Il via libera definitivo del Senato francese introduce una nuova tassa per la moda usa e getta, ma il provvedimento è stato depotenziato per “salvare” i marchi europei come Zara e H&M
La Francia ha deciso di porre un freno alla moda usa e getta, ma ha scelto di farlo concedendo un vistoso salvagente ai marchi di casa nostra. Il Senato di Parigi ha approvato in via definitiva la legge volta a ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile. Si tratta di un voto già definito storico, arrivato dopo ben due anni di battaglie politiche, cinque revisioni parlamentari e persino lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale. Il via libera definitivo arriva peraltro in concomitanza con un’altra stretta: l’entrata in vigore, dal 1° luglio, del nuovo dazio da 3 euro sui piccoli pacchi acquistati online da Paesi extra-UE, una misura che punta a colpire proprio i flussi incontrollati delle piattaforme di e-commerce. Il risultato finale mostra però un testo fortemente depotenziato rispetto alle intenzioni iniziali. Quella che doveva essere una batosta per tutto il settore del fast fashion si è trasformata in una legge mirata quasi esclusivamente a colpire i giganti dell’e-commerce cinese come Shein e Temu, proteggendo le catene europee.
Come il lobbismo ha salvato i brand europei
L’obiettivo iniziale del governo francese era quello di rendere il fast fashion letteralmente fuori moda. Tra il dire e il fare si è però inserito il peso delle lobby. Le catene nazionali ed europee, da Zara e H&M fino a Kiabi e Decathlon, hanno esercitato pressioni enormi per evitare che le sanzioni colpissero i loro margini di profitto, dichiarando che la stretta avrebbe comportato la perdita di migliaia di posti di lavoro in Francia.
È qui che sono subentrate le modifiche più significative. La legge non si applica più al fast fashion in generale, ma introduce la nuova categoria dell’ultra-fast fashion. Per stabilire quali aziende debbano pagare la tassa, il testo fissa due criteri che devono coesistere. Il primo è l’ampiezza della gamma di prodotti, ovvero il numero smodato di nuovi modelli immessi sul mercato ogni giorno. Il secondo è l’indice di riparabilità, calcolato sul rapporto tra il prezzo stracciato del vestito e il costo effettivo per ripararlo. In breve, se un capo costa così poco da rendere la riparazione economicamente assurda, scatta il criterio dello spreco.
Cosa è previsto per i brand dell’ultra-fast fashion
Il principio scelto dal legislatore francese è semplice: chi genera più impatti ambientali deve sostenere costi maggiori. I marchi considerati responsabili di una produzione particolarmente inquinante dovranno versare contributi proporzionati all’impatto dei propri prodotti. Per i brand dell’ultra-fast fashion è quindi prevista una penale che si rifletterà sul prezzo finale, con rincari che arriveranno fino a 13 euro per un cappotto e 7 euro per un paio di jeans. I proventi di questa tassa non andranno nelle casse dello Stato, ma saranno trasferiti alle aziende di raccolta e riciclaggio dei rifiuti tessili, che promuovono l’economia circolare. Il testo prevede anche il divieto totale di pubblicità, una misura che tuttavia rischia di scontrarsi con il diritto europeo, dato che la Commissione UE ha già avvertito la Francia che un divieto totale potrebbe violare la direttiva sul commercio elettronico. Dal 2027 chi promuoverà questi marchi rischierà sanzioni che potranno arrivare fino a 100mila euro.
Le critiche degli ambientalisti
Se la deputata centrista Anne-Cécile Violland, promotrice della legge, esulta per il traguardo, le opposizioni e i movimenti ambientalisti parlano apertamente di un’occasione sprecata. Sotto la pressione delle lobby l’ambizione originale della legge è stata significativamente ridimensionata, lasciando fuori colossi che continuano a non essere modelli di moda sostenibile. «Questo restringimento del campo d’applicazione ha svuotato il disegno di legge della sua sostanza», ha spiegato a Le Monde Valeria Rodriguez, portavoce della coalizione Stop Fast Fashion, pur riconoscendo il testo come un primo e timido passo avanti.
Per molti analisti del settore, la mossa del governo francese somiglia più a un’operazione di pubbliche relazioni che a una vera rivoluzione ecologica. Le stesse autorità d’altronde si muovono con i piedi di piombo, ben consapevoli che in Francia Shein e Temu raccolgono da soli oltre 21 milioni di visitatori unici al mese e che la legge non deve far sentire in colpa i consumatori. Quel che è certo è che si tratta di un primo passo avanti per un settore che deve necessariamente rivedere il suo modello di business, abbandonando l’idea di una moda veloce e low cost. E quello francese è il primo Paese europeo a dare un segnale politico cruciale, in un momento in cui l’emergenza ambientale impone di guardare con occhi diversi anche l’armadio di casa.
Il vero costo del fast fashion
Farsi arrivare un capo da pochi euro dall’altra parte del mondo ha un costo ambientale e sociale molto più alto di quanto si pensi. Come ricordato dalle Ong sulle pagine di Le Monde, l’industria della moda è responsabile da sola di circa il 10% delle emissioni globali di gas serra, più del trasporto aereo e marittimo messi insieme. I report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) fotografano una realtà insostenibile per il nostro ecosistema, trainata da consumi cresciuti a dismisura. Nell’Unione Europea il consumo di tessuti è passato da una media di 17 kg a persona nel 2019 a 19 kg nel 2022, mentre ogni cittadino europeo getta nei rifiuti circa 12 kg di vestiti all’anno.
Lo sfruttamento delle risorse naturali
Il primo fronte critico riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali. Produrre una singola maglietta di cotone richiede circa 2.700 litri di acqua dolce, una quantità sufficiente a dissetare una persona per due anni e mezzo. Secondo l’EEA, il settore tessile è la terza causa principale di degrado idrico e uso del suolo a livello globale. A questo si aggiunge l’impatto dei materiali sintetici: un solo carico di lavatrice di capi in poliestere può rilasciare fino a 700.000 fibre di microplastica, alimentando l’accumulo di oltre mezzo milione di tonnellate di microplastiche sui fondali oceanici ogni anno.
Il ciclo di vita dei prodotti tessili
Infine, il sistema attuale è strutturato sul monouso e sul rifiuto. Tra il 4% e il 9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato europeo viene distrutto senza essere mai stato indossato. Quando i consumatori si disfano dei vecchi abiti, ben l’87% finisce incenerito o in discarica. Meno dell’1% dei vestiti usati viene riciclato per creare nuovi indumenti, a causa di tecnologie di separazione delle fibre ancora immature. La mossa della Francia si inserisce in un quadro europeo che si sta progressivamente stringendo attorno al settore, come dimostra il divieto di distruzione degli abiti invenduti che entrerà in vigore per le grandi aziende dal 19 luglio. Resta da vedere se tassare esclusivamente i colossi dell’e-commerce cinese basterà a frenare la bulimia da shopping propria dei nostri tempi.
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Cecilia Dardana
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