Secondo i dati riportati dall’International Labour Organization e rilanciati da Consumers’ Forum, il 25% dell’occupazione globale rientra in professioni potenzialmente esposte all’intelligenza artificiale, quota che sale al 34% nei Paesi ad alto reddito. Le professioni più a rischio sono quelle caratterizzate da attività ripetitive e facilmente automatizzabili, come assistenza amministrativa, customer care, impiegati bancari e postali, cassieri e traduttori.
Molti lavori cambieranno profondamente, altri nasceranno da zero (Climate Risk Analyst, lo Human-AI Collaboration Specialist o lo Smart City Planner ) e alcune competenze diventeranno sempre più importanti: capacità di lavorare con gli strumenti di IA, pensiero critico, creatività, gestione dei dati.
Ne abbiamo parlato con Gualtiero Carraro (nella foto sopra), esperto di AI e unico italiano recentemente presente a Europcom 2026, per raccontare il fenomeno e i dati appena usciti, i rischi per l’occupazione e le opportunità per il lavoro del futuro.
I dati ILO indicano che il 25% dell’occupazione globale è esposto all’intelligenza artificiale, quota che sale al 34% nei Paesi ad alto reddito. Cosa raccontano davvero questi numeri, e perché chi è più avanzato tecnologicamente risulta anche più esposto?
La rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale è diversa da quella industriale: le macchine in quel caso hanno sostituto le braccia degli agricoltori e in parte quelle degli operai, i colletti blu. Qui siamo di fronte ad una tecnologia cognitiva che invece impatta sulle competenze dei lavoratori dei servizi, che nei paesi ad alto reddito costituiscono la maggior parte della forza lavoro. Va aggiunta una osservazione: lo sviluppo di agenti AI colpisce in particolare le procedure digitali, le più facili da automatizzare. Quindi è normale che sono più esposti i ruoli e gli ecosistemi aziendali tecnologicamente più avanzati.
Il sito ailayoffs.live monitora in tempo reale i licenziamenti legati all’IA. Quanto di ciò che vediamo è sostituzione effettiva e quanto è riorganizzazione aziendale raccontata come effetto dell’intelligenza artificiale?
Sono vere entrambe le cose. Molte grandi aziende stanno sfruttando la scusa dell’Intelligenza Artificiale per sbarazzarsi di dipendenti e presentare alla comunità finanziaria bilanci più performanti. Tagliano costi per marginare di più. Si sta però già assistendo ad una riduzione del fabbisogno di personale in alcuni contesti particolarmente esposti all’impatto dell’AI, compreso lo sviluppo software, che si sta rapidamente automatizzando. Stiamo assistendo ad una paradossale cannibalismo: gli sviluppatori di software diventano le prime vittime dell’innovazione che loro stessi hanno prodotto.
Accanto ai ruoli che si trasformano ne nascono di nuovi, come il Climate Risk Analyst, lo Human-AI Collaboration Specialist e lo Smart City Planner. Cosa fanno concretamente e da quali competenze già esistenti possono evolvere?
Posso fornire una esperienza personale: ho una formazione filosofica, ibridata da 40 anni di percorso nelle tecnologie digitali. Sto rapidamente evolvendo nel ruolo di “Designer Cognitivo”: sviluppo metodologie e brevetti in ambito Intelligenza Artificiale, che poi vengono sviluppati da ingegneri e programmatori interni all’azienda. Il Design Cognitivo è un esempio di nuova professione molto avanzata che l’IA sta abilitando: progettare nuove forme dell’intelligenza umana e artificiale. Richiede una competenza nel settore della conoscenza, e paradossalmente la filosofia è la disciplina che si occupa più direttamente delle problematiche cognitive. Le competenze esistenti possono evolvere, con una dialettica bivalente: da una parte l’IA può sostituire competenze esistenti, ad esempio quelle di un grafico tradizionale, ma gli offrono anche la possibilità di invadere altri ambiti creativi: regista cinematografico, game designer, web designer, produttore di cartoni animati.
Tra le competenze più richieste lei segnala la capacità di lavorare con gli strumenti di IA, il pensiero critico, la creatività e la gestione dei dati. Per chi parte oggi, da quale conviene cominciare e cosa distingue chi usa davvero questi strumenti da chi si limita a scrivere un prompt?
Ci sono diversi ambiti da considerare. Da una parte abbiamo la riqualificazione (re-skill) di professioni esistenti. In questo contesto bisogna analizzare le applicazioni IA specializzate per il settore specifico. Abbiamo sviluppato un corso di formazione per le aziende che include la descrizione degli AI TOOLS per i settori economici e professionali. Le applicazioni dell’IA nella logistica, nell’agrifood o nel turismo sono molto diverse tra loro.
D’altra parte, se invece consideriamo la formazione di nuove competenze, ad esempio nella scuola, direi di partire comunque da una analisi vocazionale della persona, del suo orientamento, delle sue esperienze e capacità. L’obiettivo deve essere formare all’utilizzo dell’AI per potenziare l’intelligenza umana e per raggiungere i suoi obiettivi, non per sostituirla.
Per un’impresa, in particolare una PMI, da dove conviene partire: formare le persone già presenti o cercare nuovi profili sul mercato? E qual è l’errore più frequente che vede sul tema dell’IA applicata al lavoro?
Un errore tipico è la shadow AI: trasferire in azienda l’uso banale dell’IA che si fa di chatgpt o copilot. Questo comporta anche dei rischi: diffondere informazioni riservate dell’azienda all’esterno (ad esempio progetti di sviluppo o database di clienti). Infatti molte grandi aziende proibiscono ai loro dipendenti e utilizzano soluzioni proprietarie. Fa fatta una analisi preliminare delle esigenze aziendali concrete, e una formazione adeguata. Poi si scelgono le applicazioni da adottare.
Un messaggio per chi oggi teme di veder sostituito il proprio lavoro: da dove si comincia, in concreto, per restare rilevanti?
Resta fondamentale la formazione: bisogna capire l’AI, non tanto dal punto di vista tecnologico, ma sul piano applicativo e delle tendenze emergenti dei prossimi anni. La formazione deve essere centrata su rischi e opportunità. Banalmente occorre capire la tecnologia prima di adottarla. Se si lavora già, è opportuno focalizzare le applicazioni dell’IA nel settore specifico: la sanità, l’amministrazione, il marketing, ecc.. Uno studio dedicato può consentire ad una persona di portare in azienda nuove idee e soluzioni, abilitate dall’Intelligenza Artificiale. Non solo per aumentare la produttività nei ruoli esistenti, ma anche per conquistare nuovi mercati e ampliare le attività e l’offerta dell’azienda stessa.
Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI
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Dario Vascellaro
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