Per Schifani e i leader del centrodestra è la panacea di tutti i mali. Ma riforme, strade e sanità li smentiscono
L’agenzia di rating Fitch non migliora granché le prospettive della Sicilia, ma rappresenta l’ultimo salvagente per permettere a Renato Schifani di strappare una ricandidatura alla presidenza della Regione. Il giudizio espresso sui conti, con l’outlook passato da stabile a positivo e il rating confermato a BBB, ha convinto persino i commissari dei partiti più traballanti, Nino Minardo per Forza Italia e Luca Sbardella per Fratelli d’Italia, a esprimere un giudizio positivo sull’operato del governo. Pochi giorni prima avevano segnalato la carenza di leadership, le liti nella coalizione e una questione morale irrisolta. Oggi ammorbidiscono il giudizio, perché temono davvero che il voto anticipato possa aprire le porte a un La Vardera qualunque. E quindi, evviva il governo Schifani.
Ma cosa attesta Fitch? Non che la Sicilia sia diventata improvvisamente efficiente. Non che la sanità funzioni. Non che la macchina amministrativa sappia trasformare le risorse in opere e servizi. Fitch dice una cosa più limitata: cioè che la Regione, come debitore, appare più solida di prima, che il debito si riduce più rapidamente delle attese e che le entrate hanno migliorato il quadro finanziario. È una buona notizia, certo. Ma va letta per quello che è, non per quello che ci vorrebbero far credere.
Il rating di una Regione non è una pagella sull’economia reale e nemmeno un giudizio storico sulla qualità della sua classe dirigente. Bensì una valutazione sulla capacità dell’ente di reggere i propri impegni finanziari. Conta la gestione locale, ma pesa anche la cornice nazionale. Le Regioni non sono Stati sovrani: hanno autonomia, ma stanno dentro il perimetro dell’Italia, del suo rating, delle sue regole di finanza pubblica. Per questo trasformare l’outlook positivo di Fitch in un certificato di rinascita siciliana è una forzatura.
Schifani invece lo usa come una medaglia. Parla di mercati che premiano il lavoro del governo, di Sicilia più solida e credibile, di crescita virtuosa. Minardo ci vede la prova che il centrodestra percorre la strada giusta. Sbardella spinge ancora più in là, fino a sostenere che le agenzie avrebbero certificato la crescita economica dell’Isola e smentito i disfattisti. Basta un outlook positivo – chiedete ai deputati dell’Ars se avessero contezza di cos’è un’agenzia di rating non potendovi raccomandare nessuno all’interno – per cancellare quattro anni senza una riforma riconoscibile, una maggioranza in guerra permanente e una Regione che galleggia tra annunci e inchieste.
La parte più comica è che tutti rivendicano una paternità politica. Dagnino oggi ne raccoglie i frutti, dopo un percorso avviato anche nella stagione di Marco Falcone. Ma la continuità amministrativa, in questo caso, non può diventare la prova che questo governo abbia costruito un modello di sviluppo. Ed è qui che la narrazione del governo si scontra con la Sicilia vera. Quella delle liste d’attesa, dei cittadini che inseguono un esame specialistico e spesso finiscono nel privato o fuori regione. La Sicilia delle riforme sempre annunciate e mai approvate (adesso si parla di dirigenza, ma sono già naufragate quelle sui consorzi di bonifica e sul ritorno al voto diretto nelle ex province). La Sicilia in cui ogni legge finanziaria – a breve andranno in scena le variazioni di bilancio – diventa il tavolo della questua, con i deputati in fila per ottenere la propria mancia.
Non mancano i soldi, ma idee e capacità amministrativa. La Regione dispone di risorse enormi, tra fondi europei, Pnrr, Fsc e bilancio ordinario (adesso c’è anche l’avanzo di amministrazione, quantificato in circa 7 miliardi). Ma continua a muoversi come se la programmazione fosse un fastidio burocratico e non il cuore dell’azione.
La Corte dei conti, sul Pnrr, ha raccontato una regione molto meno festosa di quella certificata dai comunicati: otto progetti su dieci non risultavano conclusi, la spesa era ferma poco sopra un terzo delle risorse. L’Isola, con il 22,4 per cento di interventi completati, era in fondo alla classifica nazionale. Vale anche per i fondi europei. Sul Fesr, la fetta più pesante della programmazione comunitaria, la Sicilia è ultima in Italia: al 28 febbraio si fermava al 6,57 per cento di pagamenti su una dotazione superiore ai cinque miliardi. Una cifra che pesa ancora di più perché l’Isola appartiene al gruppo delle Regioni meno sviluppate e spende meno della media delle aree che dovrebbero correre più delle altre. Anche il Fondo sociale europeo offre solo un sollievo relativo: la Sicilia supera l’11 per cento, ma resta molto lontana da Puglia e Campania, che viaggiano attorno al doppio. E il Fondo sviluppo e coesione, firmato in pompa magna da Giorgia Meloni e Schifani al Teatro Massimo il 27 maggio 2024, non cambia il quadro: al monitoraggio di febbraio la spesa siciliana era poco sopra il 5 per cento.
La politica chiede risorse, ma quando le risorse arrivano le consuma lentamente, le frammenta, le rincorre a fine corsa. Alla fine il grande disegno scompare e sopravvive la distribuzione minuta: abbastanza per alimentare consenso e clientele, mai abbastanza per cambiare davvero qualcosa. Dieci miliardi e rotti tra Fesr e Fsc potrebbero ridisegnare infrastrutture, servizi, imprese, reti idriche, ambiente. Invece diventano l’ennesima prova dell’impotenza siciliana.
Per questo il giudizio di Fitch può aiutare Schifani sul piano della propaganda interna al centrodestra. Può servire agli alleati per fingere che esista ancora una traiettoria comune. Ma non può servire ai siciliani che aspettano cure, infrastrutture, una corretta gestione dei rifiuti. La Sicilia di Fitch è una regione che ha migliorato i propri conti. La Sicilia di tutti i giorni è una regione che non riesce a trasformare quei conti in una prospettiva di governo capace. Schifani può anche aggrapparsi a Fitch per chiedere un altro giro di valzer. Ma prima o poi qualcuno dovrà spiegare ai siciliani perché una regione descritta come solida dalle agenzie continui a sembrare così fragile nella vita reale.
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Alberto Paternò
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