Rapporto Inps 2026 su pensioni, donne e salari: resta ampio il divario tra i generi


Aumentano gli stipendi ma il potere d’acquisto non recupera. Fava: “La previdenza nasce nel mercato del lavoro”

L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto nel 2025 circa 6 milioni di famiglie, con un tasso di copertura del 94,9% e punte vicine al 99% nel Mezzogiorno. È uno dei dati contenuti nel Rapporto Annuale dell’Inps presentato alla Camera, che fotografa gli effetti delle principali misure di sostegno alle famiglie, l’evoluzione del mercato del lavoro e le condizioni del sistema pensionistico italiano.

Secondo l’Istituto, la misura ha prodotto un aumento di circa il 2% della probabilità di avere un secondo figlio tra le famiglie a reddito medio, ma è stata accompagnata da una riduzione analoga della probabilità di occupazione delle madri. Un fenomeno che, secondo l’Inps, conferma come gli incentivi economici possano sostenere la natalità ma rischino di avere effetti collaterali sul lavoro femminile se non accompagnati da altre politiche.


(AP Photo/Vasilisa Stepanenko)

Natalità, occupazione femminile e sostegni alle famiglie

L’analisi dell’Inps evidenzia risultati ancora più marcati nel caso del Bonus Bebè introdotto in Sardegna per i residenti dei comuni con meno di 3.000 abitanti. La misura, che prevede un contributo di 600 euro mensili per cinque anni, ha portato a un aumento delle nascite di circa il 21% nel biennio 2023-2024, ma ha avuto anche un forte impatto negativo sull’occupazione delle madri, diminuita del 25%. Diverso il quadro per il Bonus Nido. Le stime riportate nel Rapporto indicano un incremento di circa un punto percentuale della probabilità di occupazione tra le madri che potevano accedere alla misura, con un effetto che sale a circa sei punti percentuali tra coloro che ne hanno effettivamente beneficiato. Per l’Inps, il messaggio è chiaro: “I trasferimenti monetari possono incentivare la natalità ma rischiano, se non affiancati da politiche complementari, di ridurre la partecipazione femminile al lavoro“.

Donne penalizzate da salari e carriere più brevi

Il Rapporto conferma anche il persistente divario di genere nel sistema previdenziale. Sebbene le donne rappresentino il 51% dei pensionati, percepiscono soltanto il 44% dei redditi pensionistici complessivi: 163 miliardi di euro contro i 207 miliardi degli uomini. L’importo medio delle pensioni maschili raggiunge i 2.166 euro mensili, contro i 1.619 euro delle donne. Una differenza pari a circa il 34%, attribuita dall’Inps sia a salari mediamente più bassi sia a percorsi contributivi più brevi. Le lavoratrici arrivano infatti alla pensione di vecchiaia con oltre 300 settimane di contributi in meno rispetto agli uomini.

Al 31 dicembre 2025 i pensionati erano circa 16,4 milioni, per una spesa complessiva di 371 miliardi di euro. Rispetto al 2024, l’importo medio lordo dei redditi pensionistici è aumentato dell’1,3%, mentre il numero complessivo dei pensionati è rimasto sostanzialmente stabile. Tra le prestazioni previdenziali, le pensioni anticipate presentano l’importo medio più elevato, pari a 2.162 euro mensili, seguite dalle pensioni di invalidità, da quelle di vecchiaia e dai trattamenti ai superstiti.

Rapporto Inps 2026 su pensioni, donne e salari: resta ampio il divario tra i generi
Il presidente INPS Gabriele Fava (Foto di Mauro Scrobogna/LaPresse)

Fava: “La previdenza nasce nel mercato del lavoro”

Presentando il Rapporto alla Camera, il presidente dell’Inps Gabriele Fava ha collegato la tenuta del sistema pensionistico alla qualità dell’occupazione. “Non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito”, ha affermato, spiegando che la sostenibilità previdenziale non si costruisce soltanto intervenendo sui requisiti di accesso alla pensione ma soprattutto rafforzando il mercato del lavoro. Fava ha sottolineato che salari bassi e carriere discontinue si traducono inevitabilmente in contributi insufficienti, mentre l’esclusione di giovani e donne dal mercato del lavoro riduce la base contributiva del sistema. Secondo il presidente dell’Inps, la previdenza nasce già “nel primo contratto, nella prima retribuzione, nella continuità dei versamenti” e risente direttamente della produttività e della qualità dell’occupazione.

Nel Rapporto viene inoltre evidenziata la trasformazione del lavoro italiano. Dal 2022 professionisti e collaboratori sono aumentati rispettivamente del 23% e del 15%, mentre tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra-Ue sono cresciuti di oltre il 35%. Oggi, sottolinea Fava, un lavoratore dipendente su sette è straniero, un dato che dimostra quanto una quota crescente della capacità produttiva e contributiva del Paese dipenda anche dalla gestione dei flussi migratori e dai percorsi di integrazione.


Crescono i pensionati che continuano a lavorare

Un altro fenomeno rilevato dall’Inps riguarda i pensionati che restano attivi nel mercato del lavoro. Circa l’8% dei percettori di pensione affianca infatti al trattamento previdenziale un reddito da attività lavorativa. Il numero dei cosiddetti “pensionati lavoratori” è passato da circa 40mila nel 2019 a quasi 158mila nel 2023. Si tratta prevalentemente di uomini tra i 64 e i 65 anni, concentrati nelle regioni del Nord e impiegati soprattutto in professioni intellettuali e tecniche. Tra loro cresce inoltre il ricorso al part-time, segnale di una transizione graduale verso l’uscita definitiva dal lavoro.

L’età media di pensionamento continua intanto a salire: dai 61,7 anni del 2012 si è passati ai 64,7 anni del 2025. Secondo l’Inps, il meccanismo che adegua automaticamente i requisiti pensionistici all’aumento della speranza di vita resta uno strumento fondamentale per garantire la sostenibilità finanziaria del sistema nel lungo periodo, pur richiedendo correttivi capaci di tutelare le carriere più fragili e i lavoratori con percorsi contributivi discontinui.

Rapporto Inps 2026 su pensioni, donne e salari: resta ampio il divario tra i generi
(Foto archivio LaPresse)

Salari in crescita, ma il potere d’acquisto non recupera

Sul fronte delle retribuzioni, il Rapporto evidenzia una crescita dei salari nominali che però non è stata sufficiente a compensare completamente l’aumento dei prezzi. Nel 2025 la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti pubblici e privati è stata pari a 27.649 euro, in aumento del 3,6% rispetto all’anno precedente e del 14,5% rispetto al 2019. Nello stesso periodo, però, l’inflazione è cresciuta tra il 18,2% e il 20,5%.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha riconosciuto che “il livello medio dei salari ha certamente tanto percorso da fare” e che deve recuperare le perdite accumulate negli ultimi anni. Allo stesso tempo ha evidenziato come nel 2025 il miglioramento delle retribuzioni si sia accompagnato alla crescita dell’occupazione e alla riduzione della disoccupazione. Per l’Inps, la stagnazione salariale resta comunque un problema strutturale di lungo periodo, aggravato dagli shock inflazionistici recenti, che hanno eroso il potere d’acquisto delle famiglie nonostante la crescita delle retribuzioni nominali.


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