Inaugurato il Cammino ‘44: unisce Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto


La memoria si fa “passo dopo passo”, ricorda il volantino della giornata di inaugurazione di Cammino ’44, un sentiero lungo 188 chilometri da percorrere a piedi e che unisce fisicamente Pietrasanta e Sant’Anna di Stazzema in Toscana con Monte Sole e Marzabotto in Emilia Romagna, due luoghi dove, nel 1944, si sono consumate le più atroci stragi naziste e fasciste della storia italiana. Almeno 560 furono le persone trucidate nel paese toscano (394 gli identificati) e 770 nella località dell’Emilia Romagna.

Il cammino è stato inaugurato oggi, con una ventina di camminatori, giovani e meno giovati, che da Pietrasanta sono partiti verso l’Emilia Romagna: tredici tappe, dodici giorni per attraversarle, tre diverse province e sedici Comuni uniti. E per il taglio del nastro c’erano sindaci e istituzioni C’erano le due Regioni, che questo progetto l’hanno fortemente voluto. C’era Liberation Route Italia, perché il percorso entra a far parte dei sentieri della Liberazione che collegano, in tutta Europa, i principali luoghi attraversati dalle forze alleate tra il 1943 e il 1945. C’erano i superstiti ancora oggi in vita della strage di Sant’Anna: Adele e Siria Pardini, strette in piazza tra giovani scout, Mario Marsilii, Enio Mancini. Così l’evento è diventato un viaggio anche nella memoria e nella storia.

Cammino ‘44 del resto non è un solo un cammino, come tanti altri ce ne possono essere: lungo quei sentieri di memoria che diventano un pellegrinaggio laiuco ogni passo ha un peso e ogni luogo conserva una storia, spesso tragica o di grande generosità, da raccontare e tramandare. Per dirla con Piero Calamandrei, che invitava a cercare la Costituzione sulle montagna dove caddero i partigiani e nei campi dove furono impiccati, percorrere quei sentieri è un po’ come viaggiare nelle radici antifasciste della nostra repubblica. Ad ottanta anni dalla sua nascita.

Quel sentiero unisce luoghi di strage e di eccidio. Attraversa la Linea Gotica, lungo cui alla fine della Seconda Guerra Mondiale alleati e tedeschi si sono fronteggiati. Dall’armistizio dell’8 settembre 1943 alla Liberazione del 25 aprile 1945 l’Italia si trovò infatti per venti mesi divisa ed occupata: il Sud liberato da britannici e statunitensi e il Centro Nord occupato dai nazisti. Venti mesi di lotta partigiana ma anche di stragi nazifasciste sui civili, venti mesi in cui militari italiani (650 mila) dissero “no” a combattere nelle file tedesche e della Repubblica di Salò e che per questo, in dispregio alla Convenzione di Ginevra, furono imprigionati e costretti al lavoro coatto. Talvolta uccisi in modo sommario. Venti mesi in cui l’umanità ha spesso toccato il fondo e in cui molti si sono immolati per la libertà delle future generazioni.

Anche di questo si è parlato oggi a Pietrasanta, a Valdicastello Carducci e a Sant’Anna di Stazzema.
Il sindaco di Pietrasanta sa che quei 188 chlometri di cammino sono un ricordo di morte. “E non va dimenticato” ammonisce.. “Quel ricordo – aggiunge – deve però diventare esperienza di vita, simbolo di pace e liberazione.

Il sindaco Stazzema parla dei tanti partigiani che lungo quei sentieri hanno donato la loro vita. La sindaca di Marzabotto punta l’indice verso il rischio che la memoria diventi cimelio mentre invece deve rimanere viva ed essere utilizzata un filtro per guardare il presente. Ricorda anche come parte della responsabilità di quelle stragi nazifascista fu italiana.

L’assessora alla cultura della memoria della Toscana, Alessandra Nardini, lancia un monito contro il revisionismo, contro l’indifferenza, contro i silenzi di comodo. L’assessora alla cultura dell’Emilia Romagna, Gessica Allegni, sviluppa ulteriormente il concetto, sottolineando come la memoria possa aiutare ad essere più umani e a non distrarre lo sguardo da quello che tragicamente ci accade attorno. L’antifacismo, si sofferma, è una responsabilità istituzionale.

“La Toscana da sempre dedica grande impegno nel coltivare la memoria durante tutto l’anno e non farne solo un momento di celebrazione e commemorazione” ricorda il presidente Eugenio Giani, che per impegni istituzionali non ha potuto partecipare all’iniziativa inaugurale. “Stazzema – dice – è uno degli ottantatré comuni toscani in cui, dal giugno del 1944 all’aprile del 1945, furono compiuti 280 eccidi nazifascisti. La memoria deve essere monito contro il perpetrarsi di guerre ed orrori”.

Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema erano già uniti da tempo da un gemellaggio. Da oggi lo sono anche fisicamente.

Intanto chi quell’eccidio l’ha vissuto, lo ricorda. E le parole diventano come un pugno nello stomaco. Intervistato dallo storico Mirco Carratteri, Mirco Marsilli ripercorre quella tragica mattina del 12 agosto 1944.

“Abitavamo a Pietrasanta – dice – ma per paura dei rastrellamenti tedeschi nonno ci portò a Sant’Anna,sulla montagne”, considerata un luogo sicuro. Una scelta fatta da tanti altri e un destino beffardo. I tedeschi li chiusero nella stalla, “Mamma – ricorda – aveva gli occhi sbarrati. Mi mise a calvalcioni su due pietre sopra la porta di ingresso, dicendo di stare lì fermo”. I soldati iniziarono a sparare e Genny, la mamma, scagliò uno zoccolo contro un soldato per evitare che si accorgesse del figlio. Intanto la stanza fu data al fuoco. Mario sopravvisse, ma per via delle gravi ustioni riportate fu costretto a cure in ospedale per almeno un anno. “Non posso perdonare” ammette. Poi la guerra fini, la vita riprese e fino agli anni Novanta del Novecento, “nonostante i racconti, in tanti si dimenticarono di Sant’Anna” ricorda Mario. Se ne dimenticarono anche nelle stanze dei tribunali, almeno fino al rinvenimento e riapertura degli oramai famoso armadio delle vergogna, dove nel 1947, all’interno della Procura generale militare, una mano ignota nascose i fascicoli con indicazioni sui responsabili materiali di stragi ed eccidi.

A pochi chilometri di distanza Enio Mancini, tra i fondatori dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, anche lui sopravvissuto alla strage, ricorda i bambini che quella mattina, nel giro di poche ore, hanno smesso di vivere.

“A scuola il mese dopo saremmo dovuti essere quarantadue e ci ritrovammoo in appena dodici”. Parla sotto un alberto all’ombra, lungo il torrente che costeggia ValdiCastello Carducci, il paese con la casa natale del poeta Giosuè. Accanto il monumento che ricorda trentadue paesani vittime della guerra, tra il 1942 e il 1944.

Il sentiero verso Sant’Anna e Marzabotto passa da lì, stretto tra le montagne e le antiche miniere, punteggiato da formelle in bronzo realizzate dagli studenti dell’istituto artistico Lazzeri che con le immagini provano a raccontare quella tragedia.

Tedeschi, guidati sul posto da fascisti italiani, uccisero quella mattina il prete Innocenzo, che implorava i soldati di risparmiare la sua gente. Uccisero più di un prete. Uccisero Anna Pardini, l’ultima nata del paese che aveva appena venti giorni. Uccisero Evelina, che quella mattina aveva le doglie del parto. Uccisero gli otto fratellini Tucci con la loro mamma. Su 560 vittime, centotrenta furono bambini. Una quarantina si salvarono: per fortuna, perché nascosti o, a volte, per la pietà di qualche soldato che li invitò a scappare. Ma furono poche eccezioni. Quel giorno si uccise chiunque e ovunque senza pietà: con le raffiche delle mitragliatrici, con colpi di pistola a bruciapelo, con i lanciafiamme, inferendo sui corpi dei bambini come al tiro al piattello e sulle donne in dolce attesa. Poi, in quel luogo di morte e sterminio, nel 2000 è nato il Parco nazionale della pace di cui Enio Mancini è stato anche presidente.

Aveva sei anni quel 12 agosto. “Ho raccontato per tanto tempo la storia di Sant’Anna ai bambini di tutto il mondo” dice. “Il problema sono le ideologie e non i popoli – ammoniva già anni fa -. Ho tanti amici tedeschi ed ho visto piangere tanti ragazzi tedeschi davanti al sacrario di Sant’Anna”. La consapevolezza educa alla pace e cancella il rancore Ma proprio non si capacita di quello che oggi succede a Gaza e nel Libano. “Mi meraviglio di Israele – si rammarica, con il groppo alla gola -. Gli ebrei hanno patito orrori e genocidio ed ora sono colpevoli di crimini altrettanto efferati, dove a morire sono di nuovo i bambini”.

Fonte: Regione Toscana – Ufficio Stampa

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 Giovanni Gaeta

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