Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere. Mario Lazzati – Parte 2 (qui la parte 1)
«7 giugno 1944». Mariano Lazzati dice la data così, netta, come se la stesse leggendo su un documento. Poi aggiunge subito: «Giorno dello sbarco in Normandia».
E la sua nascita, che potrebbe restare una coordinata familiare, si apre di colpo sulla storia. Da una parte Sant’Ambrogio, una villetta, una famiglia. Dall’altra l’Europa che cambia destino. La guerra, Milano, Varese, le case di villeggiatura diventate rifugio, le famiglie che si spostano, i bambini che nascono mentre il mondo prova a rimettersi in piedi.
Mariano nasce lì. A Sant’Ambrogio. In una villetta di fianco alla casa dove poi crescerà. «Qui proprio?», gli chiedo. «È in una villetta qui di fianco». Poi spiega che erano in sei fratelli. Sei. E allora a un certo punto si trasferiscono nella casa grande.
La casa di oggi. O meglio: la casa che per lui non è mai solo “la casa di oggi”. È un organismo di memoria. Una casa di fine Ottocento, con la zona giorno sotto e la zona notte sopra. Poi divisa in due, orizzontalmente. E Mariano oggi vive in quella che allora era la zona notte. «Dove vivi tu adesso era la zona notte?», gli chiedo.
«La zona notte». È un dettaglio che dice molto. Mariano abita ancora dentro la parte della casa in cui, da bambino, si dormiva. Le stanze hanno cambiato funzione, certo. I fratelli non sono più sei sotto lo stesso tetto. Il tempo ha tolto, spostato, separato, ridotto. Però il luogo è rimasto. E certi luoghi non restano mai muti. Continuano a parlare, se uno sa ascoltarli. Mariano ascolta. Non racconta la casa come un patrimonio. La racconta come un mondo. E per entrare in quel mondo bisogna partire dai genitori.
«Come si chiamavano?», gli chiedo. «Angelo Lazzati». Fa una pausa minima. «Chirurgo». Ma Mariano non lo lascia lì, in quella parola. Perché “chirurgo” potrebbe sembrare un mestiere, una riga di biografia, un titolo professionale. Per lui, invece, è una quantità di storie che ancora lo raggiungono. «Sai che mi fermano ancora se salta fuori che mi chiamo Lazzati?».
Lo fermano ancora per suo padre. Qualcuno gli racconta che, senza Angelo Lazzati, forse non sarebbe vivo. Mariano ricorda una storia in particolare. Un uomo portato d’urgenza in ospedale dal medico condotto. Era circa l’una. Suo padre stava per andare a casa. Il turno, la stanchezza, il pranzo, la famiglia: tutto avrebbe potuto spingerlo fuori. Invece capisce che c’è qualcosa che non può aspettare.
Appendicite acuta. Torna indietro. Sale. Opera subito. «In tempo reale», dice Mariano. Poi aggiunge la frase che gli è rimasta addosso: «Se non fosse per suo padre, io non sarei qua». Non c’è bisogno di commentare molto. Un medico che sta uscendo e rientra. Una vita che resta vita perché qualcuno non ha tirato dritto. Un padre ricordato decenni dopo non perché aveva una posizione, ma perché nel momento decisivo c’era.
Mariano usa una parola precisa: «Lui era un missionario». chiedo in che senso. «No, nel senso che… come spirito. Lui faceva il medico come missionario».
Non serve andare lontano per essere missionari. A volte basta rientrare in ospedale quando stavi per uscire. Basta mettere la competenza al servizio dell’urgenza di un altro. Basta fare del proprio mestiere non un ruolo, ma una responsabilità. Forse qualcosa, in Mariano, comincia anche lì.
Nel primo episodio di TRAME lo abbiamo visto tornare dalla farmacia in bicicletta, fermarsi davanti a una ragazza che raccoglieva aghi di pino, chiederle che cosa stesse facendo, portarle un sacco, conoscere una famiglia che abitava a cinquanta metri. «Eh, vedi? Le relazioni». «Ma siamo umani, sì o no?». Qui, nel racconto del padre, c’è un gesto più grande e drammatico, ma il movimento è simile: stai andando da un’altra parte, qualcosa ti chiama, ti fermi, torni indietro.
Forse una comunità nasce anche così. Da chi torna indietro quando potrebbe andare via. La madre si chiamava Giustina Cunietti. Figlia di Mario e Maria Cunietti. Anche qui, Mariano apre una porta e subito dietro ce ne sono altre. Cunietti, Lazzati, Milano, Varese, famiglie, case, parentele. Il padre era nato a Milano. La madre anche. Poi, in tempo di guerra, arrivano a Varese. «Come tanti», dice.
Ma Varese non era un luogo qualunque. Non era un ripiego improvvisato. C’erano già case, abitudini, villeggiature. I milanesi venivano nel Varesotto d’estate, nei fine settimana, in certe ville che ancora raccontano un pezzo di quella storia. La famiglia di Mariano entra in questo movimento: Milano alle spalle, Varese davanti, Sant’Ambrogio che da rifugio diventa radice
È una storia molto varesina anche questa: famiglie arrivate da Milano, case già esistenti, guerra, dopoguerra, radicamento. Gente che porta con sé un’origine e poi, piano piano, si lascia prendere da un luogo. Mariano viene preso da Sant’Ambrogio. E dalla casa. Una casa grande, certo. Ma soprattutto una casa piena. «Noi eravamo sei fratelli».
Lo dice senza insistere. Però sei fratelli cambiano il modo di abitare una casa. Cambiano il rumore. I tempi. Le stanze. Il giardino. Le regole. Le attese. Il pranzo. Soprattutto il pranzo. A un certo punto Mariano racconta la vita quotidiana intorno al lavoro del padre. Il chirurgo tornava dall’ospedale all’una. E all’una doveva essere tutto pronto.
«Avevamo dei tempi tecnici incredibili». Tempi tecnici. È una delle espressioni più belle del suo racconto. Dentro ci sono disciplina, casa, ospedale, famiglia numerosa, madre, figli, orari, fame, dovere. «C’era un campanello che ci chiamava a raccolta», dice. Loro magari erano in giardino a far casino. Il campanello suonava. Tutti dentro. Il padre arrivava. Bisognava mangiare. Non con calma infinita. «Tempi del mangiare: dieci minuti». Perché il padre doveva riposare e poi tornare in ospedale.
Mariano non la racconta con amarezza. La racconta come una cosa che apparteneva all’ordine del mondo. Ma dentro quell’ordine un bambino impara. Impara che il tempo ha un peso. Che il lavoro degli adulti entra dentro la casa. Che la famiglia si organizza intorno a una responsabilità. Che la libertà del gioco deve fare i conti con il campanello.
Forse impara anche un’altra cosa: se vuoi tenere insieme molte persone, devi dare una forma al tempo. Più avanti, parlando del lavoro, Mariano dirà che al mattino sa già cosa deve fare durante la giornata. Che bisogna organizzarsi. Che l’organizzazione è una cosa fondamentale. Ma forse quel modo di stare nel tempo comincia lì, in quella casa: campanello, pranzo, dieci minuti, ospedale.
Poi c’è il giardino. E qui il racconto cambia tono. Prima delle elementari, Mariano viene mandato dalle suore. Aveva cinque anni. L’istituto era vicino a casa, in fondo alla via. Oggi, dice, non è più scuola: è un ricovero di suore. Allora era scuola.
Lui però non sembrava fatto per stare troppo composto. «Eri un ragazzino vivace?», gli chiedo. Mariano non vuole concedersi subito. «No, non so come mai». Poi però gli scappa il dettaglio. «Mettevo i piedi sui banchi». E allora sì, forse un po’ vivace lo era.
A un certo punto la direttrice decide che non è il caso di tenerlo lì. Non lo espelle semplicemente dalla scena. Lo sposta. «No, no, vai. Vai a dare una mano alle suore che curano il giardino». E lì succede una cosa. «Il mio amore per il giardino è nato lì».
Il bambino che non stava fermo sui banchi viene mandato in giardino. Quella che poteva essere soltanto una punizione diventa una scoperta. La classe lo respinge, il giardino lo accoglie. Il problema diventa inclinazione. L’irrequietezza trova un luogo dove trasformarsi in attenzione. Mariano ricorda ancora i nomi. «Suor Francesca…». Ne ricorda almeno uno con chiarezza. E poi dice: «Se le cose te le ricordi, vuol dire che le hai vissute».
Questa frase potrebbe stare appesa all’ingresso di tutta la serie. Non tutto resta. Restano le cose che hanno inciso. Restano i luoghi in cui siamo stati davvero presenti. Restano le persone che ci hanno spostato di un millimetro, o di molto di più. Restano i gesti che allora non capivamo e che dopo anni si rivelano origini. Il giardino delle suore, per Mariano, è una di queste origini.
C’è qualcosa di bellissimo in questa scena: un bambino fuori posto trova posto tra le piante. Un’esclusione dalla classe diventa educazione alla cura. Una direttrice, forse senza immaginarlo, apre un sentiero. Anni dopo Mariano avrà ancora giardini, piante, campi, spazi. E soprattutto avrà un modo di pensare molto agricolo alle relazioni: bisogna coltivarle. Non basta averle. Non basta riceverle. Bisogna tornarci, togliere erbacce, dare tempo, non lasciare che si secchino.
Forse tutto comincia anche da lì. Da un bambino in piedi sui banchi mandato ad aiutare le suore in giardino. Dopo le suore arrivano le elementari pubbliche. La Canetta. «Famosa Canetta», dice Mariano. A Sant’Ambrogio. Lì ricorda la maestra. Ricorda i compagni. Dice che li ricorda tutti. Alcuni li vede ancora. E anche questo, quando lo dice lui, non suona come vanteria di memoria. Suona come una geografia.
Le persone, per Mariano, restano luoghi. Gli chiedo dell’amico più caro. Viene fuori il nome di Marco Pezzani. «Pezzani», precisa. Figlio di amici dei suoi genitori. Poi diventato medico. «Medico bravissimo», dice. E pochi giorni prima, con lui, Mariano era andato a fare una camminata al Campo dei Fiori. Dalle elementari al Campo dei Fiori, settant’anni dopo. Ecco un’altra trama.
La scuola non è solo la scuola. È un luogo che può continuare a camminare con te per tutta la vita. Un compagno delle elementari non è solo un ricordo d’infanzia, se a 82 anni ci vai ancora in montagna. È una prova concreta che certe relazioni non sono finite: hanno cambiato forma. Mariano lo dirà molte volte, in modi diversi: i rapporti non restano vivi da soli. Bisogna coltivarli.
La Canetta, nel suo racconto, è ancora piena di nomi. La maestra, i compagni, l’amico di via Bicocca, Marco Pezzani, altri due che abitano vicino e che vede ancora. Non è un elenco. È una costellazione. E Sant’Ambrogio non è soltanto il quartiere in cui è nato. È il primo reticolo: casa, suore, giardino, scuola, amici, famiglie.
Poi arrivano le medie. E poi il liceo. E arriva il tram. «Primo anno andavo a scuola in tram». Mariano lo dice quasi di passaggio. Ma appena lo dice, si apre un’altra Varese. La Varese dei collegamenti, delle rotaie, delle funicolari, dei ragazzi che vanno a scuola e imparano la città attraversandola.
Gli chiedo com’era. Lui allarga subito lo sguardo. «Un giorno che tu avessi voglia di vedere, di capire cosa c’era… com’era fatta Varese e dintorni. C’era una rete tranviaria». Arrivavi da Milano alla Nord, prendevi il tram, salivi alla Prima Cappella. Poi c’erano due funicolari: una per il Sacro Monte e una per il Campo dei Fiori.
«Due funicolari», ripete. Come a dire: ma ti rendi conto? La città era cucita in un altro modo. Non solo più lenta, forse. Più fisica. Più attraversabile. Più leggibile. Il territorio non era una somma di punti: era una rete di passaggi. La stazione, la scuola, Sant’Ambrogio, la Prima Cappella, il Sacro Monte, il Campo dei Fiori.
Mariano non sta ancora facendo storia dei trasporti. Sta raccontando come un ragazzo imparava il territorio. E lo imparava andando a scuola.
Il Ferraris, allora, non era dove molti lo immaginano oggi. Il primo anno era di fronte alla Dante, dietro il Cairoli. Poi si trasferì a Casbeno. Solo dopo sarebbe arrivato nella sede più nota vicino al palazzetto. La città cambia. Le scuole si spostano. I tragitti mutano. I tram spariscono. Ma dentro chi ha attraversato quei passaggi resta una mappa diversa da quella ufficiale. Una mappa fatta di percorsi vissuti.
Mariano ha quella mappa addosso. E nel modo in cui racconta si sente una cosa: per lui i luoghi non sono mai separati dalle persone. La casa non è solo casa: è il padre che rientra dall’ospedale, la madre, i sei fratelli, il campanello, il pranzo in dieci minuti.
Il giardino non è solo giardino: è suor Francesca, la punizione, l’amore per le piante. La scuola non è solo scuola: è la Canetta, la maestra, Marco Pezzani, i compagni che ancora vede. Il tram non è solo tram: sono i ragazzi, le salite, i conducenti, le frasi rimaste in testa.
Ogni luogo ha dentro qualcuno. Forse è questo che rende Mariano un protagonista naturale di TRAME. Non perché la sua vita sia importante in senso monumentale. Ma perché mostra come si forma una persona capace di tenere insieme. Prima di collegare gli altri, è cresciuto dentro un mondo molto collegato: famiglia, casa, giardino, scuola, tram, quartiere, città.
A un certo punto, parlando di ciò che ha avuto, Mariano userà una parola decisiva:
«Condividere». Dice di avere avuto la fortuna di avere spazi, strutture, possibilità. Ma soprattutto di avere ricevuto l’insegnamento di condividere. Non è una frase da poco. Perché avere spazio non significa automaticamente aprirlo. Avere una casa grande non significa farne un luogo generoso. Avere un campo da tennis non significa offrirlo ai bambini dell’oratorio. Avere memoria non significa raccontarla. Avere relazioni non significa coltivarle. In Mariano, invece, tutto sembra andare in quella direzione: ciò che hai non deve chiuderti, deve farti entrare in rapporto.
Forse la casa di Sant’Ambrogio gli ha insegnato proprio questo. Avere non basta. Bisogna restituire. Non come gesto eroico. Come modo normale di stare al mondo. Come aveva fatto suo padre, rientrando in ospedale. Come faceva la madre, tenendo insieme una casa con sei figli e un marito chirurgo. Come fecero le suore, trovandogli un posto in giardino invece di limitarsi a considerarlo un bambino ingestibile. Come fa ancora lui quando mette in circolo spazi, tempo, telefonate, ricordi, amicizie.
Questa seconda puntata di TRAME non racconta ancora tutto Mariano. Non racconta il mondo, l’Inghilterra a dodici anni, Hammersmith, Wimbledon, Cambridge. Non racconta Alfa Laval, gli agricoltori, la mungitura meccanica, la Fattoria Sole. Non racconta ancora lo sport, la bicicletta, gli alpini, l’associazionismo, Bambi, il Premio Chiara.
Racconta ciò che viene prima. La zona notte in cui Mariano vive ancora.
Tutte cose semplici, eppure decisive. Perché una persona che tiene insieme un territorio non nasce dal nulla. Viene formata da luoghi che l’hanno tenuta. Da adulti che gli hanno mostrato, più con i gesti che con le parole, che la vita è relazione. Da spazi in cui si impara che non tutto ciò che è tuo è solo per te. Da scuole e quartieri in cui i nomi restano. Da tram che insegnano che una città è fatta di collegamenti.
Mariano non teorizza. Mariano racconta. E raccontando lascia uscire la radice. «Se le cose te le ricordi, vuol dire che le hai vissute». Forse è vero anche per i territori. Un territorio resta vivo se qualcuno lo ricorda perché lo ha vissuto davvero. Non come scenario. Non come indirizzo. Non come rendita. Ma come intreccio di gesti, voci, stanze, ritorni, partenze, persone.
Nel caso di Mariano, tutto comincia a Sant’Ambrogio. In una casa grande. Con un padre chirurgo che stava per andare a casa e invece tornava indietro. Con una madre che teneva insieme. Con sei fratelli chiamati a pranzo da un campanello. Con un bambino che metteva i piedi sui banchi. E con una direttrice che, forse senza saperlo, gli indicò la strada più lunga: «Vai a dare una mano alle suore che curano il giardino». Lui ci andò. E qualcosa, da quel giorno, cominciò a crescere.
Parte 2 – alla prossima settimana (Qui la parte 1)
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