A volte, nella politica internazionale, un cambio di nome racconta più di un discorso ufficiale. È il caso della decisione dell’amministrazione Trump di ripristinare la denominazione Pacific Command (PACOM), abbandonando la sigla Indo-Pacific Command (INDOPACOM) adottata nel 2018. La modifica può apparire simbolica, ma arriva in un momento in cui Washington sta ridefinendo le proprie priorità strategiche e il rapporto con alcuni partner chiave della regione, India inclusa.
Per comprendere il significato di questa scelta bisogna tornare indietro di qualche anno, a quando il concetto stesso di Indo-Pacifico iniziò a imporsi nel dibattito strategico internazionale.
Dall’Asia-Pacifico all’Indo-Pacifico
L’idea di un Indo-Pacifico come spazio geopolitico integrato viene generalmente associata all’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe. Già nel 2007, durante un discorso al Parlamento indiano, Abe parlava della “confluenza dei due mari”, immaginando l’Oceano Indiano e il Pacifico come un unico teatro strategico. L’obiettivo era duplice. Da un lato rafforzare il coordinamento tra democrazie marittime come Giappone, India, Australia e Stati Uniti. Dall’altro rispondere all’espansione dell’influenza cinese lungo le rotte commerciali e infrastrutturali asiatiche.
Quando nel 2018 l’amministrazione Trump decise di rinominare il Pacific Command in Indo-Pacific Command, il messaggio era chiaro. Gli Stati Uniti riconoscevano che l’India non era più una potenza periferica ma un attore centrale negli equilibri asiatici. Come spiegò all’epoca Alex Wong, vice assistente del segretario di Stato, il termine “Indo-Pacifico” rifletteva la realtà storica e strategica secondo cui l’Asia meridionale e soprattutto l’India giocavano un ruolo sempre più rilevante negli affari del Pacifico e del Sud-est asiatico. Dietro la scelta vi era anche un segnale rivolto a Pechino. Washington intendeva contrastare l’espansione della Belt and Road Initiative cinese lungo l’Oceano Indiano e rafforzare il ruolo del Quad come piattaforma di cooperazione strategica.
Perché tornare a PACOM?
La decisione di Trump di eliminare il riferimento all’Indo-Pacifico sembra inserirsi in una più ampia revisione della postura strategica americana. Negli ultimi mesi l’amministrazione ha adottato una narrativa sempre più concentrata sugli interessi immediati degli Stati Uniti e meno sulle grandi architetture geopolitiche costruite negli ultimi anni.
In questa prospettiva, il concetto di Indo-Pacifico potrebbe apparire troppo ampio e dispersivo. L’Oceano Indiano è percepito da parte dell’establishment americano come un teatro distante dagli interessi immediati degli Stati Uniti, mentre il Pacifico continua a rappresentare il cuore della competizione strategica con la Cina. Alcuni osservatori interpretano quindi il ritorno a PACOM come un tentativo di restringere il focus geografico e operativo delle priorità americane.
Un ridimensionamento dell’India?
La domanda che molti si pongono è se questo cambiamento rappresenti anche un segnale nei confronti di Nuova Delhi.
Negli ultimi anni l’India era diventata uno dei pilastri della strategia americana in Asia. La sua posizione geografica, il peso demografico e la crescente rivalità con la Cina l’avevano trasformata in un partner fondamentale per Washington. La stessa scelta del termine Indo-Pacifico aveva contribuito a collocare l’India al centro della visione strategica statunitense.
Secondo Ronak D. Desai dell’Hoover Institution, la decisione di eliminare il riferimento all’India dal nome del comando militare suggerisce che Nuova Delhi non occupa più una posizione così centrale nella strategia americana verso l’Asia. Arpit Chaturvedi, advisor per l’Asia meridionale presso Teneo, osserva che Washington sembra oggi convinta di poter gestire molte delle questioni legate alla Cina attraverso strumenti bilaterali senza attribuire all’India un ruolo decisivo.
Questo non significa necessariamente un deterioramento delle relazioni tra i due Paesi. Al contrario, il rapporto personale tra Trump e Narendra Modi continua a essere descritto come positivo. Durante il G7 in Francia i due leader hanno discusso di commercio, energia e sicurezza regionale, confermando l’importanza del dialogo bilaterale. Tuttavia, dietro le dichiarazioni pubbliche emergono alcune frizioni legate ai dazi commerciali, alle politiche energetiche e a differenti priorità strategiche.
La logica transazionale della Trump II
Più che un allontanamento dall’India, il ritorno a PACOM potrebbe riflettere la visione internazionale che caratterizza il secondo mandato di Trump. A differenza della strategia del “Free and Open Indo-Pacific” sviluppata durante la prima amministrazione, la nuova impostazione sembra meno interessata a costruire coalizioni multilaterali e più orientata a rapporti bilaterali fondati su interessi immediati e negoziazioni caso per caso.
In questa logica, anche la Cina viene affrontata principalmente attraverso strumenti negoziali diretti. L’obiettivo non è tanto consolidare una vasta architettura regionale anti-cinese quanto ottenere vantaggi concreti attraverso accordi commerciali, economici o di sicurezza. La centralità attribuita all’India all’interno della narrativa dell’Indo-Pacifico diventa quindi meno necessaria.
Un cambiamento simbolico che merita attenzione
Il ritorno alla denominazione PACOM non modifica da solo gli equilibri strategici dell’Asia. Gli Stati Uniti continuano a considerare la Cina il principale competitore strategico e mantengono una fitta rete di alleanze e partnership nella regione. Tuttavia, i simboli, soprattutto in geopolitica, raramente sono neutri.
Nel 2018 l’introduzione dell’Indo-Pacifico aveva segnalato la volontà americana di integrare l’India in una strategia regionale più ampia e di contrastare l’espansione cinese lungo i due oceani. Nel 2026 la scelta opposta suggerisce una visione più ristretta, più pragmatica e più bilaterale delle relazioni internazionali.
Resta da capire se si tratti soltanto di una modifica lessicale o del primo indizio di un cambiamento più profondo nella strategia americana verso l’Asia. Per ora, il messaggio che arriva da Washington è chiaro. L’India resta importante, ma potrebbe non essere più considerata indispensabile come lo era stata nella stagione dell’Indo-Pacifico.
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Chiara Di Scala
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