La visita del presidente sudcoreano Lee Jae-Myung in Europa arriva in un momento geopolitico particolarmente significativo. Prima di partecipare al vertice del G7 in Francia del 14 e 15 giugno, Lee ha scelto di fare tappa a Bruxelles e a Roma. Una decisione che va letta ben oltre il protocollo diplomatico.
La scelta delle due capitali non è casuale. Bruxelles rappresenta il centro decisionale dell’Unione Europea, mentre Roma è uno dei principali interlocutori europei della Corea del Sud nel Mediterraneo. La visita avviene inoltre in una fase di crescente instabilità internazionale. Pochi giorni prima, il presidente cinese Xi Jinping aveva effettuato una visita a Pyongyang, ricordando come la penisola coreana rimanga uno degli epicentri strategici più delicati del sistema internazionale. Corea del Nord e Corea del Sud restano infatti formalmente in guerra e la questione della sicurezza continua a rappresentare una priorità assoluta per Seul.
In questo contesto, il viaggio europeo di Lee assume un significato più ampio. Non si tratta soltanto di rafforzare relazioni bilaterali, ma di consolidare una rete di partner che condividono la stessa esigenza di navigare un sistema internazionale sempre più frammentato.
Bruxelles e il nuovo asse tra Europa e Corea.
Il momento centrale della visita è stato il summit tra Unione Europea e Corea del Sud tenutosi a Bruxelles il 10 giugno. L’incontro ha prodotto risultati concreti che segnalano un salto di qualità nelle relazioni tra le due parti.
Tra gli accordi più significativi figura l’avvio dei negoziati per il Security of Information Agreement, uno strumento che consentirà a Bruxelles e Seul di condividere informazioni classificate e di sviluppare una cooperazione più stretta nei settori della ricerca, della sicurezza e dell’industria della difesa. Parallelamente è stato firmato il Digital Trade Agreement, destinato a semplificare il commercio digitale attraverso procedure paperless, autenticazione elettronica e firme digitali.
A prima vista potrebbero apparire accordi tecnici. In realtà rappresentano i pilastri di una convergenza strategica più profonda. Lo stesso Lee ha definito queste intese come “building blocks” per una cooperazione più ampia nei settori della sicurezza, della difesa e dell’economia digitale.
Non è un caso che durante il summit sia emersa anche la possibilità di un futuro coinvolgimento sudcoreano nei progetti di integrazione industriale della difesa europea. Si tratta di un tema ancora in fase embrionale, ma che testimonia come Bruxelles stia iniziando a guardare oltre i propri confini tradizionali per costruire nuove partnership strategiche.
La difesa come terreno di convergenza.
La sicurezza occupa una posizione centrale nel dialogo tra Europa e Corea del Sud anche per ragioni strutturali.
Seul è uno dei principali produttori mondiali di sistemi militari. Secondo i dati SIPRI, tra il 2020 e il 2024 la Corea del Sud si è collocata tra i primi dieci esportatori globali di armamenti. Negli ultimi anni aziende come Hanwha Aerospace, Hyundai Rotem e Korea Aerospace Industries hanno consolidato la loro presenza in Europa, soprattutto in Polonia e Romania.
La guerra in Ucraina ha accelerato questa dinamica. Molti paesi europei hanno scoperto la necessità di ricostituire rapidamente le proprie capacità militari e l’industria sudcoreana si è dimostrata in grado di fornire sistemi avanzati in tempi molto più rapidi rispetto a numerosi concorrenti occidentali.
L’aspetto interessante è che la cooperazione sulla difesa si sviluppa contemporaneamente su due livelli. Da un lato emerge una dimensione europea, con la Commissione impegnata a costruire strumenti comuni per l’industria della sicurezza. Dall’altro rimane una dimensione nazionale, nella quale singoli Stati membri continuano a sviluppare rapporti diretti con Seul.
La Corea del Sud si trova così in una posizione peculiare in cui sta venendo progressivamente integrata nelle reti industriali e tecnologiche che stanno ridefinendo il concetto stesso di sicurezza europea.
Roma, il dialogo tra Italia e Corea del Sud.
Se Bruxelles rappresenta la dimensione europea della visita, Roma ne evidenzia quella bilaterale.
Durante il soggiorno italiano Lee ha incontrato Papa Leone XIV, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quest’ultimo incontro assume un valore particolare perché segue la visita della premier italiana a Seul nel gennaio 2026 e conferma la volontà reciproca di rafforzare il rapporto tra i due Paesi.
Entrambe sono economie esportatrici, fortemente dipendenti dall’innovazione tecnologica e dalle catene globali del valore. Il presidente sudcoreano ha individuato nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nelle batterie e nelle tecnologie digitali i principali ambiti di collaborazione con il sistema industriale italiano, caratterizzato invece da una forte competitività nella manifattura avanzata, nell’aerospazio, nell’automotive e nel design industriale.
Le medie potenze nell’era della policrisi.
Il significato più profondo della visita di Lee emerge proprio osservando il quadro internazionale nel suo insieme.
Negli ultimi anni l’ordine globale è stato attraversato da una successione di crisi simultanee. Guerra in Ucraina, tensioni nell’Indo-Pacifico, competizione tecnologica, frammentazione delle catene del valore e crescente rivalità tra grandi potenze hanno reso più difficile per molti Paesi affidarsi esclusivamente alle tradizionali architetture di sicurezza.
Di fronte a questa realtà, le medie potenze stanno iniziando a costruire nuove reti di cooperazione. L’Unione Europea cerca maggiore autonomia strategica. La Corea del Sud punta a ridurre la dipendenza da Cina e Stati Uniti.
Anche il soft power diventa parte di questa strategia. Non è un caso che proprio nei giorni della visita europea la presenza culturale sudcoreana continui a crescere nel continente, dalla musica al cinema fino alle industrie creative. La Corea del Sud esporta oggi non soltanto tecnologia e sistemi militari, ma anche capacità di attrazione culturale, uno strumento che Lee stesso considera centrale nella diplomazia del Paese.
La visita di Bruxelles e Roma racconta dunque qualcosa di più di una semplice missione diplomatica. Mostra come un numero crescente di attori stia cercando nuove forme di cooperazione per affrontare un mondo caratterizzato da policrisi, competizione strategica e crescente incertezza.
In questo scenario, la Corea del Sud non si presenta più soltanto come un alleato degli Stati Uniti o come una potenza economica asiatica. Si propone invece come una media potenza globale, intenzionata a costruire partnership flessibili con altri attori che condividono la stessa esigenza di sicurezza, innovazione e autonomia strategica.
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Chiara Di Scala
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