la città che non vogliamo ricordare e la nascita del Gulliver



Confesso che quando mi hanno invitato a parlare stamattina al convegno per i quarant’anni del Gulliver, mi sono emozionato. Non per nostalgia, la nostalgia è una trappola, ma perché certi fili, se li riannodi con attenzione, ti raccontano qualcosa di vero su dove siamo arrivati.

Partiamo da un dato che molti preferiscono dimenticare. Varese negli anni Ottanta non era solo la città ordinata e borghese che piace ricordare. Aveva due primati particolarmente brutti. Il primo erano i morti per overdose: non passava settimana senza un annuncio sulla Prealpina, perché VareseNews non esisteva ancora. Le piazze principali dei paesi erano sedi di spaccio aperto, tollerato, quasi invisibile agli occhi di chi non voleva vedere. Il secondo primato era la prostituzione: in piazza Repubblica si spacciava e ci si prostituiva in contemporanea, di giorno. Lo so bene perché sono arrivato da Viterbo nel 1978 e rimasi scioccato. Avevo persino perso una scommessa con alcuni colleghi che mi avevano portato lì a dimostrarmelo.

Poi arrivò l’AIDS. E ci trovò completamente impreparati, esattamente come il COVID avrebbe fatto quarant’anni dopo. In poche settimane quello che chiamavamo flagello diventò un disastro. Chi volesse capire davvero che periodo fosse, basta andare a sfogliare la Prealpina di quegli anni.

Generico 15 Jun 2026

Una portineria, due psicologi, un’urgenza

Io in quegli anni mi ero appena laureato e stavo facendo il servizio civile. Dal febbraio del 1984 lavoravo nel Nucleo operativo tossicodipendenze dell’Asl, che aveva sede nella portineria dell’attuale via Ottorino Rossi, lo spazio sulla destra dove oggi credo si facciano i vaccini. Uno psicologo, poi diventati due, alcuni medici, due infermieri. Era quello l’argine pubblico a tutto quanto stava accadendo.

Varese in quegli anni era fortemente collegata al CEIS di Viterbo, una delle prime strutture a rispondere all’intuizione di Don Mario Picchi a Roma, fondatore di Progetto Uomo. Una coincidenza strana, per uno come me, viterbese d’origine. Ma è così che funziona: i puntini si uniscono solo guardando indietro.

In quel momento storico le risposte terapeutiche erano sostanzialmente le comunità. Don Ciotti a Torino con il Gruppo Abele, Muccioli a San Patrignano, Don Picchi a Roma con la sua federazione, don Gino Rigoldi a Milano. Quello di Progetto uomo del CEIS era un mondo chiuso, con programmi terapeutici che prendevano spunto dagli Stati Uniti, il modello allora si chiamava Daytop, e cercavano di adattarli a una realtà italiana dove il 95% delle persone viveva ancora in famiglia. Tonino Gelormino, il consulente americano dell’epoca, non riusciva a capire questo aspetto. L’Italia non era gli Stati Uniti.

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Gianfranco Nicora e la scintilla

Fu Gianfranco Nicora a mettere insieme le forze. Gianfranco aveva legami con il gruppo Abele, guardava con interesse alle esperienze di Don Gino Rigoldi, e vedeva la possibilità di costruire qualcosa a Varese. Ci trovammo in pochi: Anna Beltramini, che lavorava all’Asl, Lucia Zanella, Gianfranco e io. Nacque naturale l’idea di intercettare la possibilità di fare un accordo con Roma e con Don Picchi.

C’era però un problema: la Federazione italiana delle comunità terapeutiche era di fatto come una chiesa. Per aprire un centro serviva un sacerdote a capo. Non lo poteva fare chiunque. Gianfranco aveva un’amicizia storica con don Michele Barban, allora parroco di Coarezza, e Michele accettò di iniziare l’avventura.

Ci abbiamo messo poco più di un anno. Il 19 maggio 1986, in una piccola struttura in via Paesiello a Biumo superiore con tre stanze, aprì la prima accoglienza. La prima comunità vera fu a Golasecca. Partimmo con quel piccolo gruppo, una suora del Cottolengo, suor Elisa, e i ragazzi che arrivavano dal programma di Viterbo, che di fatto erano già i primi operatori.

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Perché Gulliver

Il nome venne quasi da solo. Nella filosofia di Progetto Uomo c’è un passaggio che dice: né il nano delle tue paure né il gigante dei tuoi sogni, ma come un uomo parte di un tutto. Gulliver raccontava esattamente questo: un personaggio che rimaneva se stesso di fronte al rischio di essere assediato. Oggi forse li chiamerei draghi, le paure, più che nani ma all’epoca il drago evidentemente sembrava troppo esotico.

Quello che eravamo, quello che siamo

Ho raccontato tutto questo cercando di evitare la nostalgia, che è una trappola. Non perché quel periodo non avesse il suo fascino, come tutte le startup, aveva un entusiasmo irripetibile. Ma perché la tentazione di dire «com’era bella Varese» va contrastata con i fatti: non lo era. Avevamo intere generazioni perse. Chi aveva diciotto o vent’anni al villaggio di Malnate, ad Arcisate, a Bizzozzero, in certi casi non c’è più. Ci sono buchi demografici che non abbiamo mai studiato abbastanza.

Quello che è cambiato davvero non è che i problemi siano spariti. Sono cambiati, si sono nascosti, si sono moltiplicati per dieci. Oggi il flusso di cocaina in questa città fa paura. Ma oggi abbiamo istituzioni aperte, un centro che dialoga con il territorio e con il mondo, e soprattutto un modo diverso di guardare alla fragilità: non come qualcosa da segregare, ma come parte della vita di tutti.

È per questo che tornare al Gulliver dopo tanti anni mi ha emozionato. Non per quello che eravamo, ma per la distanza che abbiamo percorso.





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