Il Sisifo riformista | LibertàEguale


di Marco Campione

 

Da quanti anni siamo Sisifo?

La domanda non è retorica, e non vuole essere consolatoria. Discutiamo da settimane -su queste pagine, nelle riunioni dell’associazione, nei capannelli che si formano dopo gli incontri- di come l’area riformista possa esprimere una candidatura unitaria alle primarie del centro-sinistra.

Lo facciamo con la serietà di chi sa che le primarie aperte a doppio turno, per usare la formula proposta da Enrico Morando, sono l’unico strumento che può tenere insieme apertura del campo -il “campo aperto” rilanciato in queste settimane da Ernesto Ruffini con il suo movimento Più Uno- e contributo dei riformisti riconoscibile (dagli elettori) e riconosciuto (dagli alleati).

Lo facciamo sapendo che i nomi in campo sono troppi per convergere spontaneamente e che parallelamente Calenda lavora a una sorta di “Nuovo Terzo Polo” che ripropone il progetto che ha distrutto tre anni fa. Lo facciamo con la consapevolezza di averlo già fatto: nel 2007 con la nascita del PD, nel 2013 con Scelta Civica, nel 2019 con la scissione di Italia Viva, nel 2022 con il Terzo Polo. Ogni volta convinti che fosse la volta buona, ogni volta scoprendo qualche mese o qualche anno dopo che la fatica era da rifare.

Ed è qui che torna alla mente il mito.

La tentazione, quando si guarda indietro a questi vent’anni, è cercare il colpevole. È una tentazione comprensibile e in parte legittima: nomi e responsabilità ci sono. Renzi è uscito dal PD troppo tardi, dopo aver votato la fiducia al Governo Gentiloni e dopo aver gestito il dopo-referendum del 2016 come se la sconfitta non avesse imposto un cambio di linea. I riformisti che invece sono rimasti perché “extra ecclesiam nulla salus” hanno accettato ogni spostamento a sinistra e ogni abiura della stagione di governo, scegliendo di restare senza provare davvero a condizionarlo. Calenda nel 2022 ha firmato l’accordo con Letta e lo ha strappato quarantotto ore dopo, e oggi lavora per “hackerare il bipolarismo”, dopo aver distrutto il Terzo Polo che c’era. La gestione poco trasparente di Più Europa da parte di Magi ha portato alla rottura con una parte significativa del suo gruppo dirigente. E si potrebbe risalire più indietro, fino alle scelte che portarono allo scioglimento della Margherita o alle modalità con cui nacque Scelta Civica. La lista è lunga e ciascuno di noi ha la sua.

Eppure questa contabilità, per quanto accurata, non spiega abbastanza. Non spiega perché il masso ricada così regolarmente, con cadenze quasi ritmiche, indipendentemente da chi sia di volta in volta lì a spingerlo. Se il problema fossero solo gli ego di alcuni leader, basterebbe cambiare i leader. Se fosse solo l’ingenuità di certe operazioni, basterebbe progettarle meglio la volta dopo. E invece la volta dopo arriva, e arriva uguale. C’è qualcosa nel modo in cui l’area riformista italiana cerca casa, che la classifica delle colpe individuali non riesce a catturare.

È a questo punto che torna utile l’immagine di Sisifo. Non nel senso tragico del mito originario ma nel senso in cui Camus lo ha riletto nel 1942. Il Sisifo di Camus è l’uomo che ha smesso di chiedersi perché il masso ricade. Ha capito che la domanda giusta non è quella sulla causa della pena, ma quella sul senso che si dà alla fatica mentre la si compie. Nella celebre conclusione del saggio, “bisogna immaginare Sisifo felice” non significa che la fatica sia bella, né che la condanna sia giusta. Significa che la lucidità sulla propria condizione -averla vista, riconosciuta, accettata senza rassegnazione- è già una forma di libertà.

Cosa c’entra tutto questo con le primarie del centro-sinistra? Più di quanto possa sembrare.

Il Sisifo di Camus non è il Sisifo della tradizione classica. Nel mito antico c’è una colpa -aver sfidato gli dèi- e c’è una pena proporzionata: spingere per l’eternità un masso che ricadrà sempre. È una storia di hybris e nemesis, e ha senso solo se si crede a un ordine cosmico che punisce la dismisura. Camus, nel 1942, scrive in un mondo da cui gli dèi se ne sono andati. Il suo Sisifo non è più punito per qualcosa, è semplicemente lì. La fatica non ha più una causa né un fine, è la condizione stessa dell’uomo in un universo che non risponde alle nostre domande di senso. La domanda “perché” è diventata insensata, perché non c’è più nessuno a cui rivolgerla.

E qui Camus rovescia il mito. Se la domanda sulla causa della pena non ha risposta, allora la dignità dell’uomo non può più stare nel risolvere l’enigma. Deve stare altrove. Sta -dice Camus- nel momento della discesa. Quando Sisifo, raggiunta la cima, vede il masso rotolare di nuovo a valle, e comincia a scendere a sua volta per riprendere la fatica, in quel tragitto c’è una scelta. Può scendere disperato, e allora è schiavo. Può scendere rassegnato, e allora è morto dentro. Oppure può scendere cosciente -avendo visto, riconosciuto, accettato la propria condizione senza inganni- e in quella coscienza trovare una forma di libertà che gli dèi non possono togliergli. «Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Trasposto sulla nostra condizione di area politica, il rovesciamento camusiano dice qualcosa di scomodo e di liberatorio insieme. Dice che la domanda “di chi è la colpa se il riformismo italiano non riesce a darsi una casa stabile” è una domanda da Sisifo classico, non da Sisifo camusiano. Presuppone che ci sia un ordine politico in cui le aree riformiste, se ben condotte, naturalmente prosperano, e che quindi la nostra fatica reiterata debba avere un responsabile. Ma quell’ordine politico non c’è. La storia italiana degli ultimi trent’anni -la legge elettorale che cambia ogni due cicli, il bipolarismo che non si è mai consolidato davvero, la personalizzazione che ha indebolito i corpi intermedi, l’eredità irrisolta del 1989 e del 1994- è la cima di una collina dalla quale il masso, per ragioni che non dipendono solo da noi, ricade.

Riconoscerlo non è rassegnarsi. È smettere di stupirsi.

Resta da capire cosa significhi, tutto questo, per un’area politica che vuole contribuire alle primarie.

La tentazione, leggendo Camus, è di trarne una conclusione individuale: ognuno faccia pace con il proprio masso e lo spinga con dignità. È una conclusione plausibile per il singolo militante, ma è un disastro per un’organizzazione politica. La politica è impresa collettiva, e una collettività camusiana è un ossimoro: si può immaginare Sisifo felice, non si possono organizzare mille Sisifo felici dentro un partito o un’associazione. Un’area politica che dicesse ai propri elettori “torneremo a perdere, ma con piena coscienza” non vincerebbe le elezioni e non meriterebbe di vincerle. La lucidità camusiana, presa come programma, è una condanna all’irrilevanza.

Ma se non può essere programmatica, può essere altro. Può essere l’etica di chi sta dentro l’area riformista da abbastanza tempo da averla vista cambiare nome, sigla e perimetro almeno tre o quattro volte, e che ciononostante decide di partecipare al tentativo successivo. Può essere la disposizione interiore del militante, del dirigente intermedio, dell’iscritto a Libertà Eguale che ha attraversato Margherita, PD, Italia Viva, Terzo Polo, e che oggi guarda al campo aperto delle primarie senza farsi illusioni sul fatto che fra cinque anni potremmo dover ricominciare. Quel “ciononostante” è il punto. Non è cinismo -il cinico si tira fuori- ed è il contrario della rassegnazione -il rassegnato smette di spingere. È la lucidità di chi spinge sapendo che la collina è quella che è, e che il masso ha le sue ragioni di gravità.

Ai dirigenti, però, va chiesto qualcosa in più. A chi guida non si può chiedere di essere camusiani. A loro tocca provare, ogni volta, a far restare il masso sulla cima. Sapendo che probabilmente non ci riusciranno, ma scommettendo come se potessero riuscirci. Senza questa scommessa, la politica non si fa. Un dirigente camusiano è una contraddizione in termini: o smette di guidare, o smette di essere camusiano. Il suo posto è in cima alla collina, non sul sentiero della discesa.

Ai riformisti italiani serve un’etica camusiana e una politica pascaliana, che sappia scommettere anche quando il “pessimismo dell’intelligenza” direbbe di non farlo.

Militanti che hanno fatto pace con il masso, dirigenti che provano comunque -ogni volta- a spingerlo oltre la cima. Il problema italiano è che troppo spesso abbiamo avuto l’opposto: militanti delusi che mollano dopo la prima caduta, e dirigenti convinti che il masso questa volta resterà su, e che quando ricade danno la colpa al masso o agli altri Sisifo. La sproporzione tra l’illusione dei capi e il disincanto della base è la cifra del riformismo italiano degli ultimi vent’anni, ed è la prima cosa che dovremmo correggere.

Le primarie aperte a doppio turno, il “campo aperto” di cui parla Ruffini, la candidatura unitaria che cerchiamo: sono tutte cose serie e tutte da fare. Ma vanno fatte sapendo che cosa sono: il prossimo tentativo (l’ultimo, prima delle elezioni politiche) di tenere il masso sulla cima il più a lungo possibile. Se lo accettiamo, possiamo perfino farcela. Ed essere felici.


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