Un’altra isola, un altro scisma: dopo Écône tocca ai Redentoristi transalpini


Dopo Écône, un secondo fronte si apre nella crisi tradizionalista della Chiesa cattolica. Il 25 luglio, su un’isoletta delle Orcadi chiamata Papa Stronsay, un gruppo di monaci scozzesi si prepara a consacrare un proprio vescovo senza il permesso di Roma. La comunità si chiama “Figli del Santissimo Redentore”, conosciuta più comunemente come Redentoristi transalpini, e il caso, per quanto piccolo nei numeri, arriva in un momento in cui il pontificato di Leone XIV si trova già a fare i conti con un’altra scomunica, quella inflitta ai lefebvriani dopo le ordinazioni di inizio luglio in Svizzera.

Chi sono i Redentoristi transalpini

Il gruppo nasce l’8 dicembre 1987 nell’orbita di Marcel Lefebvre, con la benedizione dell’arcivescovo francese e l’appoggio del cardinale Édouard Gagnon, all’epoca visitatore pontificio presso la Fraternità San Pio X. La prima comunità si forma l’anno seguente, poche settimane dopo le consacrazioni illecite di Écône del 1988, quando un sacerdote redentorista e un seminarista lefebvriano danno vita a un piccolo nucleo legato alla messa antica e alla spiritualità di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Dopo un passaggio nel Kent e in Francia, nel 1999 la comunità si trasferisce definitivamente a Papa Stronsay, che diventa la sua casa madre: un luogo che i monaci stessi descrivono come un “deserto nel mare”, pensato per la vita contemplativa e per le missioni.

A differenza dei lefebvriani, però, i Redentoristi transalpini hanno alle spalle una piena riconciliazione con Roma. Dopo il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, nel 2008 rientrano nella comunione ecclesiale; nel 2012 il vescovo di Aberdeen Hugh Gilbert li erige canonicamente come istituto religioso di diritto diocesano, e nel 2016 arriva l’approvazione definitiva delle loro costituzioni. Per anni Papa Stronsay ha rappresentato un caso limite ma regolare: un gruppo di origine lefebvriana rientrato nei ranghi, autorizzato a vivere secondo il rito antico. È proprio questo percorso che negli ultimi mesi si è capovolto.


La svolta dottrinale

Il cambio di rotta ha una data precisa: l’ottobre 2025, quando al termine del loro capitolo generale i Redentoristi diffondono una lettera aperta a vescovi, sacerdoti e fedeli in cui sostengono che la fede cattolica tradizionale sia ormai incompatibile con quella che chiamano la “nuova Chiesa” nata dal Concilio Vaticano II, respingendo esplicitamente documenti come Amoris laetitia, Traditionis custodes e Fiducia supplicans. Il passo successivo arriva il 2 maggio 2026, con la pubblicazione di un testo di 21 pagine intitolato The Dogma to Steer By: qui la comunità arriva a negare la legittimità di tutti i pontefici da Paolo VI a Leone XIV, invita i fedeli a cercare sacerdoti legati al rito antico e auspica un futuro “concilio generale imperfetto” tenuto da vescovi ritenuti fedeli alla vera dottrina.

È un salto di qualità rispetto alla posizione storica dei lefebvriani, che pur criticando duramente la Chiesa postconciliare non si sono mai definiti sedevacantisti in senso proprio. I Redentoristi transalpini, invece, negano ora esplicitamente che Leone XIV sia il vero Papa.

Perché serve un vescovo

Nella lettera con cui annuncia la cerimonia del 25 luglio, il vescovo sedevacantista Pierre Roy giustifica la scelta con motivi pratici: la comunità, dice, ha bisogno di un vescovo vicino e stabile, capace di seguire i fedeli e i religiosi sparsi tra Scozia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e altre missioni. Roy racconta di essere in contatto con il gruppo dal giugno 2025 e di aver chiesto al superiore generale, padre Michael Mary, di accettare la consacrazione “per il bene della Chiesa”. Dietro la formula c’è una logica precisa; un vescovo può ordinare sacerdoti, cresimare, consacrare altri vescovi. È l’infrastruttura minima che permette a un gruppo scismatico di riprodursi nel tempo, invece di esaurirsi con i propri sacerdoti attuali. Lo stesso meccanismo che rese irreversibile la rottura di Lefebvre nel 1988 vale, su scala ben più piccola, anche per Papa Stronsay.


Cosa dice il diritto canonico

Il canone 1013 vieta a qualunque vescovo di consacrarne un altro senza un mandato pontificio accertato; il canone 1382 stabilisce che sia il consacrante sia chi riceve la consacrazione incorrono automaticamente nella scomunica, senza bisogno di un decreto ulteriore. Per questo la diocesi di Aberdeen, competente sul territorio, ha voluto anticipare i tempi: il vescovo Hugh Gilbert ha definito l’eventuale cerimonia “illegittima” e un “grave atto di disobbedienza”, specificando che l’argomento dello “stato di necessità”, spesso usato in ambienti tradizionalisti per giustificare consacrazioni irregolari, non regge in questo caso, e ha invitato i fedeli a non parteciparvi.

Il legame con la linea Thục

Un dettaglio distingue nettamente questo caso da Écône: chi consacrerà padre Michael Mary non appartiene alla linea episcopale lefebvriana, ma alla cosiddetta linea Thục, la principale genealogia del sedevacantismo contemporaneo. Pierre Roy è stato consacrato vescovo nel gennaio 2024 in Brasile da Rodrigo Ribeiro da Silva, che sarà anch’egli tra i co-consacranti insieme a Fernando Altamira. La successione risale all’arcivescovo vietnamita Pierre Martin Ngô Đình Thục, figura di spicco della Chiesa del Vietnam del Sud e fratello del presidente Ngô Đình Diệm, che dopo il Concilio si convinse che la crisi ecclesiale avesse investito gli stessi vertici della Chiesa e tra il 1976 e il 1982 compì una serie di consacrazioni senza mandato papale, dando origine a questa genealogia parallela. A differenza di Lefebvre, che pur rompendo con Roma nel 1988 continuò a riconoscere il Papa come legittimo, Thục arrivò a ritenere che i pontefici postconciliari avessero perso ogni autorità: è precisamente la posizione in cui si colloca oggi il gruppo scozzese.

Le tensioni degli ultimi anni


La comunità non arriva a questo punto senza precedenti. In Nuova Zelanda il vescovo di Christchurch, Michael Gielen, aveva già chiesto ai Redentoristi transalpini di lasciare la diocesi nel 2024, dopo accuse di abusi spirituali e pratiche di esorcismo non autorizzate che la comunità ha sempre respinto; nel 2025 la Santa Sede ha respinto il loro appello contro quella decisione. A questo si aggiunge un episodio più oscuro: la morte del giovane monaco neozelandese Justin Evans, in religione Brother Ignatius Maria, scomparso ad aprile e ritrovato senza vita in mare a maggio. Le autorità scozzesi hanno trattato il caso come morte non sospetta, ma il caso ha riacceso l’attenzione sull’isolamento della comunità.

Cosa cambia per Roma

Sul piano numerico, Papa Stronsay non è paragonabile alla Fraternità San Pio X, che contava alla fine del 2025 quasi 1.500 membri tra sacerdoti e religiosi in tutto il mondo. Il problema, per il Vaticano, è un altro: in meno di un mese due sigle del mondo tradizionalista scelgono la stessa forma di rottura, la consacrazione episcopale senza mandato. Per Leone XIV significa affrontare quasi in contemporanea un secondo caso che rischia di concludersi con un’altra scomunica automatica, e soprattutto un segnale che la crisi tradizionalista non si esaurisce con i lefebvriani, ma sta assumendo forme più radicali, dalla richiesta di maggiore spazio liturgico all’aperta costruzione di una gerarchia alternativa a quella romana.




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 Irene Anania

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