Il 97% dei giovani europei usa internet ogni giorno. I social media sono diventati la principale fonte di informazione per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni. Gli algoritmi decidono cosa vedere, gli influencer decidono cosa pensare, e l’intelligenza artificiale produce contenuti sempre più indistinguibili dal reale. In questo scenario, il Parlamento Europeo ha adottato un rapporto che chiede una strategia europea coordinata sull’alfabetizzazione mediatica e l’istruzione digitale.
Il documento non è un manifesto di buone intenzioni. È un testo operativo che individua responsabilità precise: per le piattaforme, per i governi nazionali, per la Commissione, per le scuole, per gli influencer. E che mette il dito su alcune delle contraddizioni più evidenti del rapporto tra democrazia e ambiente digitale.
Il rapporto parte da una constatazione scomoda: le modalità di consumo dell’informazione sono cambiate radicalmente, ma le competenze dei cittadini non hanno tenuto il passo. La cosiddetta “scrolling culture” , il consumo frenetico di contenuti brevi, emotivamente carichi, personalizzati dall’algoritmo , ha trasformato il modo in cui le persone accedono alle notizie, formano opinioni e partecipano alla vita pubblica. Con conseguenze che il documento non esita a definire sistemiche: disinformazione dilagante, bolle informative, manipolazione emotiva, vulnerabilità alle interferenze straniere nei processi democratici.
I soggetti più a rischio sono i minori, gli anziani, le persone con disabilità e chi vive in aree rurali o remote con infrastrutture digitali carenti. Ma il problema riguarda tutti.
Il rapporto punta il dito in modo esplicito contro alcune caratteristiche progettuali delle piattaforme digitali: i sistemi di raccomandazione algoritmica, i meccanismi di design pensati per indurre dipendenza, i contenuti emotivamente manipolativi amplificati per massimizzare il tempo di permanenza. Non si tratta di effetti collaterali involontari, sostiene il documento: sono scelte precise, e le piattaforme devono risponderne.
Le richieste alle grandi piattaforme online sono concrete. Il Parlamento chiede che le piattaforme di grandi dimensioni conducano valutazioni di impatto sull’alfabetizzazione mediatica , analisi indipendenti, trasparenti e pubblicamente disponibili su come la progettazione dei loro servizi influisce sulla capacità degli utenti di accedere, creare e interagire con i contenuti. Queste valutazioni dovranno includere gli effetti sul benessere psicologico, sullo sviluppo cognitivo ed emotivo, e sui rischi legati a meccanismi di design potenzialmente dipendogeni.
Si chiede inoltre che i contenuti generati o manipolati dall’intelligenza artificiale siano etichettati in modo efficace , senza affidarsi esclusivamente alle etichette automatiche , e che i contenuti sponsorizzati commercialmente siano chiaramente identificabili. Gli influencer e i creatori di contenuti, riconosciuti come attori ormai centrali nell’ecosistema informativo soprattutto tra i giovani, dovranno adottare codici di condotta specifici che integrino principi di alfabetizzazione mediatica nel loro lavoro.
Sul fronte educativo, il rapporto chiede che l’alfabetizzazione mediatica e l’istruzione digitale diventino competenze di base riconosciute a livello europeo e vengano inserite nei curricula scolastici in modo appropriato all’età, a partire dalla scuola primaria. Un punto qualificante: il documento avverte che introdurre strumenti digitali prima che i bambini abbiano sviluppato le competenze critiche di base , anche attraverso strumenti analogici , li espone a rischi che non sono ancora in grado di riconoscere o gestire.
La Commissione è invitata a valutare l’impatto dei dispositivi digitali e dei servizi di intelligenza artificiale negli ambienti scolastici su apprendimento, sviluppo cognitivo, salute mentale e capacità di attenzione, con la possibilità di proporre restrizioni mirate , soprattutto nella prima infanzia , laddove l’uso delle tecnologie non sia pedagogicamente giustificato.
Si chiede anche una formazione continua e adeguatamente finanziata per insegnanti e bibliotecari, oltre al coinvolgimento sistematico di genitori, famiglie, organizzazioni civili e rappresentanti dei giovani nella progettazione dei programmi educativi.
Uno dei punti più critici del rapporto riguarda le differenze enormi che esistono tra gli Stati membri nell’approccio all’alfabetizzazione mediatica: curricula scolastici difformi, livelli di finanziamento incomparabili, assenza di monitoraggio coordinato. Il documento chiede alla Commissione di istituire un quadro europeo strutturato di valutazione delle azioni nazionali, con indicatori misurabili che vadano oltre le statistiche di partecipazione e misurino effettivamente lo sviluppo del pensiero critico e la resilienza alla disinformazione.
Viene chiesto anche un finanziamento europeo stabile e di lungo periodo , con riferimento esplicito al futuro programma AgoraEU , e il rafforzamento delle strutture già esistenti come i Safer Internet Centres e l’Osservatorio Europeo dei Media Digitali.
Il rapporto non dimentica il lato dell’offerta informativa. Un’alfabetizzazione mediatica efficace dipende anche dall’esistenza di un giornalismo forte, indipendente e plurale che produca informazioni verificate e affidabili. Il documento chiede alla Commissione di sostenere i media tradizionali a livello europeo, nazionale, regionale e locale, promuovendo un’equa remunerazione dei contenuti giornalistici e garantendo finanziamenti sostenibili. I media di servizio pubblico, si sottolinea, svolgono un ruolo chiave in questo ecosistema e devono avere risorse adeguate e stabili.
Richieste, però, che cozzano con il reale stato dell’arte del sostegno economico all’informazione in Europa. Un sistema iniquo, poco trasparente e caratterizzato, inoltre, da bandi non accessibili ai piccoli editori europei, specialmente tra coloro che esprimono linee editoriali critiche e oggettive contro l’azione “diversamente democratica” e opaca delle istituzioni Ue.
foto multimedia.europarl.europa.eu
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Gabriele Frongia
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