Sudan: le RSF preparano un’offensiva su El Obeid


L’allarme della comunità internazionale: nella strategica capitale del Kordofan Settentrionale rischio di massacri come avvenne a El Fasher

Sempre più frequenti gli attacchi con droni contro obiettivi strategici, un modo già sperimentato per indebolire il morale dei militari, terrorizzare i civili e distruggere le infrastrutture di difesa prima dell’attacco finale

Una colonna di fumo si leva su El Obeid in seguito a un attacco di droni su una stazione di servizio (Credit: Radio Dabanga)

In Sudan negli ultimi mesi la vasta regione del Kordofan – che confina con il Darfur e il Sud Sudan e si estende quasi fino alla periferia di Khartoum – è diventata una delle zone di maggior impatto della guerra tra le forze armate (SAF) e i miliziani delle Forze di supporto rapido (RSF).

Dall’inizio di giugno, e in questi giorni in particolare, sotto attacco è El Obeid, capitale del Kordofan Settentrionale.

Grande preoccupazione è stata espressa, tra gli altri, da Antonio Guterrez, segretario generale dell’ONU. In un comunicato stampa diffuso dal suo ufficio si dice “particolarmente allarmato” da rapporti che indicano una maggior presenza militare delle RSF attorno ad El Obeid “il che può indicare un’imminente offensiva di terra sulla città, mettendo potenzialmente a grave rischio di violenze su larga scala un altro centro sudanese molto popolato”.

Il timore, espresso anche da Volker Türk, alto commissario dell’ONU per i diritti umani, è che, con una caduta di El Obeid nelle mani delle RSF, si verifichi una carneficina simile a quella seguita alla presa di El Fasher e all’occupazione di Zam Zam, il vicino campo profughi nel Darfur Settentrionale, nell’autunno dello scorso anno. Massacri per i quali una missione indipendente dell’ONU ha parlato di un genocidio pianificato con migliaia di vittime civili.

Simili preoccupazioni sono state espresse anche da organizzazioni sudanesi per i diritti umani, dal Consiglio di sicurezza, dall’Unione Europea, dall’International Coalition for Preventing Atrocity Crimes in Sudan, dal blocco regionale IGAD e dagli Stati Uniti.

Droni su obiettivi sensibili e civili

Intanto la città è devastata da continui attacchi con droni, un modo già sperimentato altrove per indebolire il morale dei militari, terrorizzare i civili e distruggere le infrastrutture necessarie alla difesa prima di sferrare l’attacco finale.

Stéphane Dujarric, portavoce dell’ONU, durante una conferenza stampa sulla situazione, ha dichiarato che negli ultimi giorni sono stati danneggiati, tra l’altro, una centrale per l’erogazione dell’energia elettrica, alcune stazioni di servizio, con la conseguente distruzione di riserve di carburante, l’università e diversi presidi sanitari.

Difficoltosa è anche la distribuzione di acqua e l’erogazione di altri servizi di base alla cittadinanza. Inoltre si teme che la situazione sanitaria peggiori con il diffondersi di epidemie, come già successo nel Kordofan Occidentale, dove è in corso un’epidemia di colera.

Una città strategica per gli equilibri del conflitto

El Obeid, con una popolazione stimata di 500mila persone, è una delle città più grandi del Sudan. La sua posizione è di grande importanza strategica, dal momento che si trova allo snodo delle vie di comunicazione tra la capitale Khartoum, lo stato del Nilo Bianco, le varie parti del Kordofan e il Darfur.

È sempre stato un hub commerciale fondamentale per l’intera regione tra il Sahara, l’Africa centrale e la costa del Mar Rosso. Dal punto di vista militare, la sua importanza è sottolineata dall’essere sede della V divisione di fanteria dell’esercito sudanese.

Fin dall’inizio del conflitto, nell’aprile del 2023, El Obeid è stata particolarmente sotto pressione, tanto da essere stata assediata dalle RSF per oltre due anni, fino alla loro ritirata in Darfur, a seguito dell’offensiva dell’esercito che, nella primavera dell’anno scorso, aveva ripreso il controllo delle regioni centrali del paese e di Khartoum.

Nei mesi successivi, però, le RSF consolidavano il controllo in Darfur, con la presa di El Fasher, e in altre zone del Kordofan. In particolare nelle zone a nord, nelle immediate vicinanze di El Obeid e nel Kordofan Occidentale, grazie anche all’alleanza con il SPLM-N, ala sotto il comando di Abdelaziz al Hilu.

Particolarmente lunga e pesante la battaglia per il controllo di Babanusa, capitale del Kordofan Occidentale, che ha praticamente spopolato la città, un tempo abitata da circa 170mila persone, ora sfollate in altre parti della regione e in condizioni umanitarie e sanitarie critiche.

Questo consolidamento della tenuta sul territorio, dicono analisti militari, avrebbe liberato uomini da lanciare all’attacco di El Obeid. Secondo molti osservatori, un’eventuale caduta della città nelle mani delle RSF potrebbe costituire una svolta nel conflitto sudanese. Dunque si prevede che la battaglia per il suo controllo non sarà breve e sarà combattuta senza esclusione di colpi.

Oltre che attorno ad El Obeid, in questo periodo il conflitto infuria anche nel Kordofan Meridionale. Il lungo assedio della capitale Kadugli da parte delle RSF è finito recentemente grazie ad un’offensiva dell’esercito, mentre la seconda città dello stato, Dilling, è passata di mano numerose volte dall’inizio di quest’anno.

Insicurezza crescente nei Monti Nuba

Negli ultimi mesi i combattimenti, e in particolare i bombardamenti con droni, hanno colpito frequentemente anche i Monti Nuba, e in particolare la zona di Gidel, dove si trova l’unico ospedale dell’area, e il capoluogo Kauda, roccaforte dell’SPLM-N, ala sotto il comando di Abdelaziz al Hilu. I Monti Nuba, controllati e amministrati dall’SPLM-N, da una quindicina d’anni erano un’enclave di stabilità, tanto da essere diventati rifugio per decine di migliaia di sfollati da altre parti del paese.

La crescente insicurezza ha fomentato anche tensioni intercomunitarie sempre più gravi. Nei giorni scorsi, durante pesanti scontri tra due clan nuba per questioni legate alla delimitazione del territorio, è rimasto ucciso padre Youhanna Al-Amin, parroco di Kauda da oltre trent’anni. Insieme a lui sarebbero stati uccisi anche il custode della parrocchia e il magazziniere.

Secondo fonti locali si sarebbe trattato di una vendetta per la denuncia di un furto di medicinali e di altri beni destinati alla popolazione e custoditi nella parrocchia. I disordini, che hanno danneggiato gravemente anche luoghi istituzionali e uffici di organizzazioni umanitarie e gruppi della società civile, hanno facilitato il delitto.




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