Vi spiego perché la remigrazione non è una deportazione


C’è una parola che oggi basta pronunciare per scatenare il riflesso pavloviano dell’indignazione: remigrazione. La si presenta come un concetto violento, assolutista, totalitario, quasi il manifesto di uno Stato xenofobo pronto a perseguitare intere popolazioni. In realtà, come spesso accade nel dibattito pubblico, prima ancora di discutere il contenuto si demonizza la parola, che è il modo più comodo per non affrontare il problema che quella parola descrive.

Fatta eccezione per quella volontaria, la remigrazione non è altro che il ritorno nel Paese d’origine di chi non ha titolo giuridico per restare nel territorio di uno Stato straniero. La si può chiamare rimpatrio, allontanamento, espulsione, rientro forzato, ma la sostanza non cambia. Ogni ordinamento giuridico prevede che chi entra o permane illegalmente in un territorio nazionale vada accompagnato fuori da quel territorio. Non è una stranezza ideologica, ma la normale reazione di un ordinamento giuridico alla violazione delle regole di ingresso e soggiorno.

Quindi, sarebbe anche ora di dismettere l’ipocrisia tutta italiana per cui alcune leggi esistono per essere applicate e altre per restare sulla carta. Se una norma disciplina l’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dello straniero irregolare, quella norma non può diventare facoltativa solo perché applicarla produce effetti politicamente scomodi. Uno Stato che scrive le regole e poi rinuncia a farle rispettare non è umano, è semplicemente debole e la debolezza statale, alla lunga, non tutela nessuno.

Per questo, è profondamente scorretto accostare i concetti di remigrazione e deportazione. Il termine deportazione evoca, non casualmente, le pagine più tragiche del Novecento: popolazioni sradicate dalla propria patria, trascinate lontano dai luoghi in cui vivevano, perseguitate per ciò che erano e non per ciò che avevano fatto. Il pensiero corre inevitabilmente alla Shoah e agli ebrei europei deportati verso i campi di sterminio.


Questo tragico e sleale accostamento dimostra la fallacia e la mala fede dell’argomentazione. La deportazione consiste nel portare uomini, donne e bambini lontano dal proprio Paese, dalla propria casa o dalla propria comunità, eventualmente verso la persecuzione e la morte. La remigrazione, all’opposto, è riferita agli stranieri privi di titolo e consiste nel ricondurli verso il loro Paese d’origine.
Pertanto, i due termini non sono sinonimi, ma contrari. Naturalmente, ogni misura di allontanamento deve rispettare procedure, garanzie, verifiche individuali e limiti umanitari. Nessuno Stato di diritto può agire per categorie indistinte o per vendetta politica, ma questo non significa che lo Stato debba rinunciare alla propria sovranità. Semplicemente, deve esercitarla secondo diritto.

Scandalizzarsi per la remigrazione in sé è dunque un artificio retorico piuttosto fragile che nasconde la tentazione, tipicamente italiana, di ignorare talune leggi. Per fare un parallelo, è come scandalizzarsi dell’arresto di un malvivente perché ne limita la libertà personale. Certo che la limita, ma nessuno può considerare l’arresto isolandolo dal suo indefettibile presupposto: la commissione di un reato, la necessità di impedire la fuga o il pericolo per la collettività. Allo stesso modo, non si può giudicare il rimpatrio guardando soltanto all’effetto finale — l’allontanamento coattivo di una persona — e dimenticando il presupposto: l’ingresso o la permanenza senza diritto nel territorio di uno Stato sovrano.

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Peraltro, la politica della remigrazione non ha soltanto una dimensione amministrativa o giuridica. Ha anche una dimensione politica più ampia, che riguarda il diritto dei popoli a conservare la propria tradizione storica, culturale e civile; quella che il filosofo britannico Roger Scruton definiva come il patto silenzioso che lega tre generazioni: i vivi, i morti e i non ancora nati. Ogni comunità nazionale ha il diritto di non essere trasformata contro la propria volontà da fenomeni migratori esorbitanti, da ingressi illegali di massa sfuggiti di mano, da politiche di integrazione fallite o da una rinuncia preventiva alla propria identità.

Difendere la propria civiltà non significa odiare quella altrui. Significa sapere che una nazione non è soltanto un mercato del lavoro, un territorio amministrativo o una somma di individui casualmente residenti nello stesso luogo. Una nazione è lingua, memoria, diritto, costumi, istituzioni, simboli, educazione, senso del limite e appartenenza. Se questi elementi vengono dissolti da fenomeni di massa incontrollati, non nasce una società più aperta, ma più fragile, più conflittuale e meno capace di riconoscersi.


Per questo, una politica seria dell’emigrazione non si esaurisce nell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione, ma si accompagna a una politica culturale, educativa e civile: insegnamento della lingua, rispetto delle leggi, centralità della cultura nazionale, integrazione vera per chi ha titolo a restare e rifiuto dell’idea che lo Stato debba semplicemente subire qualunque trasformazione demografica come un destino inevitabile. Anche i flussi migratori devono essere effettivamente necessari, sostenibili, proporzionati alla capacità reale di integrazione e compatibili con la tenuta sociale, culturale ed economica della comunità che accoglie. Il diritto non è fatto solo di accoglienza, ma anche di confini, doveri, conseguenze. Uno Stato che non fa rispettare le proprie regole di ingresso non è più umano, ma semplicemente meno Stato e, presto o tardi, finisce per non proteggere né gli stranieri regolari né i cittadini e collassa.

Per questo la remigrazione, liberata dalle caricature ideologiche, non è una parola mostruosa e indica una semplice conseguenza giuridica: chi non ha diritto di stare in un Paese deve tornare nel proprio. Non per odio né per vendetta, ma perché il diritto, quando viene violato, va ripristinato, come quando si arresta un malvivente e lo si sottopone alle previste conseguenze giuridiche. Né più né meno.

Giorgio Carta, 1 luglio 2026

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