L’8 luglio a Napoli e il 15 luglio a Padova assisteremo al grande miracolo progressista: Elly Schlein, Giuseppe Conte e i leader di Alleanza Verdi e Sinistra compariranno tutti nello stesso luogo e, presumibilmente, riusciranno persino a farsi fotografare senza litigare. A rivelare gli appuntamenti è stato Angelo Bonelli a Omnibus, su La7. Francesco Boccia ha già battezzato l’allegra compagnia come un “blocco politico”. Una definizione ambiziosa. Più che un blocco, infatti, il campo largo somiglia a quei mobili svedesi montati senza leggere le istruzioni: avanzano parecchi pezzi, le viti non combaciano e alla fine ciascuno accusa l’altro di aver tenuto la brugola.
Il problema è piuttosto semplice. Sono tutti d’accordo sulla necessità di mandare a casa Giorgia Meloni. È sul dettaglio successivo — chi debba entrare a Palazzo Chigi al posto suo — che comincia la guerra civile. Elly Schlein, naturalmente, si considera la candidata naturale. E, non paga della normale competizione politica, intravede già le sagome del complotto: “C’è un pezzo di establishment che malsopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Poi io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere quarant’anni… Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione”.
Eccolo, il riflesso condizionato della sinistra contemporanea. Se gli elettori non ti premiano abbastanza, non è perché magari non hanno capito che cosa vuoi fare su tasse, sicurezza, energia, imprese o immigrazione. No. È l’establishment. È il patriarcato. È l’anagrafe. È certamente qualcuno che, in una stanza buia, trama per impedire l’avvento della leadership progressista. Resta da chiarire chi faccia parte di questo fantomatico establishment. Giuseppe Conte, forse? Perché anche l’avvocato del popolo, incidentalmente, vorrebbe fare il presidente del Consiglio. E non sembra intenzionato a farsi da parte soltanto per consentire al Pd di celebrare il proprio congresso permanente.
Schlein propone le primarie oppure il metodo utilizzato in altri Paesi europei: il candidato premier è il capo del partito più grande. Traduzione: siccome il Pd ha più voti del Movimento 5 Stelle, la candidata sarebbe lei. Conte, con sorprendente lucidità, non appare entusiasta del sistema. La sua proposta è un’altra: “Potremmo fare come nelle regioni dove non abbiamo fatto le primarie ma abbiamo valutato insieme il candidato più competitivo”. “Il candidato più competitivo”, ovviamente, è un’espressione neutrale che ciascun leader pronuncia pensando a se stesso. È il bello del campo largo: tutti invocano l’unità, purché gli altri si uniscano dietro di loro.
Schlein assicura che “l’alleanza progressista è già una realtà e va allargata e non ristretta”. Frase rassicurante, quasi ecumenica. Peccato che Conte non voglia dire se nell’alleanza entrerà Matteo Renzi. Evidentemente il campo è largo, ma all’ingresso c’è comunque il buttafuori. Renzi, che quando sente odore di veto ritrova immediatamente la forma dei giorni migliori, ha risposto da L’Aria che tira: “Se qualcuno preferisce mettere veti invece di prendere voti si spara sui piedi. Nel momento in cui la destra era in difficoltà sono riusciti a creare una nuova divisione nel centrosinistra, un capolavoro. Se vogliamo giocare a chi è più di sinistra, Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno. Ma io non voglio litigare…”. Naturalmente non vuole litigare. Ha soltanto ricordato a Conte di aver governato con Matteo Salvini, di averlo portato al Viminale e di essere quindi un curioso giudice della purezza progressista. Ma senza alcuna intenzione polemica, sia chiaro.
Nel frattempo, anche dentro il Pd volano carezze. Schlein sostiene che il partito “è sano, cresce ed è la prima forza”. Potrebbe anche essere vero. Il problema è che questa prima forza non sembra sapere né con chi allearsi né chi candidare né quale linea economica seguire. Però è sanissima. Come quei pazienti che, mentre litigano con il medico, assicurano di non aver bisogno di alcuna cura. Graziano Delrio ha contestato Goffredo Bettini, sponsor di Alessandro Onorato, ricordando che “l’identità del nostro partito non appalta il riformismo ad altri”. Poi ha demolito direttamente la formula di Boccia: “Noi non siamo un blocco con Avs e M5S. Siamo il Pd”.
Riepiloghiamo. Boccia dice che sono un blocco. Delrio dice che non sono un blocco. Schlein vuole allargare l’alleanza. Conte comincia a distribuire i veti. Renzi chiede di entrare e, nel frattempo, prende a schiaffi politici l’ex premier. Schlein vuole candidarsi. Conte pure. Avs osserva la scena aspettando di capire quali collegi e quali ministeri potrebbero diventare disponibili. Manca soltanto un elemento: il programma. Qual è la politica economica del campo largo? Vogliono ridurre le tasse oppure aumentarle? Difendere l’industria oppure sacrificarla sull’altare dell’ambientalismo ideologico? Sull’Ucraina vale la linea del Pd, quella di Conte o quella dei pacifisti a corrente alternata? Sull’immigrazione intendono governare i flussi oppure limitarsi a spiegare che i confini sono un concetto culturalmente superato? Silenzio.
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Del resto, discutere di programmi è faticoso. Bisogna scegliere, assumersi responsabilità e rischiare di scontentare qualcuno. Molto più comodo discutere del metodo con cui scegliere il candidato, del diritto di veto, delle primarie, del partito più grande e dell’establishment che non vuole Elly Schlein a Palazzo Chigi.
Il campo largo, dunque, esiste davvero. È larghissimo quando si tratta di distribuire candidature, incarichi e aspirazioni personali. Diventa improvvisamente stretto quando occorre infilarci dentro un’idea concreta per governare l’Italia.
Perché dietro le solenni dichiarazioni sull’alternativa progressista si intravede una realtà assai meno nobile: non stanno litigando per stabilire che cosa fare. Stanno litigando per decidere chi dovrà sedersi sulla poltrona più importante.
E non hanno ancora vinto le elezioni.
Massimo Balsamo, 24 giugno 2026
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