AGI – Con trecentomila uomini sul campo di battaglia di Sadowa (Königgrätz, attuale Hradec Králové) il 3 luglio 1866 la Prussia decise in un colpo solo l’estromissione dell’Austria dalla Confederazione germanica, l’assunzione di ruolo di potenza che quattro anni dopo avrebbe fondato il II Reich e pure l’esito della terza guerra d’indipendenza per l’Italia.
In realtà il giovane regno dei Savoia avrebbe potuto avere il Veneto per via diplomatica, perché l’Austria non poteva permettersi una guerra su due fronti, e il 5 maggio 1866 aveva mostrato la disponibilità a cederlo a Napoleone III che l’avrebbe girato a Vittorio Emanuele II. Un passaggio indiretto perché Vienna si rifiutava di riconoscere il Regno d’Italia.
La trappola diplomatica dell’alleanza voluta dall’astuto Bismarck
Ma l’8 aprile il furbo cancelliere prussiano Otto von Bismarck aveva già legato con un patto di «alleanza offensiva e difensiva» i Savoia agli Hohenzollern, il cui contenuto era totalmente a favore di Berlino: in caso di guerra l’Italia avrebbe dovuto affiancare la Prussia, ma la Prussia non avrebbe dovuto fare altrettanto se le ostilità fossero state iniziate o subite dagli italiani.
La diplomazia austriaca a sua volta, il 12 giugno, aveva stipulato un patto segreto con la Francia alla quale aveva offerto il Veneto da passare all’Italia se Napoleone III fosse riuscito a non farla entrare in guerra o, per salvare la faccia, l’avesse condotta «senza troppo impegno», e tutto questo era stato puntualmente riferito all’ambasciatore Costantino Nigra. Il 20 giugno, comunque, veniva inoltrata ufficialmente la dichiarazione di guerra all’Austria, con inizio delle ostilità per il 23. La Prussia, che aveva preparato nel dettaglio quel conflitto, aveva mobilitato il suo formidabile esercito sin dal 3 maggio.
Berlino fornisce i piani per l’esercito dei Savoia che però saranno disattesi
Berlino, per non avere sorprese, aveva fatto ancora di più: aveva fornito per via diplomatica due piani strategici di guerra per l’Italia, uno dei quali prevedeva un’avanzata verso l’Isonzo, attraverso il Quadrilatero (Verona, Peschiera, Mantova e Legnago) e l’altro un’offensiva dal Basso Po attraverso il Polesine, con uno sbarco dei volontari di Giuseppe Garibaldi nell’alto Adriatico. A vincere la guerra, era chiaro, ci avrebbe pensato a nord l’esercito di Guglielmo I, ottimamente addestrato, modernamente armato ed efficacemente comandato dal Feldmaresciallo Helmuth von Moltke.
La strategia aveva riscosso l’approvazione di Vittorio Emanuele II, di Garibaldi e del comandante della 4ª armata Enrico Cialdini, ma non del capo di Stato maggiore, il generale Alfonso La Marmora che fino al 17 giugno era presidente del Consiglio (assume il nuovo incarico operativo solo due giorni prima della dichiarazione di guerra), il quale voleva attaccare il Quadrilatero dal Mincio e non dal Po ed era fautore della divisione dell’esercito, il primo unitario, in due forze d’urto. Nello scontro con l’esercito austriaco l’Italia schierò ben 20 divisioni, 12 affidate a La Marmora e 8 a Cialdini, oltre 220.000 uomini.
“La nostra azione rispettiva – scriverà La Marmora – era troppo evidente per averla a discutere. Ciascuno dalla parte sua avrebbe agito secondo le occorrenze colla necessaria energia, per modo da battere o paralizzare il nemico attraendolo or da una parte or dall’altra. In seguito, e dipendentemente dai successi ottenuto, o l’esercito si sarebbe riunito tutto da una parte, o si sarebbe considerevolmente rinforzato l’esercito del Po, qualora avesse riuscito (!) ad espugnare Rovigo e portarsi all’ Adige. Solo con queste viste può giustificarsi la preliminare separazione dell’esercito in due frazioni; e tanto più che ognuna era più forte dell’esercito campale nemico”.
Le rivalità tra La Marmora e Cialdini e le assurdità in battaglia
A Custoza, dove gli austriaci dell’Arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen erano 75.000, si consumò la sconfitta, che non fu tecnicamente tale – in realtà si trattò di un incomprensibile ripiegamento, tant’è che gli austriaci che riportarono il doppio delle perdite italiane neppure si accorsero di aver vinto – solo per il deciso intervento dell’ex generale borbonico Giuseppe Salvatore Pianell il quale assunse l’iniziativa scongiurando il disastro totale e la rotta.
Si comportò al contrario dell’ottuso Giovanni Morozzo Della Rocca che si arroccò invece sugli ordini ricevuti e non si smosse neppure su sollecitazione diretta di Vittorio Emanuele a gettare nella mischia i suoi soldati. La Marmora, che perse la lucidità, usò con il re le parole “disastro irreparabile” e così in un telegramma a Garibaldi. I prussiani sono sconcertati: forse gli italiani stanno conducendo davvero quella guerra “senza molto impegno”. Loro l’impegno ce lo mettono invece ai massimi livelli a Sadowa, il 3 luglio, sbaragliando gli austriaci e gli alleati sassoni ed infliggendo una sconfitta risolutiva che apre la via di Vienna è aperta all’esercito con l’elmo chiodato. Francesco Giuseppe deve correre ai ripari.
Napoleone III e la cessione del Veneto come «assenso» di Francesco Giuseppe
La diplomazia asburgica chiede allora a Napoleone III di promuovere l’uscita dalla guerra dell’Italia con armistizio bilaterale cedendogli il Veneto come pegno, e l’imperatore lo comunica il 5 luglio per telegramma a Vittorio Emanuele, solo che lo fa sapere anche alla stampa francese ed è una pessima mossa. Per salvare la faccia e guadagnare tempo l’Italia cercherà una rivincita su terra, dove è possibile cogliere un successo tattico perché l’esercito è pressoché intatto, e purtroppo anche sul mare, dove invece il 20 luglio la moderna flotta dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano sarà fatta a pezzi a Lissa.
Partita chiusa. Berlino fa allora tutto da sé, l’indomani concede una tregua all’Austria e intavola le trattative diplomatiche. La Gazzetta ufficiale riporta così un bollettino del 24 luglio: “I negoziati fra la Prussia, la Francia e l’Austria sulle condizioni dell’armistizio sono terminati. La Prussia accetta l’integrità dell’Impero austriaco, escluso il Veneto, e domanda che il Governo italiano acconsenta alla sospensione delle ostilità”. Il 26 a Nikolsburg viene firmato l’armistizio austro-prussiano che conclude di fatto anche l’alleanza con l’Italia.
I Cacciatori delle Alpi di Garibaldi vengono fermati e così l’esercito regolare, e il 3 agosto il fronte è congelato, preliminarmente al ritiro nel Veneto entro l’11, tagliando il Trentino dalle trattative. Bismarck per fare le sue mosse non ha né consultato né informato l’alleato italiano. La pace tra Regno di Prussia e Impero d’Austria viene firmata il 24 agosto a Praga, e l’Italia ottiene un ingrandimento territorial tramite Napoleone III, portando i confini sulla linea del 1815 tra Lombardo-Veneto e Austria. La firma sul trattato di Pace ci sarà a Vienna il 3 ottobre. Il Veneto verrà ceduto dalla Francia all’Italia il 19 ottobre in una camera dell’Hotel Europa di Parigi. Due giorni dopo il referendum previsto dalle clausole sancirà il passaggio al Regno d’Italia con 641.758 sì (99,99%), appena 69 no e 273 astenuti. Ma nel trattato di pace Francesco Giuseppe aveva usato la formula limitativa dell”assenso alla riunificazione del regno Lombardo-Veneto con il regno d’Italia”.
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