Il turismo rappresenta uno dei motori principali del lavoro e dell’economia italiani, ma dietro la crescita dei flussi e delle presenze si nasconde una fragilità sempre più evidente: la condizione economica di molti lavoratori. A fotografarla è il “Focus sul lavoro povero” commissionato dalla Filcams Cgil — il sindacato dei lavoratori del terziario, turismo e servizi — anticipazione di un Report sull’occupazione di prossima pubblicazione. Il quadro che emerge è quello di un paese in cui avere un impiego non basta più per uscire dalla povertà.
La soglia che separa il lavoro dalla dignità
Quasi la metà dei lavoratori occupati nei settori del terziario — ovvero commercio, servizi e turismo — è composta da lavoratori poveri: percepisce una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale pari al 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno. La ricerca è stata condotta su un campione di circa 6,3 milioni di persone, per le quali erano disponibili i dati necessari a ricostruire la distribuzione dei redditi da lavoro dipendente.
Considerando tutti i dipendenti del terziario con almeno una settimana lavorata nell’anno, la quota di chi resta sotto la soglia di povertà salariale è pari al 47,51%. La percentuale scende al 41,71% se si considera soltanto chi ha lavorato almeno dodici settimane, ma resta comunque molto elevata.
Nel turismo la situazione è a dir poco drammatica
All’interno del macrosettore la situazione peggiore si registra nel turismo, dove il 71,22% dei lavoratori resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al Sud e nelle Isole interessa quattro lavoratori su cinque.
Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva portano l’incidenza a oltre il 50%, anche tra chi lavora con continuità, e il terziario, con una quota superiore al 30%.
A trainare verso il basso le retribuzioni è in particolare la struttura contrattuale del settore, dominata da orari ridotti imposti dalle aziende.
“Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale” – dichiara a Sky Tg24 Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams Cgil – “che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante”.
Un paese spaccato in due: il divario geografico
Nel Mezzogiorno l’incidenza del lavoro povero si avvicina al 60% considerando chi ha lavorato almeno una settimana, e coinvolge quasi due lavoratori su tre nel campione più ampio, contro il dato del Nord-Ovest, che si attesta comunque oltre il 30%. Nel settore del Commercio, tra chi ha lavorato almeno una settimana, l’incidenza complessiva del lavoro povero è pari al 31,16%, con valori pari al 22,39% nel Nord-Ovest, al 25,48% nel Nord-Est, al 31,29% nel Centro e fino a toccare il 48,52% nel Sud e nelle Isole.
Il turismo, settore che al Sud e nelle Isole assorbe quote significative di occupazione locale, diventa così un moltiplicatore di disuguaglianza più che un argine contro di essa.
Le donne più penalizzate
Al divario geografico si sovrappone quello di genere, tra i più marcati dell’intero mercato del lavoro italiano. La distanza tra uomini e donne è di circa 18 punti percentuali a livello nazionale: tra i dipendenti del terziario con almeno una settimana lavorata, il 40,92% degli uomini risulta sotto la soglia di povertà salariale, contro il 52,93% delle donne. Nei servizi, dove la componente femminile è strutturalmente prevalente, il divario si avvicina ai 20 punti. Sono i settori del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimane a concentrare in modo sproporzionato l’occupazione femminile.
Il sindacato: “Vera e propria emergenza”
“Siamo davanti a una vera e propria emergenza”, afferma Russo. Quasi una persona su due guadagna meno di 15mila euro l’anno: un dato che rivela scelte organizzative precise, modelli d’impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un’assenza di presidio contrattuale che dura da troppo tempo. Il segretario della Filcams Cgil attacca direttamente le controparti datoriali: “È troppo facile sbandierare numeri e proclami nei contesti pubblici, se poi ai tavoli negoziali si lasciano milioni di lavoratrici e lavoratori senza adeguamenti salariali adeguati al costo della vita”. La risposta sindacale passa dal rinnovo dei contratti collettivi nazionali. Cgil, Cisl e Uil stanno discutendo con le associazioni datoriali per giungere a un modello contrattuale e di rappresentanza che innovi e garantisca la tenuta dei salari.
Il rinnovo dei contratti nazionali resta il primo argine contro il lavoro povero: nel 2027 le parti si siederanno al tavolo per tutto il settore del terziario distributivo e dei servizi.
Chi sono i lavoratori del turismo italiano
Dietro i numeri c’è un identikit preciso. Il lavoro nel turismo è in prevalenza femminile: le donne rappresentano oltre il 50% degli addetti in alberghi e pubblici esercizi come bar, ristoranti e stabilimenti balneari. Dal punto di vista anagrafico, la forza lavoro è concentrata nelle fasce di età intermedie, ma il settore assorbe anche una quota significativa di giovanissimi: la maggior parte degli apprendisti risulta impiegata nel comparto dei pubblici esercizi, dove bar, ristoranti e locali notturni costituiscono spesso il primo contatto con il mercato del lavoro. Sul piano dell’istruzione, il profilo prevalente è quello di chi ha conseguito al massimo un diploma di scuola superiore, in un settore che storicamente non richiede titoli universitari per le mansioni operative.
La componente straniera è significativa e strutturale: lavoratori provenienti dall’Asia meridionale e orientale, dall’Africa subsahariana e dall’Europa dell’Est — Romania, Ucraina, Moldavia — sono presenti in modo capillare nelle cucine, nelle pulizie, nella ristorazione collettiva e nelle strutture ricettive, spesso con contratti precari il cui rinnovo è tutt’altro che garantito.
Il ceto sociale di provenienza è quasi sempre popolare o medio-basso: il turismo rimane uno dei pochi settori in cui l’accesso al lavoro non richiede capitale culturale né reti familiari elevate, ma proprio per questo tende a riprodurre — e non a correggere — le disuguaglianze di partenza.
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