. Una flessibilità che ha salvato diversi cantieri ma che segnala quanto la programmazione iniziale fosse fragile. Il problema del personale è altrettanto strutturale. Federcepicostruzioni ha stimato un fabbisogno di 375.000 lavoratori aggiuntivi nel settore, in un contesto in cui la popolazione attiva è prevista in calo di 630.000 unità entro il 2026. Per molti piccoli Comuni, in particolare al Sud, la questione non è solo trovare le imprese, ma avere abbastanza tecnici in organico per gestire i contratti, aggiornare ReGiS e produrre la documentazione richiesta. La Corte dei Conti ha già condannato RUP che avevano omesso di sollecitare le certificazioni di spesa, aprendo una stagione di responsabilità erariale che pesa sull’intera macchina attuativa.
Digitalizzazione e salute, le voci che reggono
Non tutto va male. Il giudizio della Corte dei Conti sulla transizione digitale è esplicito: la diffusione della CIE (Carta di identità elettronica) e dello SPID hanno trasformato il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, con risultati che vanno ben oltre quanto ci si aspettava all’avvio del Piano. OpenPNRR conferma che la digitalizzazione è uno dei temi dove l’avanzamento effettivo si avvicina di più a quello previsto. La salute tiene, con un investimento complessivo di 18,4 miliardi di euro che include ammodernamento tecnologico degli ospedali e medicina territoriale: gli obiettivi più avanzati sono quelli legati alle Case di comunità, anche se con disomogeneità regionali marcate. L’istruzione, con 29 miliardi stanziati tra scuole, università e dottorati, presenta un quadro misto: bene le riforme normative, in ritardo molti cantieri fisici per l’edilizia scolastica. La transizione ecologica, con 39,8 miliardi, è invece nell’elenco dei capitoli che preoccupano la Corte dei Conti: i target sulle energie rinnovabili sono stati ridefiniti nelle rimodulazioni successive, proprio per adeguarli a ciò che era realisticamente raggiungibile.
Cosa succede dopo il 31 agosto
La chiusura del 30 giugno non è il punto finale ma l’inizio della fase più delicata. Entro il 31 agosto le amministrazioni devono completare la documentazione di rendicontazione. Poi la richiesta di pagamento va a Bruxelles entro settembre. Poi la Commissione valuta. Se un obiettivo finale non risulta soddisfatto, il contributo collegato viene ridotto. Per gli strumenti finanziari, quei 24 miliardi gestiti attraverso Cassa Depositi e Prestiti e le banche come garanzie e prestiti agevolati, la scadenza è più morbida: basta che entro giugno siano stati firmati i contratti. Per il resto, non ci sono appelli. Quello che non sarà certificato non tornerà più: l’Italia avrebbe contratto un debito per circa 122,6 miliardi in prestiti senza avere l’opera corrispondente. Raffaele Fitto, dalla sua posizione alla Commissione europea, lo ha sintetizzato in modo diretto: bisogna lavorare sulla qualità della governance e sulla flessibilità, perché uno strumento di questa dimensione (194,4 miliardi, il piano più grande mai ricevuto da un Paese europeo) non troverà una seconda opportunità. Il PNRR si chiude. Quello che resta aperto è il conto di ciò che è stato fatto davvero.
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Anna Petroni
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