Belfast, Oriana ed io. La rabbia, l’orgoglio e il prezzo da pagare di una politica cieca – Il Tempo



Foto: Ansa 

Vittorio Feltri

 

Era tutto prevedibile. Le bombe molotov contro la polizia. I bus dati alle fiamme. Le case assaltate nella notte. Le famiglie inseguite fin dentro le stanze e cacciate nei cortili come insetti infestanti. L’odio che monta e diventa furore incendiario contro un’intera categoria di persone: gli immigrati. Non il colpevole, non il malvagio ma tutti quelli che rappresentano il diverso. È successo a Belfast ma sarebbe potuto accadere a Milano, nelle vie eleganti del centro che il sabato pullulano di turisti spendaccioni. O davanti al Colosseo che combatte ogni giorno la battaglia sterile tra una storia gloriosa e un presente da influencer. Non si governa l’ira di un popolo che non ne può più di vivere sotto scacco e col cuore in gola perché c’è sempre un pazzo dietro l’angolo pronto a farti fuori per niente. O perché vige la legge dei maranza e dei clandestini. Delle liti che si risolvono coi coltelli. Delle periferie dove le forze dell’ordine hanno il divieto tacito di entrare. Della movida che ha la faccia brutta della rissa e della vendetta spicciola. Il Corvetto di Milano. Come Tor Cervara o il Quarticciolo a Roma. Ma stiamo scherzando? Pensate voi cosa avreste provato davanti a un profugo, l’ennesimo, che ha lo status di rifugiato e decide una sera d’estate di accanirsi sul primo cristo che passa per la strada e non gli va a genio perché ha il ciuffo storto o la faccia perbene. Lo prende per il bavero e lo scaraventa sull’asfalto, mettendosi a cavalcioni sul suo petto come un torero impazzito. Poi gli infila il coltello nel collo. Tentata decapitazione. Un miracolo che gli abbia solo cavato un occhio. Pensate voi cosa avreste provato. Avreste abbozzato un diniego e invocato la giustizia tribunalizia o vi sareste incazzati, ribellati, infuriati?

Non giustifico le notti folli di Belfast che altre violenze e rappresaglie sanguinose ha vissuto in passato. Quella che abbiamo visto scorrere nelle vie della cittadina nordirlandese, come in altre strade del Regno Unito dopo l’assalto del rifugiato sudanese, è vomitevole furia distruttrice. Ma se ci fermiamo al rigurgito di violenza e non analizziamo la matrice che l’ha provocata faremo come il medico che cura il sintomo con l’antinfiammatorio e non va all’origine del male. Vedo già le mille facce dell’improbabile campo largo sparare a zero sulla compagine di giornalisti e intellettuali – Capezzone in primis- che sta tentando l’operazione verità: scandalo-ignoranza-razzismo, li accuseranno di tutto. Non fate gli scemi. Bisogna decidere da che parte stare. Se andare alla deriva sul barchino a vela della Flotilla, barcamenandosi con le balle terzomondiste dell’integrazione fallita, o provare a spiegare che dal famoso attacco alle Torri Gemelle il mondo occidentale non è stato più lo stesso semplicemente perché non è stato capace di porre un argine a questa ondata migratoria che non gli ha dato scampo. C’è una sinistra autorevole e scomposta che se la prende coi social perché hanno diffuso le immagini raccapriccianti dell’attentato sanguinoso di Belfast, contribuendo ad aizzare gli animi. Un’altra che grida ai progrom e alla caccia alle streghe e non guarda al di là del confine comodo del suo salottino «vista centro» cercando nei cassetti della coalizione di governo i rigurgiti di una destra becera e fascista propensa solo a fomentare l’odio. La verità è che le proteste, le marce, le rivolte sono la conseguenza ed evoluzione di un fenomeno migratorio che l’occidente, con la complicità colpevole dei governi di sinistra, non ha saputo gestire. E controllare.

Vorrei che Oriana Fallaci fosse qui. Con le sue sigarette, il suo odio per il Corano liberticida e antidemocratico, la sua ossessione per la punteggiatura, la sua puntuale dissacrazione di un moralismo da strapazzo miope e ipocrita. E guardasse nelle viscere di questo strazio. Quando arrivarono i terroristi a Manhattan sentì il sibilo della morte e impugnò la penna contro le incertezze della pavida Europa. E quando le dissero che avrebbero costruito una moschea a Colle Val d’Elsa, nella sua Toscana, si accese una sigaretta delle tante e minacciò di andare davanti al cantiere coi suoi amici anarchici per dare fuoco alle polveri. Era una provocazione ma anche una premonizione: sapeva benissimo a cosa andavamo incontro. A una completa sottomissione all’Islam e a una poco onorevole resa del mondo occidentale. Mi spiace dirlo ma il prezzo da pagare di una classe politica che non è in grado di salvare le sue terre e difendere i propri confini, le proprie tradizioni, la propria civiltà è la rivolta sanguinosa oppure la nascita di fenomeni politici e populisti che diventano il naturale incubatore di un malcontento non più contenibile.

Il vannaccismo delle iperboli e delle esagerazioni attecchisce perché la gente non ne può più delle finzioni della sinistra e dei compromessi di una certa destra. Questa corsa a sminuire un’emergenza che è di proporzioni ragguardevoli rischia di avere un effetto boomerang e scatenare la folle come è successo a Belfast. O spingere alla guerra civile. Ne abbiamo avuto un assaggio nelle città italiane con le manifestazioni per Gaza dopo il 7 ottobre 2023 e dopo il caso Ramy. Più bandiere palestinesi che bandiere italiane. Più vicinanza agli amici di Hamas che ai vicini di casa italiani, figurarsi quelli di religione ebraica. E i poliziotti presi come nemico da abbattere, insultare, ridicolizzare nei cortei. Il «dagli allo sbirro» che trova terreno assai fertile nelle periferie diventate rifugio di immigrati di seconda generazione. Belfast non è solo un episodio di violenza inaudita seguita a un’aggressione inaudita. Belfast è il monito e il campanello d’allarme che il mondo intero temeva. Perché quando la violenza ti arriva sotto casa e colpisce te o chi ti siede accanto non c’è più freno che tenga. O raziocinio.

Oriana lo diceva: ci sono le cicale che soffiano sul fuoco dell’invasione. Che tifano i terroristi e i loro regimi sporchi, che piangono per Hannoun e i suoi seguaci, che portano le scolaresche in moschea perché bisogna far capire ai bambini che Allah e bello ed è una valida alternativa a un Cristo buono e misericordioso. Non capiscono che il mondo pullula di schegge impazzite pronte a colpire a casaccio per una fede, per una donna che veste all’occidentale, per una dose di eroina. Un ragazzo di 18 anni (Henry Novak) crepato in Gran Bretagna perché non hanno creduto al coltello che gli attraversava la pancia e hanno dato credito al sikh che fingeva di essere stato vittima di un’aggressione razzista è il punto di non ritorno. Disposti a crepare e far crepare pur di non apparire razzisti. Disposti a sopportare una vita in ostaggio pur di soddisfare le anime belle del progressismo. Il mondo arabo ha portato i coltelli in casa nostra. E la sua legge. Le maranziadi, ma con la bava alla bocca e il sangue che cola.
Fanno quasi ridere i vecchi new jersey che sopravvivono nelle piazze delle città contro gli attentati. Il pericolo è ovunque. Nelle vie della moda, nei mercati, nelle feste di piazza, lungo una strada di Modena nota per lo struscio e i tortellini. Siamo talmente obnubilati dal buonismo e dall’ansia dell’inclusione progressista che talune città governate dalla sinistra rifiutano il taser per paura che possa essere eccessivo e inappropriato. Intanto a Milano hanno aggredito 50 vigili dall’inizio dell’anno.

Intanto spariscono i crocifissi, le chiese si barricano, l’orgoglio della nazione diventa un monito stantio da tirar fuori alla bisogna. Diventiamo patrioti e tiriamo fuori il tricolore solo quando l’Italia gioca ai mondiali. E poiché è brocca e non si qualifica da un secolo e mezzo lo lasciamo crepare sotto un pallone. I segnali della resa sono molteplici. Lo scorso 25 aprile, la festa per la liberazione dal nazifascismo fu sporcata dalle grida dei pro-pal e dagli insulti agli ebrei. E poco prima la manifestazione di Salvini per i rimpatri dei clandestini e la remigrazione fu contestata dai centri social e dai palestinesi imbizzariti. Non è razzismo chiedere più regole e porre delle limitazioni, è sano realismo. Forse che in casa nostra possiamo aprire la porta a chiunque lo chieda e dormire sonni tranquilli? Strano modo di far politica la sinistra. Bercia contro Trump che fa la guerra ad Hamas e agli Ayatollah dell’Iran e non vede le nefandezze di quei governi tiranni che le donne le nascondono come merce immonda e gli omosessuali li imprigionano o li impiccano. Vorrei che Oriana fosse qui… .con le sue sigarette, il suo livore, la sua fame di verità e la sua grandezza così prepotente ed eccessiva per il suo corpo magro. O forse no, dai, le abbiamo risparmiato un dolore. E una rabbia toscanissima e smisurata. Belfast è l’inizio. Prima lo capiremo e meglio sarà per tutti.”




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 Vittorio Feltri

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