Allegri l’aziendalista
La notizia è già vecchia: Massimiliano Allegri è l’allenatore del Napoli. Nel calcio una notizia invecchia in fretta. Prima è ufficialità, poi entusiasmo, poi sospetto, poi dibattito tattico, poi processo preventivo. Tutto in quarantotto ore, con ammortamento emotivo accelerato.
La domanda interessante, però, non è se Allegri sia l’uomo giusto. Questo lo vedremo. Dal punto di vista aziendale la domanda è: che funzione si istituisce davvero nel Napoli quando entra un allenatore come Allegri?
Nel linguaggio aziendale, che nel calcio viene spesso evocato solo per insultare qualcuno, verrebbe quasi da chiedersi: l’allenatore è un COO, Chief Operating Officer? È il direttore operativo del club? La risposta è no. O almeno: non proprio.
Il COO, in un’azienda, fa funzionare la macchina. Governa processi, persone, infrastrutture, esecuzione, sistemi, tempi, “colli di bottiglia” operativi. In un club di calcio questo significa una cosa molto più ampia della panchina: centro sportivo, logistica, matchday, area medica, amministrazione, procedure, coordinamento interno, sicurezza, talvolta persino pezzi dell’esecuzione commerciale. L’allenatore non comanda o non dovrebbe comandare tutto questo. Non è il direttore operativo dell’impresa.
Controlla la fabbrica del rendimento
Però comanda qualcosa che, in una società di calcio, vale quasi di più: il luogo in cui l’azienda viene giudicata ogni settimana. L’allenatore è il responsabile industriale del prodotto visibile. Non controlla tutta l’azienda, ma controlla la fabbrica del rendimento. Prende capitale umano pagato milioni, lo trasforma in undici titolari, cambi, gerarchie, intensità, gestione del conflitto, protezione del talento, riduzione del rumore. Il prodotto finale si chiama partita. Se funziona, tutti parlano di calcio. Se non funziona, tutti scoprono improvvisamente la governance.
Allegri non è il COO del Napoli. È qualcosa di più specifico e più “pericoloso”. È il Chief Performance Officer del core business. Il capo della produzione del rendimento.
Qualcuno già lo si definisce aziendalista, come se questa fosse un offesa. Ma essere aziendalista è una delle richieste del suo compito.
Nel calcio italiano “aziendalista” viene spesso usato come una condanna morale. Vuol dire, nella versione da bar: uno che non disturba, non chiede, non rompe, non difende abbastanza il popolo, non pretende abbastanza dal presidente. Come se l’allenatore dovesse essere la voce dissidente. Insomma, si dice “aziendalista” per dire di un allenatore che ha la colpa di accettare il perimetro dell’azienda e lo chiama progetto.
Ma questa visione, è solo la versione povera della parola. La versione volgare, nel senso di volgo. Quella con la ‘a’ minuscola. Però l’Aziendalista non è necessariamente un servo. Al contrario, è un professionista che capisce dove lavora.
Un club di calcio non è soltanto sentimento, identità e curva
Un club di calcio non è soltanto sentimento, identità e curva. È anche un’organizzazione che ha costi, asset, contratti, stipendi, investimenti, ricavi, vincoli, rischi reputazionali, capitale tecnico da proteggere e capitale emotivo da non incendiare ogni domenica. In questo senso, essere “Aziendalista” non significa abbassare l’ambizione. Significa conoscere il prezzo industriale del rumore. In tutto questo non c’è nessuno scandalo. È il normale rapporto di lavoro, solo che nel calcio viene caricato di teologia.
Attenzione! Il buon aziendalista non è quello che dice sempre sì. È quello che sa dire no, ma quando fa il bene del Progetto, non il suo. E spesso, se bravo dice no, possibilmente in privato. Dice no a un mercato costruito per suggestioni. Dice no a un calciatore che diventa problema politico prima ancora che tecnico. Dice no alla conferenza stampa come forma di ricatto. Dice no alla tentazione di bruciare un patrimonio per mandare un messaggio. Dice no, soprattutto, all’idea che l’emozione sia sempre una deroga al modello operativo.
Il cattivo aziendalista, invece, è quello che scambia la disciplina per silenzio, la prudenza per ambizione ridotta, la lealtà istituzionale per fedeltà personale. Protegge il capo e chiama tutto questo equilibrio. Difende l’assetto esistente anche quando l’assetto esistente produce inefficienza. Evita il conflitto non perché lo ha risolto, ma perché lo ha sepolto sotto una formula rassicurante.
Quest’ultimo, però, non sembra essere il caso di Allegri. O almeno non è questo il tipo di aziendalismo che il Napoli dovrebbe chiedergli. Allegri può essere “Aziendalista” nel senso migliore del termine: non l’uomo che protegge il capo, ma l’allenatore che protegge il rendimento; non quello che abbassa l’ambizione, ma quello che impedisce al rumore di consumarla.
Allegri viene spesso raccontato come allenatore pragmatico, gestore, poco ideologico, poco interessato alla bellezza come religione civile. È una definizione comoda, qualche volta ingenerosa. Ma è anche il motivo per cui il suo profilo diventa interessante. In una società fortemente proprietaria, con un presidente che ha costruito valore straordinario ma continua ad essere il centro simbolico e decisionale dell’impresa, l’allenatore non deve solo allenare. Deve anche reggere l’interfaccia tra campo e potere.
Dovrà trasformare una struttura proprietaria molto forte in rendimento non isterico
Questo è il lavoro invisibile. Non il 3-5-2, non il possesso, non il corto muso, non la narrazione estetica. Il lavoro vero è trasformare una struttura proprietaria molto forte in rendimento non isterico. Tenere insieme la gerarchia tecnica, il mercato, il direttore sportivo, le aspettative del presidente, quelle dei giocatori, quelle della piazza e quelle del conto economico.
Tutto molto semplice, infatti non ci riesce quasi nessuno.
Nel Napoli, poi, l’allenatore vive in una posizione particolare. Non è l’amministratore delegato. Non è il direttore sportivo. Non è il proprietario. Ma se la squadra funziona, diventa il volto operativo dell’intero modello. Se la squadra non funziona, diventa il parafulmine di ogni difetto del modello. In pratica non guida tutta la nave, ma è il primo ad essere processato quando la nave scricchiola.
La domanda allora non è se Allegri sarà aziendalista. La richiesta è che sia “Aziendalista”. Portatore di un aziendalismo maturo, che genera e accresce valore. Sia “Aziendalista” in modo da ridurre il rumore, proteggere il capitale tecnico, non trasformare ogni mercato in psicodramma, non usare la stampa come lavagna del dissenso, non buttare valore per vincere una conferenza stampa. Vuol dire capire che il Napoli non può permettersi di essere ogni anno una start-up emotiva. Deve diventare sistema. Vuol dire fare il bene del Progetto. Vuol dire raggiungere gli obiettivi.
Il punto, quindi, non è riabilitare una parola per fare i moderni. Il punto è usarla bene. “Aziendalista” è voler dire uno che sa che i calciatori sono emozione, ma anche asset. Che lo spogliatoio è umanità, ma anche capitale organizzativo. Che il mercato è desiderio, ma anche allocazione del capitale. Che una lite pubblica può costare più di un cartellino sbagliato. Che il rumore, nel calcio, non è gratis: diventa costo, svalutazione, ammortamento bruciato.
Allegri, da questo punto di vista, non entra a Napoli come profeta del bel gioco, né come direttore operativo dell’intero club. Entra come capo della fabbrica del rendimento. Il suo compito non sarà dimostrare che l’azienda viene prima del calcio. Sarà dimostrare che, in un club maturo, l’azienda serve a rendere possibile il calcio. E serve a vincere.
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