una sfida che non possiamo più rimandare


Nel dibattito globale sulla transizione energetica, un protagonista spesso sottovalutato si fa sempre più ingombrante: il data center. Questi enormi complessi di server che alimentano cloud, intelligenza artificiale, streaming e servizi digitali consumano quantità crescenti di energia elettrica e acqua, lasciando un’impronta ambientale tutt’altro che invisibile. Ne parliamo con Antonino Caffo, giornalista e voce autorevole nel panorama della tecnologia italiana, autore di numerosi contributi sul rapporto tra innovazione digitale e società.

Il settore dei data center è in forte espansione, trainato soprattutto dall’intelligenza artificiale. Qual è la portata reale di questo fenomeno?
È un’espansione che non ha precedenti storici, almeno per velocità e intensità. Fino a pochi anni fa parlavamo di crescita graduale, legata alla diffusione del cloud e dei servizi in streaming. L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto, accelerando la domanda di capacità computazionale in modo esponenziale. Allenare un modello linguistico avanzato richiede una quantità di energia paragonabile al consumo annuo di migliaia di famiglie. E stiamo parlando solo della fase di training: poi ci sono l’inferenza, gli aggiornamenti, i miliardi di query quotidiane degli utenti. I grandi player tecnologici — Microsoft, Google, Amazon, Meta — stanno investendo decine di miliardi di dollari in nuove infrastrutture. L’Italia stessa è diventata un hub strategico per il Mediterraneo. È un fenomeno strutturale, non una moda passeggera.

Quanto pesa tutto questo sull’ambiente?
I numeri che circolano sono spesso contraddittori, perché le aziende non sono obbligate, almeno non ovunque, a una rendicontazione trasparente. Ma le stime disponibili ci dicono cose molto serie. I data center sono responsabili di circa l’1-2% dei consumi globali di elettricità, una quota destinata a salire rapidamente. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che entro il 2026 i consumi del settore potrebbero raddoppiare rispetto ai livelli del 2022. A questo si aggiunge il problema dell’acqua: i sistemi di raffreddamento a evaporazione — ancora molto diffusi — consumano milioni di litri d’acqua al giorno. In zone già sotto stress idrico, come alcune aree del Sud Europa o dell’Arizona americana, questo crea conflitti concreti con le comunità locali. L’impatto non è solo climatico: è territoriale, sociale, politico.

Le grandi aziende tecnologiche pubblicano ogni anno report sulla sostenibilità e si dichiarano “carbon neutral” o addirittura “carbon negative”. Si tratta di impegni credibili?
Dipende molto da come si leggono questi impegni e, soprattutto, da come vengono misurati. Il problema è che spesso la neutralità carbonica viene raggiunta attraverso l’acquisto di crediti di carbonio o contratti PPA — Power Purchase Agreements — per energia rinnovabile. Questi strumenti sono utili, ma non equivalgono all’utilizzo diretto di energia pulita in tempo reale. Un data center che acquista energia dal mix della rete elettrica locale, in un paese dove quella rete è ancora alimentata per il 60% da gas o carbone, non è davvero “green” anche se compensa con crediti rinnovabili comprati altrove. Google sta lavorando a un obiettivo molto ambizioso: operare con energia rinnovabile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, abbinando il consumo effettivo alla produzione effettiva. È la direzione giusta. Ma siamo ancora lontani da uno standard di settore che lo imponga a tutti.


L’Europa si è data obiettivi climatici molto ambiziosi. Quanto incide la regolamentazione comunitaria su questo tema?
L’Europa sta cercando di fare sul serio, e la Corporate Sustainability Reporting Directive — la CSRD — è un segnale importante: obbliga le grandi aziende a rendicontare in modo dettagliato il proprio impatto ambientale, inclusi i consumi energetici dei sistemi digitali. C’è poi il Patto Verde Europeo e una serie di iniziative settoriali che spingono verso l’efficienza energetica. Il problema è che la regolamentazione europea si scontra con la realtà di un’industria globale: se i server di un’azienda americana si trovano in Irlanda, in Polonia o a Singapore, la giurisdizione diventa un labirinto. Detto questo, credo che la pressione normativa europea stia avendo un effetto reale: le aziende che vogliono operare nel mercato europeo devono adeguarsi, e questo ha un impatto sulle pratiche globali. Non è tutto, ma è qualcosa.

Esistono soluzioni tecniche concrete per ridurre l’impatto ambientale dei data center? Cosa funziona davvero?
Sì, e alcune sono già mature e diffuse. La prima è l’efficienza dell’hardware: i processori di nuova generazione — incluse le GPU per l’AI — sono molto più efficienti dei predecessori, cioè fanno più calcoli per ogni watt consumato. La seconda è il raffreddamento: il passaggio dal raffreddamento ad aria a quello a liquido, o addirittura all’immersione diretta dei server in liquido dielettrico, riduce enormemente il consumo energetico e idrico. Alcuni operatori stanno sperimentando il riuso del calore prodotto dai server per riscaldare edifici o serre agricole — ci sono esempi interessanti in Scandinavia e in Germania. C’è poi la localizzazione geografica: costruire i data center vicino a fonti di energia rinnovabile abbondante — idroelettrico in Islanda o in Norvegia, solare nel deserto del Marocco — ha un senso logico e ambientale. Infine, l’intelligenza artificiale stessa può essere usata per ottimizzare i consumi: DeepMind ha dimostrato che algoritmi di machine learning possono ridurre del 30-40% il consumo energetico per il raffreddamento. Il problema non è la mancanza di soluzioni: è la velocità con cui la domanda cresce rispetto alla velocità con cui le soluzioni vengono adottate.

Come cittadini e utenti digitali, abbiamo una responsabilità? O è un problema che riguarda solo le grandi aziende?
È una domanda che mi viene posta spesso e la mia risposta è: sì, abbiamo una responsabilità, ma non dobbiamo commettere l’errore di scaricare su di essa il peso di scelte che appartengono a chi detiene il potere economico e politico. È una dinamica che abbiamo già visto con le emissioni dei trasporti: per anni ci è stato detto di fare la raccolta differenziata e rinunciare alle cannucce di plastica, mentre le grandi industrie continuavano indisturbate. Nel digitale funziona allo stesso modo. Certo, possiamo essere più consapevoli: inviare meno email inutili, non chiedere all’AI di riscrivere testi che potremmo scrivere da soli, evitare di archiviare nel cloud ogni singola foto sfocata. Ma la vera svolta deve venire dal basso in alto attraverso regole, incentivi e scelte industriali. La consapevolezza individuale è necessaria, ma non sufficiente. E sarebbe pericoloso usarla come alibi per non cambiare le strutture di fondo.


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