Il 7 e l’8 luglio sono i giorni cruciali per capire quale sarà la Nato che uscirà dal vertice di Ankara. La domanda non è se la Nato sopravviverà ad Ankara, ma quale Nato ne uscirà: una coalizione di contabilità o un sistema strategico capace di rigenerare capacità, distribuire responsabilità e rendere l’Europa meno dipendente dagli Usa senza perderne l’ancoraggio? La risposta passerà da tre verifiche: politica (unità non significa obbedienza automatica), industriale (produzione efficace) e strategica (integrazione dei fronti orientale e meridionale). Ankara sarà la prima verifica concreta della Nato 3.0.
La conversazione di quasi novanta minuti tra Donald Trump e Vladimir Putin, alla vigilia del vertice, non è un dettaglio di contorno ma il detonatore politico del summit. Il Cremlino l’ha definita “costruttiva”; poche ore dopo Trump ha parlato anche con Volodymyr Zelensky, che ha legato la possibilità di chiudere il conflitto alla determinazione americana. Ankara si apre così già attraversata da una diplomazia personale tra Washington e Mosca, mentre Kiev insiste che ogni negoziato debba partire da una posizione di forza.
Mark Rutte ha riassunto il vertice in tre parole: spesa, produzione, Ucraina. Il forum della difesa del 7 luglio è il laboratorio pratico: munizioni, missili, droni, difesa cyber, rifornimento in volo, logistica e interoperabilità produttiva. Non basta spendere di più; occorre spendere meglio, eliminare duplicazioni e accelerare i tempi di procurement.
Il fronte russo-ucraino, a che punto siamo
Il nodo sul campo resta immutato: Mosca rivendica avanzate nel Donbass e subordina ogni intesa al riconoscimento dei suoi interessi; Kiev smentisce perdite e rifiuta concessioni territoriali. È in questa frizione — diplomazia evocata, guerra non sospesa, linee del fronte decisive — che i 32 leader si misureranno in questo vertice di Ankara.
L’Ucraina sarà il banco di prova immediato: il vertice dovrebbe confermare impegni sostanziosi, circa 70 miliardi per il 2026, ma Kiev chiede anche trasferimento di capacità produttive. Il caso Patriot mostra il passaggio da semplici forniture a programmi di produzione e integrazione industriale.
Gli accordi dell’Aja e cosa è cambiato dallo scorso anno
Al vertice Nato dello scorso anno all’Aja gli Alleati hanno concordato una nuova linea strategica e contabile che rialza l’asticella della spesa e ridefinisce come misurare la sicurezza collettiva; da lì nasce l’impegno al 5% del PIL entro il 2035, articolato in almeno 3,5% per la difesa “in senso stretto” e fino all’1,5% per sicurezza, infrastrutture e resilienza.
Dopo L’Aja la Nato ha dunque cambiato contabilità e ambizione. La sfida è trasformare percentuali e dichiarazioni in prontezza operativa, munizioni e capacità di deterrenza. L’accordo dell’Aja ha rafforzato il legame con Washington, ma ha anche spinto gli europei ad assumersi più responsabilità, perché il timore è che gli Stati Uniti possano ridurre nel tempo il loro impegno diretto in Europa. Per questo il 2026 appare come l’anno in cui la Nato tenta di passare dal patto politico alla verifica concreta: meno promessa, più capacità.
La posizione dell’Italia sulla Nato: deterrenza a Est e responsabilità sul fianco Sud
Roma arriva ad Ankara con un’intenzione chiara: presentarsi come alleato affidabile sul fianco orientale, ma senza ridurre la sicurezza alla sola spesa militare. La linea italiana punta a tenere insieme deterrenza, protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza energetica, cybersicurezza e controllo delle rotte nel Mediterraneo allargato. In questa cornice, il dato del 2,8 per cento del Pil viene rivendicato come una traiettoria già avviata, mentre il 5 per cento viene letto da Palazzo Chigi come obiettivo politico e strategico, non come soglia da raggiungere in modo meccanico.
Giorgia Meloni ha insistito proprio su questa interpretazione ampia della difesa. Nelle sue dichiarazioni al vertice E5 di Berlino ha spiegato che gli impegni assunti all’Aja non riguardano solo la difesa “in senso classico”, ma una nozione più estesa di resilienza strategica: infrastrutture critiche, approvvigionamento energetico, dati, risposta alle emergenze e protezione dei confini. Ha anche sottolineato che l’obiettivo è rendere ogni investimento “più efficace e concreto possibile”, guidando l’innovazione anziché inseguirla
Il ruolo della Turchia, il Paese ponte tra Usa e Mediterraneo
Ankara non è solo sede logistica: Erdogan punta a rimuovere restrizioni al commercio della difesa e a valorizzare l’industria turca, soprattutto nei droni e nelle munizioni. La Turchia può essere la chiave politica per tenere insieme Washington e il Mediterraneo, ma la cornice interna, arresti preventivi e restrizioni ai media, aggiunge una tensione politica che gli alleati osservano con disagio.
Ricordiamo che la Turchia è indispensabile per la Nato perché controlla il passaggio tra Mar Nero, Mediterraneo e Medio Oriente, ospita basi e sistemi alleati, e dispone di un esercito enorme e di un’industria della difesa in forte crescita, soprattutto nei droni e nelle munizioni.
Erdogan usa il vertice di Ankara per rilanciare tre richieste: più riconoscimento del ruolo turco, meno restrizioni al commercio della difesa e maggiore spazio per l’industria nazionale, che negli ultimi anni ha costruito una reputazione internazionale anche grazie all’export di droni e sistemi bellici.
C’è poi il profilo diplomatico. La Turchia prova a presentarsi come interlocutore utile con Washington, con Kiev e perfino con Mosca, mantenendo canali aperti che altri alleati non hanno. Questo la rende una piattaforma di mediazione preziosa, ma anche un partner che spesso sfida la disciplina interna dell’Alleanza, soprattutto quando usa il proprio margine di autonomia per trattare su sanzioni, armamenti o sicurezza regionale.
Ankara blindata, vietate manifestazione, decine gli arresti preventivi prima del vertice
Intanto una nuova ondata di arresti ha travolto oggi la Turchia, alla vigilia del vertice Nato. Due giorni prima dell’inizio previsto del vertice e 24 ore prima della data annunciata dalle autorità, praticamente tutte le principali strade sono state chiuse al traffico e la polizia è stata schierata anche agli ingressi delle strade secondarie, paralizzando la circolazione.
Nelle ultime due settimane, le autorità hanno effettuato decine di arresti in tutto il Paese, prendendo di mira avvocati, oppositori politici, studenti, attivisti ambientalisti e giornalisti.
Oggi, secondo quanto riportato dalle emittenti televisive, Buse Sotuglu, responsabile della sezione affari internazionali di T24, e Ceren Erdogdu, giornalista di Odav Tv, sono state arrestate nelle loro abitazioni e poste in custodia cautelare per motivi non specificati. L’avvocato di Sotuglu, Erman Ozturk, ha dichiarato all’Afp di non conoscere i motivi dell’arresto: “Non sappiamo ancora perché la giornalista sia stata arrestata. Ma crediamo che sia collegato al vertice Nato”, ha detto.
“Prima del vertice Ceren Erdogdu sono state condotte operazioni in numerose province, da Antalya (nel sud, ndr) a Konya (nella Turchia centrale, ndr) e da Ankara a Eskisehir (a sud-ovest di Istanbul, ndr). L’obiettivo, a quanto pare, è quello di intimidire i democratici, la sinistra e la stampa”, ha affermato Ozturk.
L’ufficio del governatore di Ankara ha vietato tutte le manifestazioni fino alla fine del vertice Nato.
Sondaggio del Financial Times: 58% americani boccia guerra Iran e per 53% sì a restare nella Nato
La maggioranza degli elettori americani ritiene che la guerra contro l’Iran non sia valsa il costo sostenuto dagli Stati Uniti e il conflitto continua a pesare sul consenso del presidente Donald Trump. E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato per conto del Financial Times da Focaldata tra il 26 e il 30 giugno su 1.795 elettori registrati. Secondo le evidenze dell’indagine, il 58% degli intervistati ritiene che la guerra non sia valsa il prezzo pagato, mentre il 44% afferma che il conflitto abbia lasciato gli Stati Uniti in una posizione più debole nei confronti dell’Iran, contro il 31% che pensa il contrario.
Negli scorsi giorni la Casa Bianca ha chiesto al Congresso di approvare 67 miliardi di dollari di nuovi stanziamenti per coprire i costi della guerra alimentando nuove critiche dall’opposizione ma anche da parte della sua base elettorale. Ne ha risentito l’indice di approvazione di Trump che è sceso al 36%, due punti in meno rispetto al mese precedente, con un calo più marcato tra gli elettori indipendenti, dove il consenso è sceso al 21%. In vista delle elezioni di metà mandato di novembre, i Democratici sono in vantaggio di sei punti nelle intenzioni di voto per il Congresso, con il 44% delle preferenze contro il 38% dei Repubblicani.
Il sondaggio evidenzia inoltre un sostegno maggioritario alla permanenza degli Stati Uniti nella Nato: il 53% degli elettori ritiene che Washington debba restare nell’Alleanza, contro il 23% favorevole all’uscita. Infine, circa i due terzi degli intervistati giudicano con scetticismo l’intesa provvisoria raggiunta tra Stati Uniti e Iran, ritenendo che avrà scarso impatto sulla stabilità del Medio Oriente o che possa addirittura aumentare il rischio di nuovi conflitti. Solo un elettore su cinque ritiene che l’accordo possa favorire la pace.
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