Corruzione nell’UE: tutti i numeri di un problema che l’Europa fatica ad affrontare


Nessun Paese dell’Unione europea è immune dalla corruzione. Lo afferma senza mezzi termini un lavoro di indagine di Piotr Bąkowski realizzato per il Servizio ricerca del Parlamento europeo (EPRS). Un documento che scatta una fotografia impietosa di un fenomeno che costa all’Europa centinaia di miliardi ogni anno e che le istituzioni comunitarie continuano a combattere con strumenti frammentari e spesso inadeguati.

Il conto della corruzione: fino a 990 miliardi l’anno.

I numeri fanno impressione. Secondo uno studio del 2016 dello stesso EPRS, includendo i costi indiretti, la corruzione sottrae all’economia europea tra 179 e 990 miliardi di euro all’anno. Un aggiornamento del 2023 ha stimato che il solo rischio corruzione negli appalti pubblici europei tra il 2016 e il 2021 è costato 29,6 miliardi, mentre quello relativo ai contratti che coinvolgono fondi UE nello stesso periodo ammonta a 4,3 miliardi. A livello globale, le sole tangenti valgono tra 1.500 e 2.000 miliardi di dollari l’anno , circa il 2% del PIL mondiale , e la corruzione nelle sue forme più ampie pesa ancora di più.

I cittadini europei (a ragione) non si fidano dei propri governi.

Il dato più politicamente rilevante arriva dai sondaggi. Secondo il più recente Eurobarometro speciale sulla corruzione, pubblicato nel luglio 2025, il 69% dei cittadini europei ritiene la corruzione diffusa nel proprio Paese , un punto percentuale in più rispetto al 2024. La maggioranza degli intervistati non crede che le misure anticorruzione vengano applicate in modo imparziale, né che i procedimenti giudiziari siano sufficienti a scoraggiare i comportamenti illeciti. In quasi tutti gli Stati membri , ad eccezione di Danimarca e Finlandia , la maggioranza degli intervistati ritiene che i casi di corruzione ad alto livello vengano perseguiti in modo insufficiente. Quasi un terzo degli europei ammette che considera accettabile offrire un regalo o un favore per ottenere qualcosa dalla pubblica amministrazione.

Anche il mondo delle imprese è preoccupato: il 76% delle aziende intervistate concorda sul fatto che i legami troppo stretti tra affari e politica alimentano la corruzione. Le pratiche percepite come più diffuse sono il nepotismo e il clientelismo, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico.

Il quadro normativo: tanti strumenti, poca coerenza.

L’Unione europea ha costruito nel corso dei decenni un arsenale normativo anticorruzione, ma il documento dell’EPRS non nasconde i limiti strutturali di questo impianto. Dalle direttive sugli appalti pubblici a quelle antiriciclaggio, dalla tutela dei whistleblower alla Procura europea (EPPO), gli strumenti esistono, ma risultano frammentari e non sempre efficacemente applicati.

La novità più recente è la direttiva anticorruzione del 2026, adottata sulla base dell’articolo 83 del Trattato sul funzionamento dell’UE, che per la prima volta fissa regole minime comuni a livello europeo su definizioni dei reati, sanzioni e misure preventive. La direttiva copre sia il settore pubblico che quello privato e recepisce gli standard internazionali fissati dalla Convenzione ONU contro la corruzione. Tra le novità, anche l’obbligo di pubblicare annualmente dati nazionali standardizzati sulla corruzione e di adottare strategie nazionali anticorruzione elaborate con il contributo di una pluralità di soggetti.

L’EPPO, operativa dal giugno 2021, rappresenta uno degli strumenti più innovativi del sistema: è il primo organo sovranazionale di pubblica accusa con poteri di indagine e perseguimento penale per i reati contro gli interessi finanziari dell’UE. A fine 2025, circa il 5% dei reati investigati dall’EPPO riguardava casi di corruzione attiva e passiva di funzionari pubblici. Ma restano fuori dall’istituzione tre Paesi: Danimarca e Irlanda per via delle clausole di opt-out, e Ungheria per scelta politica.

Il rapporto anticorruzione UE: nato e subito abbandonato.

Uno degli episodi più emblematici della difficoltà dell’Europa a dotarsi di strumenti efficaci è la vicenda del rapporto anticorruzione della Commissione. Lanciato nel 2014 con grande enfasi , il primo e unico numero conteneva analisi per tutti i 28 Paesi membri e raccomandazioni specifiche , è stato silenziosamente soppresso nel 2017, con la Commissione che ha deciso di assorbire la questione corruzione all’interno del più generico Semestre europeo di governance economica. La mossa ha suscitato critiche durissime dal Parlamento europeo, dalle università, dalla società civile e da Transparency International. Da allora, il monitoraggio anticorruzione è stato inglobato nel rapporto annuale sullo stato di diritto, uno strumento che gli esperti definiscono un meccanismo a posteriori, privo di raccomandazioni concrete e incapace di restituire un quadro sistemico della corruzione in Europa, lasciando fuori aree cruciali come gli appalti pubblici.

L’indice di corruzione: l’Europa peggiora.

Il Corruption Perceptions Index 2025 di Transparency International certifica un dato allarmante: la media europea e dell’UE è scesa da 66 a 64 punti su 100, con 13 Paesi che hanno registrato peggioramenti significativi e solo 7 miglioramenti. La velocità di deterioramento del punteggio europeo è la più rapida di qualsiasi altra regione al mondo. Il tutto mentre la media globale ha toccato il nuovo minimo storico di 42 punti, con più di due terzi dei Paesi del pianeta che affrontano seri problemi di corruzione.

Il Parlamento europeo ha adottato negli anni numerose risoluzioni sul tema, arrivando , dopo lo scandalo del Qatargate esploso nel dicembre 2022, a riconoscere che “i meccanismi interni di monitoraggio e allerta delle istituzioni UE hanno clamorosamente fallito nel rilevare la corruzione in corso”. Da settembre 2023 le regole interne sono state aggiornate con norme più severe sul lobbying, il fenomeno delle “porte girevoli”, i conflitti di interesse e le dichiarazioni patrimoniali. Un passo avanti, ma la strada è ancora lunga.

Le altre lacune dei 27.

Tra le lacune segnalate dal documento c’è anche quella relativa al GRECO , il Gruppo di Stati contro la Corruzione del Consiglio d’Europa, il meccanismo di monitoraggio più completo d’Europa. L’UE ha solo lo status di osservatore, mentre una piena adesione , auspicata dal Parlamento europeo e tecnicamente possibile , richiederebbe un invito del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e un accordo ad hoc che tenga conto della “natura specifica dell’UE”. Un processo avviato, ma non ancora concluso.

Il quadro complessivo che emerge dal briefing dell’EPRS , dunque, è quello di un’istituzione che conosce il problema, ne ha quantificato i costi, ha costruito strumenti importanti , ma che fatica ancora a dotarsi di una strategia davvero organica, capace di andare oltre i rapporti periodici e di tradursi in risultati concreti nella vita quotidiana dei cittadini europei.

foto Mediamodifier da Pixabay.com


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 Gabriele Frongia

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