Mondiali 2026, comunità iraniana in Usa spaccata tra tifo e proteste contro il regime – Padovanews


La Nazionale iraniana è obbligata ad allenarsi e pernottare a Tijuana, in Messico, sebbene tutte le partite del suo girone (ed eventuali incontri a eliminazione) siano giocate negli Stati Uniti, potendo entrare nel Paese solo un giorno prima dei match e uscendone immediatamente dopo. Né un minuto di più né un minuto di meno, senza che i familiari dei calciatori – per questioni d’immigrazione – possano recarsi sul posto per assistere alle partite. Il governo americano, nel frattempo, ha negato il visto a 15 membri chiave del personale amministrativo e di supporto iraniano, citando motivi di sicurezza nazionale, presunti legami con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e sostenendo che vi fossero tentativi di far entrare clandestinamente dei terroristi sotto falsi pretesti. Senza contare che, pochi giorni prima dell’inizio del torneo, la Fifa ha revocato l’assegnazione ufficiale dei biglietti per i tifosi iraniani, impedendo loro di acquistarli tramite i canali abituali della propria federazione.

Un Mondiale in salita per l’Iran

In poche parole, il Mondiale di Calcio 2026 – senza manco scendere in campo – è iniziato in salita per la prima nazionale nella storia della Coppa del Mondo a gareggiare sul territorio di un Paese ospitante con cui è in stato di guerra. E anche per tutti i suoi tifosi. La comunità iraniana negli Stati Uniti, da parte sua, sta vivendo una profonda e dolorosa spaccatura in seguito all’arrivo della loro nazionale. Per la vasta diaspora la situazione ha scatenato un acceso braccio di ferro ideologico tra chi prova vergogna e indignazione per la partecipazione del Team Melli (il soprannome della squadra iraniana, ndr.) – vista la brutale repressione del governo contro i manifestanti interni lo scorso gennaio – e chi sostiene che la squadra di calcio appartenga ai 90 milioni di iraniani, non al clero al potere.

La lettura della professoressa Fariba Pajooh

Fariba Pajooh, ex giornalista iraniana e professoressa alla Wayne University di Detroit, ha provato a spiegare ad Adnkronos che la situazione attuale tra Washington e Teheran dimostra come le tensioni politiche possano ripercuotersi sullo sport internazionale. “Dal punto di vista agonistico, è difficile ritenere che vi siano condizioni di parità. Le squadre che partecipano alla Coppa del Mondo dovrebbero godere di condizioni simili per la preparazione e il recupero; tuttavia, l’Iran deve affrontare sfide logistiche che molte altre squadre non hanno“, sostiene Pajooh.

La divisione rimane: c’è chi pianifica di recarsi allo stadio per protestare, ad esempio fischiando l’inno nazionale della Repubblica Islamica, lasciando vistosamente vuoti interi settori di posti a sedere per denunciare la repressione governativa oppure rifiutandosi di esultare ai gol dell’Iran. Nonostante i rigidi divieti della FifaA relativi alle bandiere non ufficiali, esponenti della diaspora si sono inoltre organizzati sui social media per introdurre di nascosto la bandiera pre-rivoluzionaria con il Leone e il Sole, oppure semplici varianti tricolori (verde, bianco e rosso). Allo stesso tempo, molti iraniani residenti all’estero da lungo tempo, tra cui figure di spicco della diaspora nel sud della California, considerano gli atleti stessi vittime di una pressione enorme, stretti tra le restrizioni alle frontiere statunitensi e la minaccia di gravi punizioni da parte di Teheran qualora non si attenessero alle direttive statali.

Tifosi come Moustafa Pourmand, che assisterà alla prima partita dei Leoni contro la Nuova Zelanda, vogliono solo esprimere il grande orgoglio ed entusiasmo per la Nazionale iraniana al Mondiale 2026. “Il mio amore pluridecennale per il ‘Team Melli’ trascende le dinamiche geopolitiche”, assicura Pourmand ad Adnkronos. Anche Pajooh reitera che per molti membri della diaspora iraniana, assistere alle partite della Coppa del Mondo va oltre il calcio: è un’occasione per esprimere la propria identità nazionale e sentirsi parte della propria comunità.

La questione dei biglietti

Una questione su cui quasi tutti sono d’accordo è la critica alla Fifa, che ha revocato integralmente la quota standard dell’8% dei biglietti per lo stadio, precedentemente assegnata alla federazione calcistica iraniana; ciò significa che la squadra giocherà, di fatto, senza un settore riservato ai propri tifosi. “Se è la politica a stabilire quali tifosi possano assistere alle gare e come le squadre possano partecipare, la Fifa sta venendo meno alla sua responsabilità fondamentale. La Coppa del Mondo dovrebbe essere regolata da principi sportivi, non da considerazioni politiche”, afferma Pajooh.

Di fatto, molti tifosi iraniani avevano organizzato il viaggio confidando nella disponibilità dei biglietti tramite la propria federazione nazionale; modificare tale procedura all’ultimo minuto rappresenta un problema per diversi sostenitori, che dovranno pagare cifre esose per ottenere un’entrata. Fra chi viaggerà dall’estero c’è Babak, che non vuol dare il suo cognome per ragioni di sicurezza: lui è partito dalla Turchia per seguire i Leoni. “La mia speranza è semplicemente che ai giocatori venga offerta la migliore opportunità possibile per concentrarsi sul calcio e competere in condizioni di lealtà sportiva”, afferma ad Adnkronos. “Mio figlio ed io ci recheremo personalmente ad assistere alla partita dell’Iran contro l’Egitto. Per noi, questo viaggio rappresenta un’occasione legata al calcio, alla famiglia e all’esperienza unica di seguire insieme un Mondiale. Come milioni di tifosi in tutto il mondo, speriamo che il torneo rimanga una festa dello sport capace di unire le persone”.

Tuttavia, anche Babak descrive la revoca dei biglietti come una fonte di grande preoccupazione per i tifosi comuni, che hanno investito tempo, denaro ed energie considerevoli per organizzare la trasferta. Allo stesso tempo: “Ritengo anche importante comprendere appieno i fatti prima di trarre conclusioni. La Fifa, i paesi ospitanti e le federazioni nazionali operano tutti nel rispetto di regole e obblighi che potrebbero non essere pienamente noti al pubblico. Pertanto, preferirei che la situazione venisse valutata in modo equo e trasparente, anziché basarsi su supposizioni o narrazioni politich”. Nel frattempo, c’è anche una parte significativa della comunità che ha deciso di tenersi completamente alla larga dal torneo a causa di preoccupazioni di natura logistica e legale.

A causa dell’acuirsi del conflitto tra Stati Uniti e Iran, molti membri della comunità – in particolare coloro che hanno una situazione migratoria complessa o familiari ancora in Iran – temono che le partite possano trasformarsi in occasioni critiche, attirando l’attenzione delle forze dell’ordine o portando a blitz degli agenti dell’immigrazione come quelli dell’Ice. Tra questi c’è Samira, che vive a Miami: anche lei chiede l’anonimato perché teme che qualsiasi presa di posizione pubblica – sia essa una critica alle politiche di viaggio statunitensi o al regime iraniano – possa scatenare ritorsioni contro i suoi familiari rimasti in patria o possa causarle problemi dove lavora e vive. “Invece di recarsi allo stadio, molti gruppi della comunità stanno organizzando eventi privati e locali per seguire le partite e sostenere i giocatori in sicurezza, lontano dai riflettori politici. È molto meglio così”, risponde seccamente Samira per messaggio. (Di Iacopo LuzI)




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