Quanto può reggere la tregua in Libano


Se il Libano riuscisse a cominciare a essere uno Stato plurale, diventerebbe protagonista politico sulla scena regionale. Ma questo lo deve chiedere a sé più che gli altri, che ovviamente non sono interessati

Riccardo Cristiano

L’accordo quadro tra israeliani e libanesi ha degli evidenti nodi attuativi, ma parte da un assunto: basta stato di belligeranza, basta armistizio, i contraenti scelgono di vivere in pace.

E’ l’addio al Fronte del Rifiuto arabo, alla sua cultura, quella che disse di no a Sadat e al piano in dieci punti dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) che nel 1974 avviò il lungo cammino che successivamente avrebbe portato alla proposta “due popoli, due Stati”.


Il Libano non fece parte di quel Fronte, ma il suo lascito politico-culturale è stato indiscutibile.

Difficile dire quale pace regionale veda il Libano, ragiona di sé e del suo futuro perché non è un attore regionale. E’ un piccolo e devastato Paese, che oggi però tra enormi difficoltà sembra dire che la soluzione dei guai arabi non passa dal confronto armato, ma dalla negazione del paradigma per cui la propria sicurezza è l’insicurezza altrui.

Vale per tutti, ma non è semplice.

Chi prende la guida dell’opposizione all’accordo, il presidente del Parlamento libanese e alleato di grande abilità di Hezbollah, Nabih Berri, non torna proprio al fronte del rifiuto, ma dice che il Libano non può fare una pace separata, deve seguire gli altri arabi, cioè l’Arabia Saudita, visto che gli altri hanno già fatto paci separate e intanto ottenere un ritiro completo di Israele nell’ottica dell’armistizio, come propone l’Iran.

Berri sostiene che senza i suoi voti l’accordo non verrebbe ratificato dal Parlamento, ma i conti ufficiali sono diversi.


Ciò che conta del suo discorso è che tutto si sposterebbe sul piano parlamentare, non della piazza, di quella “guerra civile”, che nessuno vuole, a cominciare da Hezbollah, che ha confermato che i suoi due ministri non si dimettono pur dissentendo dall’accordo voluto dal governo.

Berri nelle sue dichiarazioni dimostra qualche difficoltà parlando del vincolo con la linea della Lega Araba, che impegna a un piano di pace arabo-israeliano.

La Lega Araba, un fantasma… E allora cosa balla tra le due visioni? Ci si può arrivare vedendo i fatti e la propaganda.

In base all’accordo quadro si va verso il trattato di pace, punto cruciale, mentre Israele accetta di ritirarsi “progressivamente” dai territori libanesi e il Libano di disarmare “progressivamente” Hezbollah, il partito khomeinista libanese che ha una propria milizia, l’unica in armi in Libano.

Ritiro israeliano graduale e senza calendari, ogni riduzione della presenza militare israeliana e poi ogni ritiro parziale dipenderanno dai progressi nel disarmo di Hezbollah, come indicato da un annesso sulla sicurezza.


Israele e Libano creano un Gruppo Militare di Coordinamento per il Libano, responsabile di prevenire la conflittualità, verificare e infine mettere in pratica gli accordi. Il Gruppo Militare poi riferirà alle due parti.

Si mette subito in chiaro che le operazioni militari vengono affidate all’esercito libanese. Ma il ritiro a fasi procederà solo se le due parti riterranno conseguiti gli obiettivi prefissati: si passerà a una riduzione del personale militare israeliano in Libano, poi al pieno ritiro.

L’obiettivo citato è quello di ristabilire la piena sovranità libanese su tutto il territorio nazionale, ma non ci sono i soliti terzi, come gli Stati Uniti o la Francia, a garantire il disarmo dei gruppi miliziani, tutto passa dal giudizio delle due parti.

E’ un po’ il prodotto delle ambiguità di Hezbollah, che nel 2024 accettò di disarmare nel sud del Libano, poi, dopo un inizio promettente, fece retromarcia e resistenze, chiedendo che anche Israele si ritirasse da tutto il Libano, mentre manteneva cinque postazioni ai confini.

Ora è in macerie tutto il sud, con il Libano che ha denunciato crimini di guerra.


L’impegno israeliano è a ritirarsi ora da due “zone pilota”, espressione che in sé confermerebbe che alla fine c’è il ritiro totale; la prima zona pilota sarebbe vicino al confine, quindi con poco di strategico, l’altra più a nord.

E’ questo il ritiro che ha valore per il Libano, perché renderebbe più difficile estendere ulteriormente la zona occupata, come è accaduto nelle ore precedenti l’intesa.

Qui, nelle zone pilota, non ci saranno armi né armati di Hezbollah, la sicurezza è appannaggio dell’esercito. Ma fuori da queste zone che dovrebbero vedersi concretamente nelle prossime ore, come si procederà?

La delicatezza dell’accordo è nel meccanismo, visto che occupazione e azioni militari proseguono, sia da parte israeliana sia di Hezbollah, con costante intensità, mentre la distruzione del Libano meridionale si fa dramma esistenziale.

La rete di Hezbollah era fittissima, ma i profughi senza più casa sono più di un milione. Da quando Beirut è stata esclusa dagli obiettivi israeliani per via dell’intervento americano, molti profughi sono tornati nel sud, in condizioni di estrema difficoltà.


Dunque, il tempo come sempre conta, pesa nella tenuta degli accordi di pace. Il rischio è che sparisca prima il Libano meridionale che Hezbollah.

Ma il disarmo di Hezbollah viene presentato da quel partito come un tradimento e un tentativo di privare il Libano di un suo protagonista. Davvero?

Senza rifare ancora una volta tutta la storia del Libano va ricordato che quando il Libano pose termine alla sua guerra civile, nel 1990, Hezbollah che era nata da poco per combattere l’occupazione israeliana come facevano altri soggetti, con il sostegno dell’Iran e della Siria di Assad che occupava il resto del Libano, fu il solo a ottenere la deroga al disarmo imposto a tutte le milizie, perché combatteva contro l’occupante, sebbene con l’appoggio di un altro occupante.

In quel frangente tutte le altre milizie furono disarmate, comprese quelle dei partiti cristiani, falangisti e Forze Libanesi, che da disarmate sono rimaste protagoniste della vita politica libanese. Dunque lo stesso potrebbe accadere a Hezbollah.

Illegale è il braccio armato, anche nelle strutture finanziarie di sostegno. Si vuol dire che a quel punto la “resistenza” la farebbe l’esercito? No. Che si negozierebbe con maggiore autorevolezza un ritiro effettivo, o più rapido.


Qui subentra il secondo nodo. Gli Stati Uniti, che hanno mediato questo accordo e sottoscritto il ritiro graduale, hanno firmato anche il Memorandum con l’Iran che non parla di ritiro a fasi, non parla di disarmo di Hezbollah.

Già al punto 1 di quel memorandum si legge: “Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran, insieme ai loro alleati nell’attuale conflitto, sottoscrivono il presente protocollo d’intesa per dichiarare la cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, e si impegnano d’ora in poi a non intraprendere alcuna guerra né alcuna operazione militare l’uno contro l’altro, ad astenersi dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza l’uno contro l’altro e a garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano”.

L’obiettivo è in fondo lo stesso dell’accordo quadro tra Libano e Israele, cambia la modalità: qui si parla di cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari. E “definitiva” è una parola chiara.

Resta la domanda sul motivo per cui tra Stati Uniti e Iran si debba parlare della pace in Libano. L’Iran chiede questo, con i suoi alleati ed è evidente perché. Perché discutendone con l’Iran gli Stati Uniti riconoscono una competenza iraniana.

L’Iran intende dimostrare di avere influenza regionale e sceglie il Libano come cartina di tornasole. Ma quale influenza? Un’influenza politico-culturale o un’influenza armata? Qui potrebbe vedersi il negoziato tra i due testi sottoscritti dagli USA, uno con e uno senza l’Iran.


Se l’Iran ottenesse fondi e accordi sui vari capitoli “militari” abbastanza da sentirsi garantito potrebbe rinunciare al suo avamposto miliziano, ma chiederebbe un’influenza politica sul Libano, per rendere visibile che è una potenza regionale, dunque con un diverso assetto istituzionale in un Paese dove tutto è spartito tra le comunità.

In sintesi, più peso politico istituzionale per gli sciiti? E’ immaginabile? In ipotesi forse sì, dipende dal quadro che emergerà se ci fosse un accordo e non una nuova rottura nei negoziati con gli Stati Uniti e con i Paesi arabi del Golfo. Ma combattere in Libano per favorire questo processo di riequilibrio nel Golfo vuol dire combattere per il Libano o combattere per l’Iran? Nessuno può dire oggi che il suo “orizzonte negoziale” sia più ampio del suo interesse, ma questo lo si vedrà.

Il fatto arabo è che il fronte del rifiuto non esiste più: erano laici massimalisti, nel corso della storia sono stati sostituiti da islamisti fondamentalisti. Walid Jumblatt, uno dei più importanti politici libanesi, chiede di quale pace si tratti. La difficilissima carta libanese può essere usata per altre finalità da tutti.

Ma forse da Beirut emerge, accanto a un problema atavico, anche la certezza che la pace non si può basare sul paradigma che fonda la propria sicurezza sull’altrui insicurezza, strada che ripone altri nodi non sciolti e richiama il diritto internazionale.

Basta guardarsi attorno, dal meccanismo di sicurezza perseguito da Israele a quello perseguito da decenni dall’Iran per coglierne la portata.


Al punto 13 dell’accordo si legge: “ Israele e il Libano si impegnano ad adottare misure in buona fede che riflettano intenzioni positive, in particolare a porre fine a tutti gli atti ostili o negativi nelle sedi politiche o giuridiche internazionali”. Le violazioni del diritto internazionale danno al popolo libanese il diritto di chiedere risarcimenti.

Dunque eccoci al problema atavico: la voce che verrebbe da Beirut per emergere ha bisogno di se stessa più che di legami con amici esterni, come si è sempre fatto dai tempi dell’Impero Ottomano e poi del colonialismo francese.

Il “momento nazionale” tutto sommato fu quello in cui tutti insieme ci si separò, con il Patto nazionale, dal colonialismo francese. Era un inizio, verificatosi in modo compatibile con la realtà di inizio Novecento, cioè un’intesa tra cristiani e musulmani. Non poco, ma oggi non basta più: occorre saper dire ai libanesi “siete tutti cittadini”, non sciiti, cristiani o sunniti, ognuno con il suo “amico di fiducia” fuori dal Paese.

Se il Libano riuscisse a cominciare a essere uno Stato plurale, diventerebbe protagonista politico sulla scena regionale. Ma questo lo deve chiedere a sé più che gli altri, che ovviamente non sono interessati.

Lascia un commento


Lo trovi qui a 4,99 euro

Lascia un commento

Le emozioni, la politica, la ragione

In fondo Platone aveva detto molte cose ancora utili: la ragione possiede la facoltà del pensiero strategico, ma è incapace di agire se non contando sull’energia della parte irrazionale della psiche umana. Questa però non è semplice, è a sua volta articolata


In carcere senza sapere perché

Moretti non sa letteralmente quale accusa deve respingere, se non quella assai generica di non aver fatto abbastanza per impedire che quel carro pieno di gas deragliasse e prendesse fuoco. L’accusa di non aver fatto una cosa puoi confutarla, l’accusa di non aver fatto un qualcosa di indefinitamente opportuno nei nostri tribunali kafkiani ti manda dritt…

L’ecologia dei conservatori non esiste


Il libro è un esempio del livello della classe dirigente della destra italiana al governo, priva di una formazione scientifica seria, capace solo di mettere insieme idee altrui riscaldate e ridotte e a slogan, senza un vero quadro coerente di analisi e di azione, senza un programma che non sia raffazzonato e impreciso. Su temi strategici come il futuro …

Capire il presente con il microscopio sul passato

La lezione di Ginzburg, maestro non ancora quarantenne, è che se vogliamo davvero capire il nostro passato dobbiamo studiarlo con il microscopio per far emergere gli indizi di ciò che la storia ufficiale, che è scritta da una parte, nasconde. Quindi la microstoria non è, come i suoi critici hanno cercato di insinuare, e come i suoi imitatori pigri hanno…

Il caso Angelo D’Orsi

A spiegare l’ambizione politica di Angelo D’Orsi non basta la pretesa di un docente universitario di avere un uditorio. Personalità e ambizione devono avere l’occasione di esprimersi. E l’occasione per D’Orsi è stata la polarizzazione del dibattito pubblico dopo l’invasione dell’Ucraina. Il D’Orsi politico è un prodotto della terza guerra mondiale a p…


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Riccardo Cristiano

Source link

Di