Carta d’identità cartacea salva fino alla scadenza


Il governo fa marcia indietro sulla scadenza del 3 agosto 2026 per la carta d’identità cartacea. Dopo settimane di allarmi da parte dei Comuni e di cittadini alle prese con appuntamenti difficili da ottenere, il Consiglio dei Ministri ha deciso di consentire ai vecchi documenti di rimanere validi fino alla loro naturale scadenza, anche oltre la data che avrebbe dovuto segnare il definitivo passaggio alla carta d’identità elettronica (CIE).

La decisione è arrivata con un decreto legge approvato dal governo che, come spiegato nel comunicato diffuso dopo il Consiglio dei Ministri, stabilisce che “le carte di identità cartacee non ancora scadute mantengano la propria validità fino alla naturale scadenza, anche oltre il termine del 3 agosto 2026, per determinate finalità e nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e con i soggetti che erogano pubblici servizi”.

Salta la scadenza del 3 agosto, ma non per tutti gli usi

La proroga rappresenta una boccata d’ossigeno per milioni di cittadini e per gli uffici anagrafici che, nonostante aperture straordinarie e giornate dedicate, non erano riusciti a smaltire tutte le richieste di sostituzione.

I numeri spiegano bene il problema. Secondo i dati riportati dall’Osservatorio Digital Identity & Wallet del Politecnico di Milano, ad aprile 2026 risultavano in circolazione circa 54,5 milioni di CIE valide, pari al 92% della popolazione italiana. Restavano però ancora milioni di documenti cartacei da sostituire. Le stime oscillavano tra 5 milioni e oltre 10 milioni di carte ancora da rinnovare, una mole tale da rendere inevitabile il congestionamento degli sportelli comunali.

Tra agosto 2025 e aprile 2026 sono state rilasciate oltre 6,8 milioni di nuove carte elettroniche, circa 1,2 milioni in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma neppure questa accelerazione è bastata a completare la transizione nei tempi previsti.

Per viaggiare all’estero servirà comunque la CIE

La proroga non risolve però il problema principale. La validità estesa della carta cartacea riguarderà infatti l’Italia e una serie di rapporti con la Pubblica Amministrazione, ma non l’espatrio.

A chiarirlo è stato anche Simone Billi, deputato della Lega e presidente del Comitato per gli italiani nel mondo, secondo cui “l’eventuale estensione prevista dal Governo riguarda esclusivamente alcuni utilizzi sul territorio nazionale e nei rapporti con la Pubblica Amministrazione. Non riguarda invece l’espatrio”.

Il motivo è legato al Regolamento europeo 2019/1157, che impone standard di sicurezza uniformi per i documenti d’identità degli Stati membri. Dal 3 agosto 2026 entrerà infatti pienamente a regime il principio secondo cui i documenti non conformi ai nuovi requisiti di sicurezza non potranno più essere utilizzati per attraversare le frontiere europee.

Chi intende recarsi in un Paese dell’Unione Europea o in una delle destinazioni convenzionate con l’Italia dovrà quindi possedere una Carta d’Identità Elettronica oppure utilizzare il passaporto.

Perché l’Europa chiede l’addio alla carta d’identità cartacea

La differenza fondamentale tra i due documenti riguarda la sicurezza. La carta cartacea, infatti, non dispone della Machine Readable Zone (MRZ), la sezione leggibile elettronicamente dai sistemi di controllo automatico. Si tratta di uno standard ormai richiesto a livello europeo per ridurre il rischio di falsificazioni, migliorare l’identificazione dei cittadini e rendere più efficienti i controlli alle frontiere.

La CIE integra invece elementi tecnologici avanzati e sistemi di protezione che consentono una verifica immediata dell’identità del titolare. È proprio questa differenza che ha spinto Bruxelles a fissare il progressivo ritiro dei documenti più datati.

Un rinvio che evita il caos negli uffici comunali

La scelta dell’esecutivo appare soprattutto come una presa d’atto della realtà. Molti Comuni avevano organizzato aperture straordinarie, open day e giornate aggiuntive per gestire l’enorme afflusso di cittadini.

Il rischio era quello di una corsa agli sportelli nel pieno dell’estate, con inevitabili disagi sia per gli utenti sia per le amministrazioni locali. Una situazione particolarmente problematica per anziani e persone fragili. Non a caso il segretario generale della Uil Pensionati, Carmelo Barbagallo, ha definito la decisione “una scelta di buonsenso che evita a milioni di cittadini una corsa agli sportelli nel pieno periodo estivo”.

La proroga elimina l’obbligo di sostituire immediatamente la carta cartacea, ma non cambia il quadro generale. La transizione verso la Carta d’Identità Elettronica resta inevitabile e chi possiede ancora il vecchio documento farebbe bene a prenotare comunque il rilascio della CIE, soprattutto se ha in programma viaggi all’estero nei prossimi mesi.

Quando l’identità diventa una funzione dello Stato

Dietro il passaggio dalla carta cartacea alla CIE non c’è soltanto un aggiornamento tecnologico. C’è anche una diversa concezione del rapporto tra cittadino e amministrazione. Per generazioni l’identità personale è stata attestata da un documento relativamente semplice, che certificava informazioni essenziali. Con la progressiva digitalizzazione, invece, l’identità tende a diventare sempre più una funzione integrata nei sistemi pubblici: autenticazione, accesso ai servizi, verifiche automatiche e interconnessione delle banche dati.

Per i sostenitori di una visione più limitata del ruolo dello Stato si tratta di una trasformazione non secondaria. Quanto più la vita quotidiana dipende da strumenti digitali centralizzati, tanto più aumenta il potere dell’amministrazione di definire le modalità attraverso cui il cittadino può identificarsi, accedere ai servizi o dimostrare la propria esistenza giuridica. Nel dibattito pubblico si discute spesso di come applicare nuove regole, raramente se quelle regole siano davvero necessarie. Anche nel caso della carta d’identità elettronica il confronto si è concentrato sui tempi, sulle code agli sportelli e sulle proroghe.

Molto meno spazio è stato dedicato alla questione di principio: è davvero opportuno che ogni avanzamento tecnologico si traduca automaticamente in una maggiore raccolta di dati, in documenti più sofisticati e in procedure di identificazione sempre più pervasive? Oppure dovrebbe valere il criterio opposto, secondo cui lo Stato deve acquisire soltanto le informazioni strettamente indispensabili all’esercizio delle proprie funzioni?

La risposta europea sembra andare nella prima direzione. Ma non è affatto scontato che maggiore tracciabilità coincida sempre con maggiore libertà o con una migliore qualità della vita dei cittadini.

Più controlli per chi rispetta le regole

L’argomento della sicurezza è anche quello che solleva una delle contraddizioni più evidenti dell’intera operazione. La carta d’identità elettronica nasce per rendere i cittadini più facilmente identificabili, più rapidamente verificabili e più integrati nei sistemi digitali pubblici.

Ma proprio qui emerge un paradosso. L’intero impianto normativo europeo si applica a chi è già registrato, censito e perfettamente rintracciabile dalle autorità. In altre parole, ai cittadini che rispettano le regole. Sono loro che devono aggiornare il documento, sostenere i costi della sostituzione, prenotare appuntamenti, adeguarsi a nuove procedure e sottoporsi a controlli sempre più sofisticati.

Chi vive invece completamente fuori dai circuiti ufficiali, a partire dagli immigrati clandestini presenti sul territorio europeo, resta per definizione esterno a questo sistema di identificazione. La conseguenza è che l’aumento della capacità di controllo ricade soprattutto su chi è già conosciuto dallo Stato, mentre ha un impatto assai più limitato su chi sfugge ai registri e ai meccanismi ordinari di identificazione.

È una dinamica che alimenta una domanda sempre più frequente nell’opinione pubblica: fino a che punto nuovi obblighi documentali e nuovi strumenti di tracciabilità servono a contrastare i fenomeni che vengono indicati come emergenze per la sicurezza e fino a che punto, invece, finiscono semplicemente per rendere più monitorabile la vita quotidiana dei cittadini che già rispettano le norme?

Una società di cittadini o di sudditi?

La questione va oltre la semplice sostituzione di un documento. Dietro la progressiva digitalizzazione dell’identità personale emerge infatti una trasformazione culturale più profonda. Il cittadino tende a essere considerato sempre meno come un individuo titolare di diritti e sempre più come un soggetto da autenticare, verificare e registrare all’interno di piattaforme e banche dati.

In questa prospettiva la carta d’identità elettronica rappresenta un tassello di una tendenza più ampia che coinvolge servizi pubblici, identità digitale, accesso alle prestazioni e rapporti con la pubblica amministrazione. Una traiettoria che promette maggiore efficienza ma che concentra anche una quantità crescente di informazioni e poteri nelle mani delle istituzioni.

Per questo il dibattito non dovrebbe limitarsi alla qualità tecnica della CIE rispetto alla vecchia carta cartacea.Per questo la domanda di fondo non riguarda la qualità tecnica della CIE, ma il rapporto tra cittadino e istituzioni. Una società nella quale la tecnologia resta uno strumento al servizio dell’individuo oppure una nella quale l’individuo diventa progressivamente sempre più leggibile, tracciabile e verificabile da parte dello Stato. Una differenza che separa la condizione del cittadino da quella del suddito.

Enrico Foscarini, 19 giugno 2026

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