La complessità del corpo socio-economico non è dissimile da quella del corpo umano: ogni medicinale (politica economica) ha un effetto atteso principale e alcuni effetti collaterali secondari, per quanto improbabili. Mentre il bugiardino che troviamo accluso al medicinale deve riportare, oltre alle sue eccellenti doti terapeutiche, anche gli effetti collaterali, chi smercia ricette di politica economica molto spesso “si dimentica” di riportarli
Roberto Tamborini
Appunti del 26 giugno ha pubblicato una dura requisitoria di Manlio Graziano contro i populismi gemelli di destra e di sinistra.
In sintesi, “il populismo nazionalista di destra si rafforza se l’unica alternativa competitiva è un populismo di sinistra che fa molte promesse senza risorse per realizzarle”.
Tesi suggestiva, ma “sorretta” da argomenti che mi hanno sconcertato da parte di un autore molto apprezzabile nel suo campo (lo leggo regolarmente per capire dove va il mondo).
Ecco il mio cahier de doléances.
Il bersaglio principale di Graziano sono “i tre socialisti” con le vele al vento popolare, anzi populista: Zohran Mamdani, sindaco di New York; Andy Burnham, prossimo premier laburista britannico; Jean-Luc Mélenchon, leader della France insoumise. “Tagliamo corto: siccome i soldi non ci sono, la lista della spesa dei tre socialisti è un’impostura. Nel linguaggio contemporaneo, l’impostura portata nelle tribune elettorali si chiama populismo”.
I tre sono in numerosa compagnia. Si parte nientemeno che dal Mitterrand socialista del 1981, che stupidamente credette di poter andare contro la corrente impetuosa di Reagan e Thatcher (poi però si sarebbe redento immediatamente). Poi si scende fino a Mélenchon − via Georges Marchais − passando anche a Ovest da Alexandria Ocasio-Cortez.
Ce n’è anche per i candidati alla presidenza del Perù. Il giro del mondo e della storia in 1700 parole, e il populismo − concetto assai complicato da maneggiare − usato come una clava abbattuta su teste, forse tutte malate, ma molto diverse tra loro.
Rimaniamo nel campo economico. Se ho ben capito, l’impianto accusatorio di Graziano si può riassumere così: i “sogni” degli “impostori di sinistra” richiedono “soldi (pubblici) che non ci sono”, dato che il debito pubblico è già troppo alto, e le tasse non possono aumentare.
La prima affermazione, “non ci sono i soldi”, mi ha fatto sobbalzare. Le prime sette economie del mondo (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) in media dispongono di ricchezza finanziaria per circa 12 volte il flusso di PIL annuale (il debito pubblico, in media, è circa uguale al PIL).
Forse Graziano voleva dire che chi ha i soldi non è (più) disponibile a impiegarli per finanziare le spese dello Stato, né a prestito né con le tasse, problema di assai diversa natura e complessità (lo spiega assai bene Massimo Florio, in Il capitale contro lo Stato, Feltrinelli 2026).
Anche la seconda affermazione non è esatta: non tutti i “sogni” che Graziano mette alla berlina richiedono un aumento della spesa pubblica. Per esempio di per sé non lo richiedono le politiche redistributive (ci sono vari modi per realizzarle con bilancio in pareggio o a parità di gettito).
Le (ri)nazionalizzazioni di poste, ferrovie, ecc., sono un esborso dello Stato una tantum a fronte del quale va calcolato il valore attuale dei proventi aziendali futuri. Quindi occorre esaminare il bilancio intertemporale (esattamente come fa un’azienda privata prima di un investimento).
A meno che si prenda la scorciatoia di dar per scontato che le aziende pubbliche sono sempre in perdita (ma anche qui, il calcolo non è semplice perché una parte del valore che creano le aziende pubbliche può consistere di flussi di servizi che non hanno un prezzo di mercato, che sarebbe poi una ragione di esistenza di un’azienda pubblica).
La terza affermazione, il debito pubblico è già troppo alto, andrebbe ponderata tanto quanto la precedente. Capire se il debito pubblico è troppo alto o no, se è sostenibile o no, è molto complicato (chiedere alla Commissione europea, che col nuovo Patto di stabilità e crescita lo deve stabilire per tutti i paesi membri dell’euro!).
Anche Mario Draghi (Festival dell’Amicizia 2020) ha fatto propria la distinzione tra “debito buono” e “debito cattivo”, che sta − con altre parole − in tutti i testi di economia pubblica.
Non mi addentro, osservo solo che il debito pubblico nei paesi ricchi sta in un range tra il 66 per cento della Germania e il quasi 260 per cento del Giappone; è lecito dubitare che sempre e dovunque sia troppo alto, non sostenibile o necessariamente “cattivo”.
Se poi gli impostori di sinistra non sono in grado di esprimersi con la stessa raffinatezza di dottrina e proprietà di linguaggio di un Draghi, è un altro paio di maniche.
E veniamo al vero, invincibile (?), cavallo di battaglia contro gli impostori di sinistra di ogni latitudine. I soldi per i sogni non ci sono perché non si possono aumentare le tasse, anzi “le tasse possono solo diminuire” secondo lo sfortunato slogan di Renzi − sfortunato perché non consentì né a lui, né al suo partito di allora, né a quello da lui fondato, di sopravvivere allo tsunami degli impostori di destra, malgrado la reintroduzione dell’esenzione dell’imposta sulla prima casa.
Si tratta di un’altra affermazione che andrebbe molto, molto spiegata e qualificata. Del resto, basta leggere Appunti per capire quanto complessa, piena di sfumature e di trappole, sia la materia.
Mi limito a invitare a riflettere su un paio di punti acquisiti dagli studi specialistici, che si presume i non-populisti dovrebbero conoscere.
Il primo riguarda il carico fiscale assoluto (per esempio il rapporto entrate fiscali sul PIL). Se sia ai massimi storici, e se sia insostenibile, è da discutersi Paese per Paese, visto che si va da meno del 40 per cento negli Stati Uniti a quasi il 50 per cento in Francia.
Il secondo punto è che la distribuzione del carico fiscale è tanto importante quanto il suo livello assoluto, non solo per ragioni di equità ma anche per il Sacro Graal della crescita.
In base ai dati tributari (non i dati aggregati medi) la distribuzione e progressività del carico fiscale per fasce di reddito e/o patrimonio è tornata ai livelli antecedenti la Seconda Guerra mondiale quasi ovunque, inclusi i mitici paesi nordici. Alcuni esempi sono riportati nella Figura 1.
Figura 1. Aliquote marginali massime dell’imposta sul reddito in alcuni paesi, 1910-2010
E’ comprensibile che chi gode di un reddito e/o patrimonio molto elevati sia soddisfatto della situazione attuale e non voglia in alcun modo tornare indietro, fino ad usare come scudi umani i veri tartassati del fisco, che in Italia sono i lavoratori dipendenti con reddito lordo annuale tra 50 e 100 mila euro.
Meno comprensibile è perché un governo democratico − cioè che non sia “il comitato d’affari della borghesia” stigmatizzato da Marx ed Engels nel Manifesto del 1848 − non debba darsi il programma di evitare la miseranda retorica delle medie di Trilussa, guardare con distacco e competenza tecnica la distribuzione del carico fiscale (leggere qualche articolo della nostra costituzione) e agire in modo da ricreare una equa compartecipazione ai costi necessari per dare accesso al maggior numero possibile di cittadini a beni e servizi per la qualità della loro esistenza, che sarebbero loro preclusi dai puri meccanismi di mercato.
Come ha scritto Innocenzo Cipolletta su Domani, “occorre sempre ricordare che si vive bene nei paesi che hanno buoni servizi pubblici e non in Paesi dove si pagano poche tasse” (22 giugno 2026).
Secondo Graziano nessuno dei suoi condannati “ha idea del mondo in cui viviamo”, ma qual è la sua? Giunto alla fine del suo articolo mi son reso conto di non aver capito quali sarebbero, secondo lui, le idee giuste per la politica economica.
Certo, non era tenuto a dircele, però la curiosità rimane. E allora, a scopo precauzionale, concludo mettendo in guardia i nostri lettori sul fatto che l’impostura economica si annida ovunque, anche dove meno te lo aspetti e magari dove batte il tuo cuore politico.
La complessità del corpo socio-economico non è dissimile da quella del corpo umano, ragion per cui ogni medicinale (politica economica) ha un effetto atteso principale e alcuni effetti collaterali secondari, per quanto improbabili.
Mentre il bugiardino che troviamo accluso al medicinale deve riportare scrupolosamente, oltre alle sue eccellenti doti terapeutiche, anche gli effetti collaterali, chi smercia ricette di politica economica molto spesso “si dimentica” di riportarli.
Se per il bene del popolo, ignaro e recalcitrante, è necessario edulcorare le proprie politiche basta tacerne gli effetti collaterali (tanto sono poco probabili), mentre per mettere al bando le politiche altrui basta drammatizzarne gli effetti collaterali (anche se sono poco probabili).
Quindi diffidate di chi presenta ricette politiche (le proprie) che hanno solo effetti benefici per tutti contro altre che hanno solo effetti catastrofici; raramente dice tutta la verità.
Carlo Cottarelli, in Pachidermi e pappagalli (Feltrinelli 2021), scritto per smascherare “tutte le bufale sull’economia a cui continuiamo a credere”, dedica un capitolo (il sesto) alle “bufale dell’establishment“ (tutti gli altri sette capitoli sono dedicati alle bufale dei populisti).
Cottarelli usa proprio la parola “edulcorare”, ossia “negare l’esistenza di effetti negativi collegati a certe politiche che s’intendono intraprendere, […] negare che qualcuno ci possa perdere per effetto di queste politiche, almeno nell’immediato, ma forse anche nel lungo periodo” (p. 138).
La seconda tecnica, la drammatizzazione delle politiche sgradite, non è una novità. Karl Polanyi, il grande economista e sociologo austro-ungherese, nella sua opera più importante, La grande trasformazione (1944), coniò il termine governing by panic (governare con il panico). Lo stesso concetto fu ripreso da Federico Caffè in La strategia dell’allarmismo economico nel 1972.
Nella tabella seguente potete leggere nella colonna di sinistra l’elenco dei medicinali di un piano terapeutico raccomandato dall’ordine dei medici che hanno governato la salute (economica) del mondo negli ultimi quarant’anni (dopo che si sono infranti i sogni di Mitterrand del 1981, per riprendere la storiografia di Graziano), e nella colonna di destra gli effetti indesiderati che abbiamo visto manifestarsi via via, purtroppo non inclusi nel bugiardino.
Anche se vi è stato chi ha tratto giovamento dalla cura, i danni subiti da importanti fasce di popolazione − sebbene alcuni terapeuti lamentino che il dosaggio sia stato insufficiente − stanno mettendo a repentaglio la vita della democrazia, e hanno altresì provocato una elevata mortalità politica tra tutti coloro che con diligenza ed entusiasmo avevano cercato di somministrare al proprio Paese queste terapie.
Quelli con tracce di sinistra nel Dna si sono praticamente estinti nell’attuale ecosistema politico occidentale, così che risulta estremamente difficile trovare un sopravvissuto di successo da contrapporre ai mostri tipizzati da Graziano.
Il rapporto medico-paziente, e in generale il rapporto con la scienza e i suoi attori, si regge sulla fiducia dei cittadini che il gap tecnico-scientifico sempre più grande che li sovrasta sia utilizzato per il loro bene. Occorre “spiegare e convincere” (Keynes dixit) senza edulcorare né drammatizzare.
A sua volta, però, la fiducia si regge sui risultati. Si dice, con qualche ragione, che il primo colpo alla credibilità degli scienziati dell’economia sia stato inferto dalla crisi finanziaria del 2007-08, allorquando nel pieno della tempesta la Regina d’Inghilterra Elisabetta II rivolse alla crème riunita nella prestigiosa London School of Economics la famosa domanda: “Come è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivando questa crisi spaventosa?”
Ma quello era solo l’inizio della fine.
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