Due aeroporti, mille nodi – Buttanissima Sicilia


Fontanarossa è in esubero, il Vulcano la ferma. Comiso ha margini, ma rimane spento. La Sac? Verso i privati

La gestione della Sac non piace più a nessuno: né ai passeggeri rimasti per ore in balìa delle cancellazioni a Fontanarossa, né a chi da anni denuncia il mancato decollo di Comiso, tantomeno ai sindacati, ai comitati e alle opposizioni. E adesso nemmeno a pezzi della maggioranza, che fino a ieri hanno lasciato correre e oggi scoprono che il sistema è in frantumi.

Dal 5 luglio fino alla mattina del 7 l’aeroporto di Catania è andato in tilt: arrivi sospesi, partenze bloccate, decine di cancellazioni, aerei dirottati, passeggeri costretti a inseguire aggiornamenti tra terminal, compagnie, bus e soluzioni d’emergenza. La cronaca è quella di un disagio pesantissimo. Ma dietro la cronaca c’è un problema politico che non si può più rinviare: Fontanarossa è saturo, il “Pio La Torre” di Comiso è un aeroporto fantasma, la Sac gestisce due scali che dovrebbero funzionare come un sistema e invece continuano a muoversi come due mondi separati.

Fontanarossa non è un piccolo aeroporto periferico travolto da un evento imprevedibile. È uno degli scali più trafficati d’Italia (si arriva a 12 milioni di passeggeri l’anno), convive da sempre con il rischio cenere e dovrebbe avere procedure, alternative e capacità di reazione adeguate. Comiso, gestito nella stessa orbita Sac, dovrebbe essere la naturale valvola di sfogo. E invece, quando Catania si ferma, la macchina si inceppa comunque: lo scalo ragusano non basta, i voli finiscono anche a Palermo e Trapani, i passeggeri vengono spediti dall’altra parte dell’isola. Qualcuno, come gli eurodeputati Falcone, Razza e Stancanelli, si è infilato in macchina per dirigersi fieramente a Lamezia Terme, a 190 chilometri in linea d’aria, e imbarcarsi sull’ultimo volo per Basilea, beccandosi i rimbrotti del segretario del Pd Barbagallo.


Questa è la fotografia del fallimento di una gestione che ha pompato Catania fino alla saturazione e ha lasciato Comiso (400 mila passeggeri l’anno e una manciata di voli al giorno) in una condizione subalterna. Quando arriva la crisi, lo scalo ragusano diventa una ruota di scorta che non regge l’urto. La domanda, allora, è semplice: chi ha tenuto in piedi per anni questa gestione elefantiaca? Chi ha consentito che i due aeroporti restassero formalmente nello stesso perimetro ma sostanzialmente separati? Chi ha accettato che Comiso venisse evocato come risorsa strategica e trattato come appendice? Chi ha protetto una governance inefficace?

La risposta porta dritta alla Sac. E quindi alla politica. Perché la privatizzazione arriva dopo anni di gestione pubblica, nomine, equilibri, protezioni, silenzi. Sac ha ricevuto quattordici manifestazioni d’interesse per la cessione di una quota di maggioranza, almeno il 51 per cento del capitale sociale, estendibile fino al 65. Un’operazione enorme, destinata a consegnare il controllo operativo degli aeroporti di Catania e Comiso a un socio privato. I critici la chiamano svendita. Ma prima ancora di discutere le etichette bisognerebbe chiarire cosa si sta vendendo, a chi, con quali vincoli e dentro quale idea di sviluppo.

Oggi questa chiarezza non c’è. Non c’è su Comiso, sui lavoratori, sugli obblighi di servizio pubblico, sulla continuità territoriale, sul rapporto tra investimento privato e interesse generale. Persino la Lega, che non è esattamente un partito d’opposizione al governo Schifani, ha chiesto di accendere i riflettori sull’affaire privatizzazione. Il segretario Nino Germanà – quello che definì il governo Schifani “il migliore degli ultimi 50 anni” – ha parlato di scelta “frettolosa e solitaria” del socio di maggioranza, cioè la Camera di Commercio del Sud-Est, guidata da oltre tre anni da un commissario straordinario. E ha posto una questione: a beneficio di chi si tiene in piedi una fase commissariale così lunga mentre si decide il futuro degli aeroporti di Catania e Comiso?

Dopo il caos degli ultimi giorni è arrivato anche l’Mpa di Lombardo. Pina Alberghina, coordinatrice del partito a Catania, ha definito la vicenda un “disastro logistico” e ha chiesto un piano industriale integrato che metta Catania e Comiso sullo stesso piano, insieme alla sospensione del bando. Il segnale è che attorno alla Sac non c’è più il consenso politico di prima, o almeno non c’è più la disponibilità a difendere tutto in silenzio.

Il Movimento 5 Stelle aveva già messo il dito nella piaga a maggio, parlando di “paradosso istituzionale”: un commissario, figura temporanea per definizione, che si ritrova di fatto a decidere la vendita di una società strategica, sottraendo la scelta alla piena rappresentanza democratica delle categorie produttive, imprenditoriali e sindacali di Catania, Siracusa e Ragusa. È il nodo dei nodi: può un’infrastruttura così importante essere messa sul mercato mentre il principale socio pubblico è retto da un commissario e non da organi camerali ordinari?


La Camera di Commercio del Sud-Est è il socio di maggioranza della Sac, con il 60 per cento delle quote. È guidata dal commissario Antonio Belcuore, considerato molto vicino agli ambienti di Forza Italia e in particolare al deputato Nicola D’Agostino. Anche l’amministratore delegato della Sac, Nico Torrisi, è da anni indicato come figura gradita all’area forzista. Il tema, dunque, non è soltanto pubblico contro privato, ma chi, dentro il pubblico, ha gestito finora la partita.

La procedura, però, non si ferma e la privatizzazione continua a camminare come se nulla fosse. Il quotidiano Sudpress, con una campagna durissima, ha raccontato il progressivo isolamento dei vertici Sac e il cortocircuito di una privatizzazione che procede mentre aumentano le perplessità. Prima della cessione ai privati servirebbero un piano industriale vero, obblighi vincolanti, investimenti certi, penali reali, garanzie per il territorio e per i lavoratori. Servirebbe sapere che ruolo avrà Comiso e come si intende governare un aeroporto come Catania, già saturo e vulnerabile. Altrimenti la privatizzazione rischia di diventare l’ultima copertura di una gestione che nessuno ha avuto il coraggio di mettere seriamente in discussione quando contava.

Il problema non è il vulcano. Il problema è la Sac. E soprattutto la politica che l’ha tenuta in piedi fino a oggi.




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 Alberto Paternò

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