Ogni transizione energetica rende visibile, e quindi discutibile, ciò che prima era invisibile. I mulini antichi erano parte di un paesaggio “dato”, incorporato nella lentezza dell’economia preindustriale; le turbine moderne, invece, sono il segno esplicito di una trasformazione accelerata e ormai inevitabile. Non è solo il paesaggio a mutare, ma la percezione della nostra capacità di controllarlo
Riccardo Rovelli
Ogni generazione sembra avere i suoi mulini a vento. Per Don Chisciotte erano “giganti mostruosi, razza malvagia da estirpare”. Oggi, nel dibattito sulle pale eoliche, il richiamo a Cervantes torna sorprendentemente attuale.
L’avversione del cavaliere della Mancia non esprimeva un giudizio estetico o ambientale: derivava dalla sua allucinazione, sulla quale proiettava tutta la propria animosità morale.
Vi era dunque una certa coerenza interna nella sua follia. Ed è questo che ancora oggi intriga e diverte: il contrasto tra la tranquilla normalità dei pacifici mulini – già allora, nel 1605, esempio di utile tecnologia agricola – e l’ira che Don Chisciotte proietta su di essi.
A proposito della loro “normalità”, come si può immaginare non esistono statistiche precise. Kris De Decker stima che già nel 1300 vi fossero oltre 10.000 mulini a vento in Inghilterra; nel 1850 circa 9.000 nei Paesi Bassi; e, alla fine dell’Ottocento, 18.000 in Germania e 20.000 in Finlandia. In Europa si arrivava probabilmente a circa 200.000 mulini a vento.
Le installazioni odierne sono poco più della metà: circa 107.000 turbine eoliche. Nel frattempo, la popolazione umana negli stessi Paesi è aumentata di circa 1,7 volte, passando da circa 260 a 450 milioni di abitanti.
Dunque, lasciando da parte le suggestioni donchisciottesche, cosa spiega che due tecnologie in fondo molto simili tra loro – entrambe utili, basate sulla stessa energia rinnovabile e con un impatto ambientale relativamente contenuto – suscitino oggi reazioni così ostili?
Senz’altro l’aspetto estetico e paesaggistico. Ma è davvero un criterio sufficiente?
Da un punto di vista quantitativo, non credo proprio che l’impatto dei mulini di allora fosse inferiore a quello delle installazioni odierne. In Italia, ad esempio, parliamo oggi di circa 13.000 turbine (concentrate in meno di 700 “wind farms”): l’occupazione di suolo complessiva è probabilmente inferiore a 80 km², ossia meno dello 0,03 per cento (3 per 10.000) della superficie totale. Poca cosa davvero (anche se la distribuzione non è naturalmente uniforme sul territorio ed in particolare tra regioni).
Certo, dal punto di vista estetico, non v’è dubbio che i mulini a vento del passato evochino immagini più affascinanti rispetto alle odierne pale eoliche. Ma questo vale un po’ in tutti i campi: anche le tre caravelle di Colombo ci appaiono (e senza dubbio sono) assai più eleganti delle sgraziate navi da crociera che oggi solcano gli oceani.
E allora perché prendersela oggi proprio con le pale eoliche? Due esempi pittorici possono forse servire come controcampo, a dimostrazione della maggiore saggezza dei nostri trisavoli.
Il primo è Un mulino vicino a Zaandam, di Claude Monet (1871).
Il secondo è Campi di tulipani e mulini vicino a Rijnsburg (1886).
Qualche critico ha mai denunciato la presenza, in paesaggi altrimenti idilliaci, di quegli enormi e minacciosi “coleotteri”? E oggi, credo, nessuno imputerebbe a Monet (e neppure a Pissarro o a van Gogh) di aver osato composizioni così “squilibrate” — forse, anzi, è proprio anche per questo che continuiamo ad ammirarlo.
Se l’argomento estetico, da solo, non sembra sufficiente a spiegare la distanza tra percezione e realtà, occorre forse interrogarsi sulle ragioni più profonde dell’attuale animosità nei confronti delle pale eoliche.
Una prima spiegazione potrebbe risiedere nella natura stessa del cambiamento tecnologico: ogni transizione energetica rende visibile, e quindi discutibile, ciò che prima era invisibile. I mulini antichi erano parte di un paesaggio “dato”, incorporato nella lentezza dell’economia preindustriale; le turbine moderne, invece, sono il segno esplicito di una trasformazione accelerata e ormai inevitabile.
Non è solo il paesaggio a mutare, ma la percezione della nostra capacità di controllarlo.
Una seconda chiave interpretativa riguarda la psicologia del conflitto ambientale: l’energia eolica è al tempo stesso uno dei simboli della transizione ecologica e un bersaglio privilegiato per chi fatica ad accettare il disagio di una trasformazione energetica che sappiamo necessaria e accelerata. In questo senso, le pale diventano facilmente oggetti “totemici”, su cui si concentrano paure eterogenee — dalla perdita di identità paesaggistica alla diffidenza verso le istituzioni, fino a un più generale rifiuto del cambiamento eterodiretto.
Infine, non va escluso un elemento più prosaico: la selettività dell’attenzione. Gli impatti diffusi, invisibili o consolidati (come quelli delle infrastrutture fossili) tendono a essere normalizzati; quelli nuovi, puntuali e altamente visibili vengono invece amplificati, anche quando il loro impatto complessivo è minore o più gestibile.
Forse, dunque, l’animosità verso le pale eoliche dice meno dell’eolico in sé e più del nostro rapporto ambiguo con la realtà del riscaldamento globale e della transizione energetica: quest’ultima, la desideriamo in astratto, ma la temiamo quando diventa visibile.
In questo senso, i “giganti” di Don Chisciotte continuano a non essere nel paesaggio, ma nello sguardo di chi li osserva.
Riccardo Rovelli è stato professore di Economia politica all’Università di Bologna, dove ha insegnato Economia dell’Unione europea. Si è occupato di macroeconomia, economia monetaria ed economia delle istituzioni del mercato del lavoro. Oggi si dedica allo studio delle politiche per la transizione energetica e delle ragioni politiche ed economiche che ne rallentano l’attuazione.
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