Le temperature a Dubai in questo periodo sfiorano i 50 gradi centigradi. L’umidità trasforma l’aria in qualcosa di fisicamente pesante. Lavorare all’aperto in queste condizioni non è disagio, è una sfida fisiologica reale, con rischi concreti di disidratazione, colpo di calore, perdita di lucidità. Eppure ogni giorno, migliaia di uomini, per lo più lavoratori migranti provenienti da Bangladesh, Nepal, India, Pakistan, escono dai loro alloggi e vanno a costruire, pulire, consegnare, piantare la città che il mondo ammira nelle fotografie.
Il 3 luglio è partita la terza edizione dell’Al Freej Fridge: la campagna che porterà 2 milioni di bottiglie d’acqua fresca, succhi e gelati gratuiti a questi lavoratori, fino al 3 settembre.
La campagna Al Freej Fridge non è nata da un decreto governativo. È nata dalla comunità ed è un’iniziativa che cresce ogni anno e dice qualcosa di precisamente significativo su Dubai.
Ferjan Dubai, una piattaforma comunitaria che connette gli emiratini supportando iniziative di volontariato e coinvolgendo le imprese locali, ha lanciato la prima edizione nel 2024. In quell’estate vennero distribuiti un milione di rinfreschi in tutta Dubai.
L’anno successivo, il numero è raddoppiato: due milioni di rinfreschi, con oltre 15 enti governativi e aziende private coinvolte e 250 volontari in campo. Quest’anno, la terza edizione punta ancora a due milioni, ma con un’infrastruttura molto più solida, più capillare, più professionale.
Quattro furgoni refrigerati con volontari emiratini copriranno la città per distribuire le forniture nelle sistemazioni dei lavoratori e nei cantieri fino al 3 settembre, raggiungendo lavoratori edili, addetti alle pulizie, rider delle consegne, operai stradali e personale del giardinaggio.
Ma quello che colpisce non è solo il numero. È la dinamica di chi distribuisce e chi riceve.
C’è un dettaglio in questa storia che merita di essere sottolineato, perché dice qualcosa di importante sulla società che Dubai sta costruendo, non nelle architetture, ma nelle persone.
Alia Al Shamlan, direttrice di Ferjan Dubai, ha dichiarato: «Volevamo che i giovani emiratini si assumessero la responsabilità di servire personalmente i lavoratori, perché sono membri importanti della nostra società.»
I giovani emiratini. Che servono. I lavoratori stranieri.
In un Paese dove la stratificazione sociale tra cittadini e lavoratori migranti è reale e visibile, dove le distanze economiche tra i diversi strati della popolazione sono enormi, questa scelta non è scontata. Potrebbe essere stata una campagna anonima, gestita da contractor, con volontari qualsiasi. Invece è diventata un atto deliberato di educazione civica: i figli di Dubai che escono al sole per portare un gelato a chi ha costruito Dubai.
«È importante per noi servire le persone che costruiscono la città, è una responsabilità nazionale», ha aggiunto Al Shamlan. «Man mano che la città cresce e i quartieri aumentano, vogliamo mostrare ai lavoratori che riconosciamo e apprezziamo il loro lavoro.»
Non è retorica. È educazione al rispetto, praticata sul campo, sotto il sole, con un gelato in mano.
Al Freej Fridge non è l’unica iniziativa. Attorno a questa campagna è cresciuto un ecosistema di misure che trasforma la protezione dei lavoratori estivi in qualcosa che assomiglia a un sistema strutturato.
La Roads and Transport Authority di Dubai ha costruito circa 40 aree di sosta climatizzate per i rider delle consegne durante l’estate. Le zone di riposo sono state costruite in quartieri di Dubai, tra cui Hessa Street, Al Khawaneej, Al Barsha, Al Satwa, Oud Maitha, Al Karama e Arjan. I siti sono stati scelti sulla base di uno studio delle zone ad alto traffico di consegne e in coordinamento con le aziende del settore. Ogni area di sosta dispone di distributori d’acqua e stazioni di ricarica per telefoni cellulari e può accogliere circa 10 rider.
Careem, insieme al MAJRA National CSR Fund, ha presentato le sue iniziative estive per i rider, un programma quadrimestrale attivo da giugno a settembre nelle principali città degli Emirati Arabi Uniti, progettato per supportare oltre 80.000 lavoratori delle consegne. Il programma prevede aree di sosta mobili climatizzate in posizioni strategiche ad alto traffico, dove i lavoratori possono fermarsi, rinfrescarsi e reidratarsi tra una consegna e l’altra.
E poi c’è la misura che forse più di tutte cambia la vita quotidiana di chi lavora all’aperto: la pausa di mezzogiorno obbligatoria. Quando le temperature raggiungono i 50 gradi, nessun lavoratore esterno può essere impiegato nella fascia oraria più calda della giornata. Non è una raccomandazione. È una legge. Perché a Dubai le leggi si rispettano e si fanno in funzione del benessere delle persone.
C’è un piano su cui questa storia va letta che va oltre la cronaca estiva e oltre la narrativa della generosità emiratina.
Il cambiamento climatico sta rendendo le estati del Golfo sempre più estreme. Le temperature che oggi sfiorano i 50 gradi potrebbero diventare la norma, o superarla, nei prossimi decenni. E i lavoratori che soffrono di più sono quasi sempre i meno pagati, i meno protetti, i meno visibili: migranti provenienti dal Sud del mondo, spesso senza rete di sicurezza, spesso lontani dalle famiglie, spesso invisibili agli occhi di chi vive in appartamenti climatizzati e percorre le strade in auto con l’aria condizionata.
La campagna Al Freej Fridge non risolve questa ingiustizia strutturale. Non è nata per farlo. Ma fa qualcosa di altrettanto necessario: rende visibili queste persone. Le nomina. Le ringrazia. Le tratta come membri della comunità, non come strumenti temporanei del suo sviluppo.
Il CEO della Mohammed bin Rashid Al Maktoum Global Initiatives Foundation ha sottolineato che i valori di generosità, compassione ed empatia verso gli altri rimarranno una caratteristica profondamente radicata nel popolo degli Emirati e nella società di Dubai.
Sono parole che, in bocca a un funzionario governativo, potrebbero suonare come propaganda. Ma quando quelle parole si traducono in quattro furgoni refrigerati che girano la città alle nove di mattina sotto il sole, con dentro giovani emiratini volontari e due milioni di gelati, diventano qualcosa di più concreto di qualsiasi discorso.
L’Italia, la Francia, la Spagna, la Grecia… ogni estate mediterranea porta con sé ondate di calore che uccidono. Le vittime sono quasi sempre anziani soli, lavoratori stagionali agricoli, braccianti. Persone che non hanno accesso al fresco, che non hanno voce per lamentarsi, che spesso non hanno neanche un nome sui giornali. Le campagne di solidarietà esistono anche da noi. Ci sono associazioni, volontari, iniziative locali straordinarie. Ma raramente diventano sistematiche e, ancora più raramente, coinvolgono le aziende private, le istituzioni pubbliche, i giovani delle classi privilegiate in un gesto esplicito di riconoscimento verso chi fa il lavoro che gli altri non vogliono fare.
Dubai lo ha trasformato in un sistema non perfetto, non sufficiente a risolvere tutte le disuguaglianze, ma reale. Tre anni consecutivi, numeri raddoppiati ogni anno, istituzioni pubbliche e private che collaborano, giovani che scelgono di spendere la propria estate distribuendo gelati ai lavoratori edili.
C’è qualcosa in questo che merita di essere riconosciuto senza riserve, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione sul sistema politico emiratino.
Il gelato come atto politico?
Nessuno dei lavoratori che usufruisce di questa iniziativa è sui manifesti della città e di certo nessuno di loro apparirà nelle brochure turistiche di Dubai, come fanno certi strapagati attori di Hollywood e Bollywood. Eppure ogni edificio che vediamo nelle fotografie aeree della skyline, ogni strada che i turisti percorrono, ogni cantiere che diventerà il prossimo grattacielo ha le loro impronte digitali impresse nel cemento.
Due milioni di gelati non ripagano quel debito. Non erano il prezzo pattuito e non possono essere la risposta definitiva a decenni di questioni irrisolte sui diritti dei lavoratori migranti nel Golfo.
Ma sono sicuramente qualcosa, quantomeno un grande passo avanti. Sono il riconoscimento che quelle persone esistono, che il loro lavoro conta, che la città che stanno costruendo si preoccupa almeno in questo modo concreto e tangibile della loro sopravvivenza sotto il sole.
A volte, un gelato è solo un gelato. Altre volte è la cosa più importante che qualcuno ha ricevuto in tutta la giornata.
Fino al 3 settembre, quattro furgoni arancioni girano Dubai con dentro del freddo e dei volontari. Cercano chi lavora sotto il sole. E gli chiedono: cosa vuoi? Acqua, succo o gelato?
Per molti, è la prima volta che qualcuno glielo chiede. Ve lo immaginate?
La gentilezza è un atto semplice, ma profondo. Non dimentichiamocelo mai.
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Carlo Scavone
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